Filosofia e scienza. Amiche, nemiche o altro?

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Edoardo Boncinelli non è nuovo nei suoi attacchi alla filosofia. L’ultimo in ordine di tempo è apparso in un’intervista pubblicata lo scorso 16 gennaio sul giornale online Linkiesta nella quale, denunciando l’Italia ignorante, sospettosa e nemica della scienza, attribuisce la colpa di tale situazione anche alla filosofia. «I filosofi – ha detto il celebre genetista – sono i peggiori nemici della scienza, peggio anche dei preti», sicché le ore dedicate alla filosofia nelle scuole italiane sono un male e non un bene al contrario di quanto sosteneva il suo amico Giovanni Reale, autore di un fortunatissimo manuale scolastico per gli studenti delle Superiori insieme a Dario Antiseri. Boncinelli, un fiorentino doc dalla battuta di spirito pronta ed arguta, ha ripetuto la sua requisitoria nei confronti della filosofia di fronte ad una platea di studenti del Liceo delle Scienze Umane di Nocera Umbra accorsi venerdì 26 febbraio nella sala dell’ex seminario (che di solito ospita i nostri ritiri filosofici). La conferenza dal titolo “La scienza oggi” si è tenuta nell’ambito di una serie di incontri organizzati in preparazione della Festa di Scienza e Filosofia di Foligno che si svolgerà dal 14 al 17 aprile prossimo, manifestazione ormai affermatasi in modo significativo e che metterà a confronto su diversi temi i maggiori scienziati e filosofi del panorama nazionale e internazionale.

La razionalità, la questione dell’anima e l’etica della scienza
Nella lectio magistralis Boncinelli ha parzialmente corretto il tiro della sua critica. La scienza significa razionalità e si avvale di strumenti precisi secondo il metodo sperimentale fatto di ipotesi, verifica e riproducibilità dell’esperimento. Suo modello è Galileo Galilei, colui che mise al servizio della scienza la curiosità, vero e proprio motore del progresso scientifico, coniugando filosofia e scienza così come erano soliti fare gli addetti ai lavori. La svolta negativa si ebbe con la filosofia idealista ed in Italia con Benedetto Croce il quale era solito definire i concetti della scienza come degli pseudoconcetti. La polemica è nota e Boncinelli non ha tutti i torti. Anzi. Il professore parla con il piglio del brillante divulgatore, se la prende con la cultura tutta italiana dei miracoli (e chi può dargli torto?), il tono è quello dell’illuminista radicale. La lezione ha suscitato numerose domande da parte degli studenti: dalle teorie di Hawking all’opportunità di condurre esperimenti genetici sull’uomo; dal ruolo delle emozioni nel cervello agli OGM, passando per un tema particolarmente gettonato: la questione, filosofica prima che scientifica, dell’anima e della sua immortalità. Boncinelli ha preferito concentrarsi sul tema dell’etica. La scienza moderna infatti, lungi dall’essere asettica e avalutativa, è portatrice di un sistema di valori caratterizzato da vari elementi: lo spirito critico, l’ascolto degli altri, la disponibilità ad essere giudicati. Fare gli scienziati, ha osservato Boncinelli, significa andare ogni giorno al lavoro con la consapevolezza di avere torto, altro che etica del successo. Tesi che ricorda quella di un altro grande biologo, Jacques Monod, il quale nel suo celebre libro del 1970, Il caso e la necessità, sosteneva che se la scienza ha moltiplicato l’angoscia con la sua fredda ed austera idea dell’oggettività, ha portato con sé l’etica della conoscenza, la sola capace di salvare l’uomo moderno. «L’etica della conoscenza è anche, in un certo senso, conoscenza dell’etica, delle pulsioni, delle passioni, delle esigenze e dei limiti dell’essere biologico»1. Pur riconoscendo il retaggio dei sistemi tradizionali, aggiungeva Monod, l’etica della conoscenza incoraggia l’uomo a superarli e a dominarli.
La conferenza, per ovvie ragioni, ha potuto soltanto evocare altri temi che lo scienziato toscano è solito trattare nella sua prolifica produzione editoriale. Argomenti i cui esiti smentiscono tuttavia il suo approccio volto ad estromettere la filosofia dal campo di gioco della ricerca scientifica. Ci riferiamo in particolare a due questioni, quella del rapporto tra fisica e metafisica e quella della scelta tra caso e necessità, declinabile anche come relazione tra essere e divenire.

Il tentativo di costruire una fisica senza metafisica è antico e consiste, ricorda Schopenhauer in termini kantiani, nel fare del fenomeno una cosa in sé.

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Fisica e metafisica
Secondo Boncinelli tutto è riconducibile a questioni fisiologiche. Il segreto della mente sono molecole, cellule e circuiti nervosi. Se il professore tiene a sottolineare di non amare l’etichetta del riduzionista, la sua potrebbe comunque a giusto titolo essere definita come la posizione di un naturalista. Ma può la fisica fare a meno della metafisica? In uno dei testi più espliciti che hanno preso in esame tale rapporto, scritto da un filosofo molto critico nei confronti della filosofia, la risposta è decisamente negativa. Nel capitolo 17 del secondo volume del Mondo come volontà e rappresentazione intitolato Sul bisogno metafisico dell’uomo, Arthur Schopenhauer sostiene che la fisica non può reggersi da sola ma ha bisogno di una metafisica. Questo per due motivi. Il primo è dovuto al fatto che la catena di cause ed effetti implicata dalla spiegazione delle cose naturali non può mai risalire fino all’origine: la ricerca del perché di un fenomeno può arrestarsi soltanto nel momento in cui incontra un concetto metafisico. Il secondo motivo è che tutte le cause efficienti si fondano su qualità e forze naturali (ad esempio la gravità, la durezza ecc.) che non spiegano nulla: la fisica non basta a dare conto dell’essenza delle cose, non sa rispondere alla domanda che cos’è? Il tentativo di costruire una fisica senza metafisica è antico e consiste, ricorda Schopenhauer in termini kantiani, nel fare del fenomeno una cosa in sé. Da ciò segue che ogni oggetto è condizionato dal soggetto conoscente e quindi mera apparenza, cioè sottoposto alle leggi dell’intelletto e della rappresentazione. Senza contare il fatto, come attestano le dichiarazioni di tanti scienziati, che «tutti i progressi nella fisica faranno sentire sempre più il bisogno di una metafisica»2. Questo non toglie che il filosofo debba aggiornarsi continuamente in quanto «la conoscenza più completa possibile della natura è l’emendata presentazione del problema della metafisica»3: in altre parole, fisica e metafisica sono inscindibili ed intimamente connesse.

La scienza considera ormai la filosofia un orpello inutile, la figlia si è definitivamente emancipata dalla madre. La fisica ha usurpato il trono della metafisica e, a differenza del naturalismo antico, lo ha fatto con argomenti estranei alla filosofia.

Caso, necessità e previsione
Boncinelli ripete spesso che l’uomo è composto per un terzo dai geni, per un terzo dall’esperienza e per un terzo dal caso, parola quest’ultima che, per sua stessa ammissione, non piace a nessuno. Il caso può essere inteso o nel senso di fortuità degli eventi (ed in tal senso è innegabile) oppure in termini ontologici (ed in tal senso è problematico). In Legge e caso del 1979, Emanuele Severino affrontava il tema proprio in tale prospettiva associandovi la questione del divenire. Con concetti chiarissimi, il filosofo bresciano sosteneva che «Nella storia dell’Occidente il senso del caso è indissolubilmente legato al senso del niente. Nel suo significato essenziale il caso è l’uscire dal niente, è il cadere sull’esistenza essendo stato gettato da niente»4. In altri termini, ammettere l’esistenza del caso significa negare uno dei principi cardine della filosofia, quello secondo cui dal niente non può nascere e provenire niente. Come può infatti qualcosa essere generato dal niente? Ex nihilo nihil: ammettere il caso significa riconoscere all’opposto che qualcosa venga all’essere da una dimensione non legata ad una necessità iscritta nell’essere. Il caso è il rifugio temporaneo dell’ignoranza. Ma soprattutto l’araldo che giustifica il principio del divenire il quale, come processo dell’uscire e del ritornare dal niente, è l’evidenza originaria mai più messa in discussione. La scienza moderna, grazie all’esistenza del divenire, distrugge la filosofia tradizionale (cioè l’episteme, la conoscenza stabile che domina il divenire) e si costituisce come sovrano assoluto. Un sovrano, dice Severino, il cui dominio è reso possibile proprio dal carattere sperimentale della scienza dove «il valore della previsione non è determinato dal senso immutabile della totalità, con il quale l’episteme anticipa tutto ciò che può sopraggiungere: è l’esperienza a decidere in ultima istanza il valore di ogni previsione, e l’esperienza non consente che la previsione acquisti un valore definitivo e incontrovertibile»5. La conclusione è che «la scienza diventa la forma più potente di dominio in quanto rinuncia al sogno epistemico di una previsione incontrovertibile e diventa previsione ipotetica e quindi sempre aperta al rischio dell’insuccesso»6. Secondo la metafora di Nietzsche, siamo cioè a cavallo della tigre. E la cosa era confermata da Adorno già cinquanta anni fa nel momento in cui scriveva che «da quando le scienze si sono dissociate irrevocabilmente dalla filosofia idealista, quelle di successo non cercano nessun’altra legittimazione, se non la dichiarazione del loro metodo. Nella sua autointerpretazione la scienza diventa causa sui, si accetta come un dato e sanziona la sua figura»7. La scienza considera ormai la filosofia un orpello inutile, la figlia si è definitivamente emancipata dalla madre. La fisica ha usurpato il trono della metafisica e, a differenza del naturalismo antico, lo ha fatto con argomenti estranei alla filosofia. Ma un regno che ha rinunciato alla preoccupazione per la verità, intesa peraltro oggi solo come capacità di affermare la propria potenza e non come il venire alla luce dell’esistente, si trasforma presto nel regno delle tenebre.


  1. J. Monod, Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Milano, Mondadori, 1970, p. 170 

  2. A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Milano, Bompiani, 2006, p. 1343 

  3. Ibidem 

  4. E. Severino, Legge e caso, 5^ ediz., Milano, Adelphi, 2002, p. 23 

  5. E. Severino, Legge e caso, cit., p. 29 

  6. Ibidem 

  7. T.W. Adorno, Dialettica negativa, Torino, Einaudi, 2004, p. 68 

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