Fargo, l’asino di Buridano e la statua d’uomo

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Everything happens for a reason è la frase iscritta nel riquadro appeso ad una parete della camera matrimoniale di Pearl e Lester, due personaggi della prima stagione della serie televisiva americana Fargo (in onda ogni giovedi sera in chiaro su Rai4). Ogni cosa accade per una ragione, anche lo scatenarsi della follia più insensata e crudele che porterà nel giro di pochi giorni ad una serie di morti violente tra cui quella di Pearl uccisa dal marito in un improvviso scatto d’ira. Principio di ragion sufficiente: ma gli uomini hanno la vista corta e così, come l’improvvido capo della polizia locale, non trovano di meglio che attribuire la responsabilità degli eventi, accaduti improvvisamente nella tranquilla cittadina di Bemidji nel Minnesota, a qualche gang di fuorilegge o di drogati venuti magari da fuori. Allo stesso modo con cui gli uomini sono soliti riferire a Dio fatti le cui connessioni causali sono difficili da rintracciare, essi attribuiscono al male la responsabilità di eventi negativi o apparentemente inspiegabili. Come spiegare allora l’agire umano in situazioni in cui l’irrazionalità dilaga e l’uomo è schiavo delle passioni? Del resto, come dimostra la logica dell’asino di Buridano (titolo di uno degli episodi della serie e luogo polemico nel dibattito tra libero arbitrio e determinismo) anche una razionalità portata all’eccesso è in sé contraddittoria. Quello che è certo è che raramente una serie televisiva ha rappresentato in maniera così esplicita e acuta alcuni dei grandi temi del pensiero e dell’agire umano.

Dominare il male
Una cosa appare chiara nella serie TV: il male non è qualcosa di piovuto dall’alto ma una realtà presente anche nelle vicende più semplici e quotidiane, frutto di un istinto da tenere a freno con l’intelligenza della ragione. Così dice infatti Dio a Caino: «Il male è accovacciato alla tua porta: verso di te è il suo istinto ma tu dominalo»1. La tradizione rabbinica è convinta che l’impulso verso il male sia più vecchio di tredici anni rispetto a quello del bene, il che significa che il male è qualcosa di istintivo, connaturato all’uomo, mentre il bene si sviluppa nel momento in cui inizia l’età della ragione. Ma proprio la ragione rimane inascoltata e l’istinto omicida ormai fuori controllo: la figura di Lorne Malvo, l’enigmatico e spietato killer, appare come il coerente finalizzatore di decisioni altrui, trasposizione cinematografica dell’incapacità di dominare quell’inclinazione. «La tua scelta ha avuto delle conseguenze – sussurra agli orecchi di uno sprovveduto ricattatore – ed ora la conseguenza sono io». Malvo non è l’agente di un male metafisico ma un personaggio che vive sui peccati e le intenzioni inconfessabili dei personaggi coinvolti: «È questo quello che vuoi, Lester?» chiede suadente prima dell’ennesima strage.

Everything happens for a reason.

Libero arbitrio o fatale necessità?
Cosa vogliono davvero gli uomini e, soprattutto, possono decidere cosa volere o sono vittime di una fatale necessità? Al centro rimane il problema del principio di ragion sufficiente, sintetizzato da quell’ Everything happens for a reason spesso inquadrato nei vari episodi fino al momento in cui Lester, l’impacciato protagonista rivelatosi poi astuto calcolatore, deciderà di rimuoverlo dalla parete pensando erroneamente di averla fatta franca con le sue responsabilità. Lester è libero oppure è vittima di un ineluttabile fato? Una volta stabilito che era nella sua natura fare tutto quello che ha fatto, ha ancora senso dire che egli poteva scegliere? Come possiamo dirci liberi se nella nostra natura sono già contenuti tutti gli eventi che dovranno accaderci?
Nel corso del pensiero filosofico il confronto tra necessità e libertà ha prodotto diversi argomenti a favore o contro le rispettive posizioni. Il determinismo, enunciato in forma radicale da Spinoza per il quale la credenza nella libertà consiste nell’ignoranza delle cause che sono a fondamento delle azioni umane, è una dottrina che contiene diverse difficoltà: sia perché contraddice il senso comune per il quale appare come evidente la libertà d’agire, sia perché rende impossibile individuare una responsabilità personale. L’affermazione del libero arbitrio, di contro, pone aporie ancora più gravi. Da una parte il problema di spiegare in che modo e per quali ragioni l’uomo costituisca un’eccezione al regno della natura nel quale è inserito. Dall’altra (cosa che viene spesso dimenticata) il fatto che il problema della libertà coincide con quello del nichilismo: come è possibile affermare che le azioni umane sono libere senza allo stesso tempo presupporre un nulla originario da cui quelle stesse azioni provengono e sono destinate? Nel momento in cui si afferma la libertà si formula un atto di fede nel divenire come sapeva benissimo Aristotele il quale, ragionando nella direzione contraria, osservava che la negazione della contingenza e del libero arbitrio implicava automaticamente la sua negazione.2. Nietzsche si farà chiaro portatore di questo problema risolvendo l’incompatibilità tra Dio e la libertà umana a favore di quest’ultima: «Come è possibile essere liberi se Dio esiste? Ma io sono libero, dunque Dio non esiste».

Il compromesso tra le due posizioni
Leibniz, nascondendosi dietro il principio di ragion sufficiente, ha escogitato una forma intermedia che salvasse necessità e contingenza (altro nome della libertà): troppo filosofo per contestare il determinismo di Spinoza e allo stesso tempo troppo diplomatico per propugnare una tesi scomoda anche e soprattutto a livello politico e teologico, Leibniz sostiene che l’uomo agisce in modo determinato all’interno di una dimensione metafisica nella quale opera un Dio che dispone il mondo secondo la propria libera volontà. Diversi sono i presupposti per comprendere la sua dottrina. Innanzitutto distinguendo il principio di ragion sufficiente dal principio di non contraddizione (i due pilastri del suo sistema), egli introduce una crepa nel principio di ragion sufficiente ormai non più dominato dalla necessità la quale, sulla distinzione tra verità di fatto e verità di ragione, è suddivisa in due gradi. Da una parte la necessità assoluta che si applica alle verità di ragione e che è innegabile anche da parte di Dio (a differenza di quanto sosteneva Cartesio). Dall’altra la necessità ipotetica che viene escogitata per salvare la contingenza dell’agire divino ma non quello umano che rimane soggetto a rigida necessità. Per il filosofo tedesco esistono infinite serie di mondi possibili contenuti nell’intelletto di Dio il quale predispone ab inizio la serie necessaria che lui reputa migliore. Cerchiamo di comprenderlo con un esempio. La scelta di Hitler di attaccare l’URSS nel giugno del 1941 è un fatto contingente, tale cioè che poteva non essere compiuto. Ora, sia la decisione di attaccare l’URSS sia la decisione di non attaccare l’URSS sono possibilità che esistono in Dio ma non in quelle dell’uomo (in quanto, come si può ben capire, il mondo in cui Hitler attacca l’URSS non è compatibile con il mondo in cui Hitler non attacca l’URSS). Il fatto che si sia determinata la prima di queste possibilità è derivata dalla scelta di Dio il quale è orientato dalla sua natura ad optare per la serie di eventi che include la scelta migliore (in questo caso la serie che include la scelta di Hitler di attaccare l’URSS in quanto ha rappresentato l’inizio della sconfitta del Terzo Reich). La necessità metafisica di Spinoza viene sostituita da una necessità morale in quanto per Leibniz ciò che importa è la realizzazione del valore. Leibniz rifiuta il volontarismo (che avrebbe introdotto una dimensione di fortuità inaccettabile per il grande filosofo tedesco) ma rifiuta anche il necessitarismo, che comporta gravi problemi sul fronte della responsabilità personale. La soluzione è una terza via nella quale Dio crea secondo l’idea del bene, in vista cioè del migliore dei mondi possibili, rimane legato ad esso e non distrugge la ragione. Matthew Stewart, autore di un libro che ha messo a confronto la dottrina di Spinoza con quella di Leibniz, ha osservato che «elevando la scelta di Dio al livello dei mondi possibili Leibniz può affermare il suo principio di ragion sufficiente e anche rimangiarselo: cioè egli può concedere che tutte le cose all’interno del nostro mondo siano unite in modo necessario, pur sostenendo al tempo stesso che il mondo nel suo complesso non debba essere necessariamente come si presenta»3. L’argomentazione del filosofo tedesco serve in definitiva a fondare la teodicea, cioè a giustificare Dio per qualsiasi corso di eventi che si produca nella storia, ma non a spiegare le reali dinamiche dell’agire umano e a salvarlo dal determinismo.

Nietzsche si farà chiaro portatore di questo problema risolvendo l’incompatibilità tra Dio e la libertà umana a favore di quest’ultima: «Come è possibile essere liberi se Dio esiste? Ma io sono libero, dunque Dio non esiste».

Liberazione, non libertà
A questo proposito Leibniz, in risposta alle obiezioni secondo cui la sua teoria rimaneva ancora troppo simile a quella di Spinoza, ricorse al paradosso dell’asino di Buridano come giustificazione del libero arbitrio. Il paradosso aveva il fine di dimostrare l’irrazionalità di chi pretendeva che al fondo delle azioni umane vi fosse razionalità e determinismo assoluto. L’asino infatti, posto in mezzo a due mucchi di fieno perfettamente uguali, in assenza di un motivo che inclinasse la scelta del mangiare verso destra o verso sinistra, sarebbe incapace di scegliere e quindi morirebbe di fame. Leibniz liquidava la questione sostenendo che fosse soltanto teorica e di fatto impossibile: l’asino avrebbe comunque scelto di mangiare in quanto la complessità del mondo reale conteneva motivi nascosti che giustificavano la sua decisione. L’attenzione è posta quindi sulle condizioni esterne all’uomo.
Spinoza al contrario ammette l’esistenza del paradosso ma la scelta di non mangiare e di morire di fame è ricondotta ad una irrazionalità o pazzia che non tiene conto della natura umana. L’attenzione è posta cioè alle condizioni interne dell’uomo. Scrive infatti in E2P49scolio (in risposta alla quarta obiezione): «Concedo senz’altro che l’uomo, posto in un tale equilibrio (cioè di chi non percepisce altro che la sete e la fame, tale cibo e tale bevanda, che distano ugualmente da lui) perirà di fame e di sete. Se mi domando: un tale uomo non è da considerare piuttosto un asino che un uomo? Rispondo di non saperlo, come non so in qual modo sia da considerare chi si impicca e come siano da considerare i bambini, gli stolti, i pazzi, ecc».  Se si ammette il paradosso dell’asino di Buridano non si concepisce un uomo ma «una statua d’uomo». Per Spinoza la libertà è piuttosto un’attività derivante dalla necessità della propria natura, che a sua volta costituisce l’ultimo anello di una catena causale di forze che lottano incessantemente tra di loro. Il che significa che il problema non è tanto la scelta tra determinismo o libero arbitrio quanto il percorso di liberazione di ogni uomo da qualsiasi elemento che impedisca l’esplicarsi della sua determinata natura. I rapporti tra gli uomini, così come quelli tra gli uomini e la natura, non possono essere eliminati: la differenza consiste nel sapere o meno di trovarsi in una situazione di schiavitù che impedisce di agire secondo la propria natura. Un conto è essere soggetto passivo di forze esterne e non saperlo, un altro essere soggetto passivo di forze esterne e saperlo perché proprio questo saperlo fornisce una forza che altrimenti non si avrebbe. Conoscere è potere che libera. Questo riguarda anche il male nei cui confronti non è affatto vero che la dottrina di Spinoza sia indifferente. Anzi. Proprio sottolineando l’importanza delle relazioni tra gli uomini, essa indica che il male non è una realtà metafisica ma una questione relativa alla loro connessione. Questa consapevolezza lo conduce a rispondere al male non solo a livello individuale, tramite una strategia di controllo e guida degli affetti, ma anche a livello sociale grazie ad una teoria politica che mostra come l’unica risposta ad esso sia uno Stato che abbia come fine la libertà, cioè l’educazione e il potenziamento della natura di ogni individuo attraverso la ragione. Così come ci ricorda lo sguardo dolce e disincantato di Molly, la poliziotta di Fargo, unica tra tutti i personaggi a prendere sul serio quel principio di ragion sufficiente iscritto all’inizio di tutti gli eventi.

 


  1. Gn 4, 7 

  2. Aristotele, Metafisica, Libro IX 

  3. M. Stewart, Il cortigiano e l’eretico, Feltrinelli, 2007, p.218 

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