Festa di Scienza e Filosofia 2015

Si è conclusa con il tutto esaurito all’Auditorium San Domenico la V edizione della Festa di Scienza e Filosofia di Foligno, confermando l’andamento positivo dei risultati nel corso degli anni passati. Nel contesto di una città che, come al solito, non ha mancato di rispondere prontamente e con entusiasmo all’iniziativa, ottanta studiosi di primo piano hanno riempito i palazzi simbolo della storia folignate di studenti ed appassionati per una quattro giorni all’insegna della cultura di qualità. Ad alternarsi nelle oltre novanta conferenze sono stati fra l’altro Edoardo Boncinelli, Piergiorgio Odifreddi, Gianni Vattimo e Giulio Giorello, i cui interventi sono stati suddivisi in quattro aree tematiche al fine di favorire al massimo i partecipanti nella scelta degli ambiti di maggior interesse. Aree tematiche che sono poi il riflesso dell’ambizioso intento di questa Festa, ossia del suo volersi porre come il punto d’incontro — e di scontro anche — fra i due approcci alla verità più fecondi che la storia umana abbia mai fatto emergere: la scienza e la filosofia. Se della sezione “Cervello e mente” abbiamo già parlato nell’articolo dello scorso 9 aprile 2015, l’ampiezza di respiro della Festa invita a svolgere qualche considerazione ulteriore anche sulle altre tre aree.

Due culture o una sola cultura?
Il panel che ha affrontato questo tema, come ha sottolineato anche Valerio Meattini nella sua conferenza dal medesimo titolo, prende le mosse dall’opera di Percy Charles Snow Le Due Culture e la rivoluzione scientifica (Marsilio, 2005). È al suo interno infatti che, nel tentativo di sottolineare la necessità di una cultura all’altezza delle sfide proposte dalla contemporaneità, viene formulata in questi termini la separazione fra ambito umanistico e ambito scientifico del sapere. Distinguendo tra “cultura umanistica” e “cultura scientifica” però, la questione viene affrontata in modo impreciso, perché parlare di “due culture” equivale a pretendere che una parte del tutto possa sostituirsi ad esso conservando la medesima pervasività. Se per cultura s’intende quell’insieme delle manifestazioni umane che costituisce l’oggetto dell’antropologia culturale infatti, la contrapposizione, al più, può porsi come un conflitto fra diversi “atteggiamenti culturali” o, ancora meglio, fra diverse prospettive sulla medesima realtà. Se il Novecento è stato il secolo che ha celebrato l’ascesa della scienza, sancendo dunque il declassamento della filosofia quale approccio conoscitivo, molto spesso l’atteggiamento che di tale prospettiva è stato l’avanguardia, il neopositivismo logico, non ha saputo cogliere il debito enorme che aveva proprio nei confronti della filosofia. Nel suo delineare “l’impostazione scientifica quale discrimine della sensatezza di ogni discorso però, Carnap — che insieme a Russel fu una dei simboli del neopositivismo —, intenzionato ad affidare alla scienza il controllo di ogni processo conoscitivo, dimentica l’insegnamento di Wittgenstein, per il quale anche se la scienza rispondesse a tutti i quesiti del mondo, non ci avrebbe detto ancora nulla intorno alla vita. In ultima istanza dunque, ciò che emerge è l’importanza di non far sì che la questione metodologica possa finire col prevalere su quella che invece è la radice stessa del porsi di tale questione, ossia dell’indagine intorno alla verità. Di conseguenza è più che mai necessario che scienza e filosofia non solo imparino a coesistere, ma che imparino a collaborare affinché si possa raggiungere un giusto equilibrio fra il piano oggettivo e quello soggettivo del conoscere, anche al fine di evitare il radicalizzarsi di una dicotomia che — oltre a risultare impropria — potrebbe facilmente assumere pericolose derive dogmatiche.
A tale scenario si riallaccia anche — pur con le dovute proporzioni — l’analisi delle vicende biografiche di Giulio Cesare Vanini, filosofo italiano del Seicento la cui sorte fu analoga a quella di Giordano Bruno, e del quale oggi si sta riscoprendo il valore grazie al lavoro di ricerca di Mario Carparelli. Quando il confronto fra due atteggiamenti interni al medesimo orizzonte culturale si radicalizza e diventa scontro infatti, rischia di perdere i caratteri che ne fanno un’espressione del pensiero e precipitare nella violenza; da lì alla persecuzione poi il passo è più breve di quanto non si possa pensare.

Scienza, Pace, Futuro.
Il panel “Scienza, Pace, Futuro”, era quello dedicato in maniera più esplicita al confronto con la contemporaneità e con le aspettative da essa nutrite nei confronti di un futuro, sì, all’insegna del progresso, ma di un progresso capace di opporsi al conflitto anziché alimentarlo. I diversi sostrati culturali all’interno dei quali, in passato, sono maturati i concetti filosofici come tempo, spazio, mondo e che attualmente costituiscono il fulcro dell’indagine scientifica, infatti, troppo spesso sono stati considerati come del tutto irrilevanti a fronte della possibilità di tradurre le parole da una lingua all’altra. In questo atteggiamento però, si cela il germe dell’incomunicabilità; e ne ha offerto un esempio molto interessante Massimo Donà (con il quale RF ha realizzato un’intervista che pubblicheremo nei prossimi giorni) nel suo confronto fra mondo greco e mondo ebraico intorno al concetto di tempo. Donà evidenzia come per i primi il principio originario è l’unità del Tutto, dalla quale segue una concezione del tempo circolare perché il distinguersi del particolare è già da sempre compreso nell’interezza della totalità eternamente perfetta (quindi il tempo è manifestazione della sacralità dello spazio); per i secondi è il tempo ad essere sacro, cosicché lo spazio (il mondo) si trova in una sorta d’incompiutezza perenne che — lungi dal porsi come le negazione escludente la perfezione della creazione divina — pone in luce l’eccedenza costituita dalla vita all’interno del cosmos. In tale ottica, il rischio di fraintendimento nel pensare un concetto apparentemente semplice come il tempo non solo è significativa, ma pare quasi inevitabile, giacché negandone la validità, in realtà si negano nuclei semantici del tutto differenti. Pertanto non deve sorprendere, nel dilagare della fede scientista, l’ostilità da parte di intere aree culturali, per cui accettare certi dettami potrebbe portare al sacrificio della propria identità.

Proprio in tale direzione si muove il monito lanciato da Gianni Vattimo, che in un afflato totalmente antiscientista, non ha esitato a puntare il dito contro la scienza quale nuovo strumento di dominio. La sua continua dipendenza da fonti di finanziamento infatti, ne farebbe l’agente ideale per la messa in atto di progetti che lungi da favorire il miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità (per lo meno lungi da farne l’aspetto predominante), servono gli interessi economici di “poteri forti”, come il settore farmaceutico o quello bellico, contravvenendo nella maniera più radicale allo spirito che nel Secolo dei Lumi ne aveva sancito l’ascesa, ossia la battaglia in nome della libertà. Certamente l’intervento di Vattimo ha assunto toni molto forti, ma non crediamo che ciò debba essere inteso come un invito a muovere crociate in difesa della scienza o contro di essa. Ciò che questa area ha finito per portare all’attenzione, invece, è stata la necessità di mantenere un atteggiamento nei confronti della verità, anche all’interno della metodologia scientifica, il più aperto possibile tanto verso qualsiasi esito, quanto verso qualsiasi strumentalizzazione, affinché quello che è stato un vento di liberazione non si tramuti in vento di tempesta.

Vero e falso nella scienza e nella comunicazione scientifica.
Quest’ultimo panel, all’interno del quale si è tenuta anche la conferenza conclusiva della Festa, ossia quella di Piergiorgio Odifreddi dal titolo Che cos’è la verità (senza punto interrogativo), affronta senz’altro una delle questioni più spinose dei nostri tempi. Dalla sua affermazione infatti, il metodo scientifico ha iniziato ad avere una presa sempre più forte sull’opinione pubblica che, mobilitata dalle innumerevoli possibilità da essa aperte, il più delle volte finisce per idolatrarla come il nuovo Vitello d’oro. Le cose in realtà stanno ben diversamente, giacché se ai tempi di Galileo la scienza si esprimeva ancora attraverso la formulazione di leggi assolute, da qualche secolo tale posizione è stata ormai superata. Così come si è aperta una voragine fra il punto matematico e il punto fisico, anch’essi pensati come coincidenti all’inizio della storia della scienza. Mutamenti che hanno via via portato ad una iperframmentazione dell’ambito di studio della verità, al punto che Odifreddi ha pensato bene di tenere una conferenza nella quale ha provato a fare chiarezza sulla molteplicità di significati che il termine “verità” assume, a seconda del registro linguistico cui si fa riferimento. Ne è emerso che, almeno secondo il matematico torinese, l’unica verità cui possa inerire il grado d’indubitabilità è quella matematica, ossia quella verità che fa discendere logicamente delle conseguenze dai postulati; per cui solo al suo interno si gode del massimo grado di certezza. Sorvolando sulla legittimità di tale posizione che pur solleva più di un quesito, ben diversa è la situazione della scienza, la quale, nonostante l’esaltazione omnilaterale del suo metodo, proprio in virtù di quest’ultimo è costretta a rinunciare alla pretesa di esprimere giudizi definitivi. Stando alle regole del metodo sperimentale infatti, è sempre possibile immaginare l’emersione di un caso capace di confutare la validità di una legge fino ad allora ritenuta “vera”, pertanto il massimo grado di verità raggiungibile in tal campo sarà quello della probabilità. Un po’ troppo ingenerosa, ma perfettamente in linea con buona parte del pensiero scientista del Novecento, risulta la sua collocazione della verità filosofica all’interno delle “verità di fede”, ossia di quell’approccio alla verità che non potendo dire nulla di certo, inventa la sua verità. Fermo restando che si potrebbe muovere un’obiezione analoga al criterio in base al quale vengono stabiliti i postulati, una simile conclusione ha senz’altro avuto il merito d’infervorare gli animi e di tenere il dibattito intorno alle questioni sollevate dalla Festa decisamente attivo.

C’è di che ritenersi soddisfatti dunque per gli organizzatori di questa manifestazione, che anno dopo anno si conferma sempre di più come un punto di riferimento a livello nazionale per gli amanti di una cultura alta, ma altresì capace di raggiungere ogni tipo di pubblico.

(Ha collaborato Saverio Mariani)

 

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