Essere un corpo

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Si può dire che il corpo è relazione secondo una duplice accezione. In primo luogo lo è nella misura in cui esso si definisce come l’interfaccia che ci rapporta agli altri corpi – umani e non -, stabilendo quindi una linea di contatto o, in modo più generale, una definizione spaziale del primo corpo così come degli altri. Tale definizione, però, è solo apparentemente definitiva.
In secondo luogo il corpo è relazione in se stesso poiché non è mai completamente dato, ma è in costante mutamento, ovvero è soggetto principale di una infinita trasformazione di sé. Un mutamento che lo rende un soggetto-trasformazione. In questo senso, mutando in modo incessante («mutando riposa» avrebbe detto Eraclito del mondo stesso), si generano continuamente nuove relazioni spazio-temporali con gli altri corpi vicini e lontani. Ed ecco perché la prima definizione, in verità, non appare mai come definitiva.

In altre parole, dunque, si può intanto dire che il corpo è ciò che “gestisce” la nostra relazione, sia tra le parti che ci costituiscono sia tra le parti che ci circondano e che, necessariamente, ci modificano e vengono modificate dal nostro agire. La relazione quindi non è qualcosa di effettivo e misurabile una volta per tutte, ma è una realtà a noi evidente che si dimostra sempre in mutamento, vuoi per influenza esterna, vuoi per semplice modificazione interna.

Tuttavia, chiunque di noi, potrebbe benissimo sostenere di rintracciare una certa, ed evidente, continuità del suo corpo. Ognuno, infatti, è un corpo, il proprio corpo, il quale viene percepito in modo continuo e più o meno uguale durante il tempo. Le relazioni, sia quelle del nostro corpo con l’esterno, sia quelle interne al corpo stesso, sembrano mutare non certo con rapidità e anzi i cambiamenti del corpo sembrano segnare unicamente dei passaggi decisivi nel nostro scorrere vitale.

Troppo spesso, infatti, ci si dimentica del proprio corpo, non lo si “sente”, persi nella riflessione o in un’attività nella quale il corpo è impegnato eppure paradossalmente quasi assente.

Daniel Pennac nel suo Storia di un corpo (un diario inventato di un anonimo francese del novecento che racconta le modificazioni e le sensazioni più profonde del suo corpo, giorno per giorno) ci dà dimostrazione di come invece il nostro essere un corpo sia un basso continuo nella vita di tutti i giorni. Troppo spesso, infatti, ci si dimentica del proprio corpo, non lo si “sente”, persi nella riflessione o in un’attività nella quale il corpo è impegnato eppure paradossalmente quasi assente. Pennac ha il merito di riportare il lettore ad avere una certa attenzione nei confronti del proprio corpo, a ricordarsi di essere un corpo.

Eppure in ogni istante, questa continuità corporale, è attaccata dal mutamento. Milioni di nostre cellule muoiono e ne nascono di nuove, rigenerando tessuti, cambiandosi di posto, allargandosi o stringendosi. Non passa secondo senza che il nostro corpo sia diverso da quello di un secondo prima. Il sangue deposita altro ossigeno e altre sostanze nutritive, modificando l’equilibrio e quindi la relazione interna. Di questo mutamento continuo siamo ancora di più all’oscuro di quanto non lo siamo nei riguardi della nostra corporeità stessa.

La relazione, infatti, sia interna che esterna, è parte costitutiva del nostro essere un corpo; e dove si situa la soglia che divide ciò che fa parte del “mio” corpo, e le parti che formano “gli altri” corpi?

Il corpo è stato argomento filosofico non da poco, disprezzato da alcuni filosofi e invece caricato positivamente da altri. Talvolta, per quelle tradizioni filosofiche che hanno considerato il corpo come una realtà, o sostanza, opposta e non coincidente con quella della mente, esso era pensato come qualcosa di strettamente privato, proprio, perché dominio diretto della res cogitans. Pensarne, al contrario, la continuità relazionale – ovvero secondo le due vie indicate in precedenza – significa farne sempre di più un oggetto non propriamente nostro e non completamente diretto dalla sfera mentale, bensì un vettore nel quale ci riconosciamo e che, nonostante ciò, ci appare anche in comune. La relazione, infatti, sia interna che esterna, è parte costitutiva del nostro essere un corpo; e dove si situa la soglia che divide ciò che fa parte del “mio” corpo, e le parti che formano “gli altri” corpi? Essere un corpo è piuttosto riconoscersi nell’interminabile schiera di relazioni che il mio vettore corporale intesse con tutto ciò che lo circonda. «Il nostro corpo è anche il corpo degli altri»1, scrive l’anonimo nel suo diario. E più avanti annota: «I miei acufeni, la mia acidità, le mie ansie, la mia epistassi, le mie…insonnie. Le mie proprietà, insomma. Che condividiamo con alcuni milioni di persone»2, come se in fondo queste cose non fossero solo sue, proprietà privata delle affezioni, sviluppo costante soltanto del suo mondo. In quanto soggetto determinato non si è mai definitivamente un io, né un corpo, per sempre dato e definitivo: sta anche qui buona parte della crisi dell’idea di persona nata dall’alveo concettuale cristiano-romano3.

Pensare una tale condivisione del corpo, o quantomeno del fondamentale correlato della relazione, significa dunque ristabilire le gerarchie che i rapporti fra le cose e le persone creano spontaneamente – frantumandole, in un certo senso. La dinamicità di un pensiero che non si limita a definire il corpo come il luogo privato ed esclusivo mediante il quale riconoscere il soggetto una volta per tutte, ma che lo conduce ad un “piano d’immanenza” dove lo scambio e la relazione sono sua parte costitutiva, è fondamentale affinché si comprendano anche molti dei fenomeni sociali e culturali del nostro tempo. Gli uomini non possono rimanere fermi e isolati come delle monadi asettiche, sono corpi nella misura in cui si inter-scambiano, con-vivono gli spazi e le proprietà comuni di cui sono contestualmente causa ed effetto, ragione e risultato mai definitivo. Ciò che risulta “stabile”, per così dire, è proprio la relazione, il cambio, l’atto stesso del mutare. Coloro i quali intendono mettere vincoli, politici, a questa natura stanno semplicemente cercando di porre fine a qualcosa che, in realtà, è ciò che li costituisce e che non può mai terminare.

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  1. D. Pennac, Storia di un corpo, Feltrinelli, p. 37. 

  2. Ivi, p. 196. 

  3. Su questo si vedano alcuni dei lavori più recenti di Roberto Esposito. 

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