Della Pop-Filosofia.

Sulla pop filosofia. Alcune battute su un fenomeno che mette insieme filosofia e altri saperi con un occhio ben attento al marketing.

Cobb
Visto che, a seguito della sollecitazione di Luciano sulla pop filosofia, non si sono ancora avuti degli interventi sul tema in questione, e considerato che comunque sono stato colui che ha raccolto, sebbene sporadicamente, alcune vostre opinioni (che mi attendo diventino articolate e fruibili da tutti) mi incarico di iniziare il tema.
A chi si rivolge la pop filosofia? Quali temi essa affronta? La pop filosofia (festival, convegni, eventi che si definiscono genericamente come filosofici) sostiene che la filosofia deve essere democratica, saper parlare un linguaggio popolare e quindi rivolgersi alla gente tramite argomenti in grado di poter attirare il suo interesse. Di conseguenza si hanno i festival, gli aperitivi, le filosofie del cammino, quelle del treno, della musica rock, del porno ecc. ecc. Ora, se il destinatario della pop filosofia è la gente e questi sono gli argomenti, si deve allora dire con chiarezza che la pop filosofia non è filosofia. Chi solo superficialmente si è avvicinato alla filosofia sa che essa non solo non è mai stata popolare (e di questo il senso comune conserva ancora, per fortuna, una certa dose di prevenzione nei suoi confronti) ma che nemmeno ha mai pensato di potersi rivolgere a tutti in modo indiscriminato. Basta leggere soltanto le introduzioni alle opere dei grandi filosofi per rendersi conto di ciò. Questo ovviamente non significa snobismo. Significa piuttosto che la filosofia, per sua natura, è aperta a coloro che intendono attrezzarsi in modo tale da poter compiere la difficile ed impegnativa, anche e soprattutto da un punto di vista etico e personale, ricerca della verità. La pop filosofia sembra piuttosto avere maggiore vicinanza con la religione: da qui i facili slogan, i riti e i culti che già ad essa si accompagnano, la letturatura intimista che la contraddistingue.
Rimane allora da chiedersi, se tutto ciò che ho detto è vero, che fine ha fatto la filosofia. Esiste oggi? A chi si rivolge? La risposta è: certo che esiste. Ho voluto appositamente mettere a confronto un articolo tipico della pop filosofia (quello di Veneziani) con un articolo che ritengo di spessore filosofico (quello di Nadler su Spinoza). Ma, come mi è stato obiettato, articoli come quelli di Nadler non potrebbero comparire sui nostri giornali italiani, nemmeno se questi si chiamano Corriere della Sera, perché nessuno li leggerebbe. E allora di che cosa stiamo parlando? In altre regioni del mondo però essi sono pubblicati (Nadler appunto sul New York Times): e però, come mi è stato obiettato da un’altra parte, il problema non riguarda il contenuto ma la stratificazione sociale che altrove permette la ricezione di tali articoli mentre da noi, per effetto dell’ipocrisia ultraegualitarista imperante, non è possibile. E allora, mi domando di nuovo: di che cosa stiamo parlando? Per approfondire la questione bisognerebbe aggiungere che una parte minima della vera filosofia accetta di entrare nei contenitori della pop filosofia (ma non è certo quella più rilevante né ha speranze maggiori di essere più efficace). La filosofia delle università è in crisi irreversibile da ormai due secoli e quindi non la discuto. Le riviste specialistiche fanno esercizi sterili e, come si diceva una volta, autoreferenziali. In realtà, da questo punto di vista, credo che ci sarebbe da discutere sui mezzi che ospitassero eventuali contributi filosofici, ovvero i giornali e in genere i mass media. E su questo versante non bisogna dimenticare che i giornali non solo finiscono spesso per avere la funzione di immettere quotidianamente veleno nella società e nel pensiero (Schopenhauer) ma costituiscono la vittoria storica dell’ignoranza sulla sapienza, la pretesa degli incolti di dettare legge ai colti, la vittoria della plebe sull’aristocrazia del sapere. Brutto a dirlo, ma a me sembra che sia così. I giornali devono vendere (così come deve vendere un contenitore pop filosofico) e quindi il suo fine immediato è la doxa, cioè l’opinione, non la verità. Questo non significa che la verità non possa comparirvi o che la verità abbia i suoi mezzi di comunicazione specifici. Ma dove parla oggi la filosofia? Parla in coloro che ieri, come oggi, sono disposti al ragionamento piuttosto al proselitismo, all’esibizione degli argomenti prima che delle belle parole, alla ricerca della verità piuttosto che a quella del consenso. E, qualora si rinvenissero queste persone, ancora ciò non basterebbe. La filosofia, per essere tale, sembra debba avere quel carattere di incisività che le permette prima o poi di diventare una politica. Da questo punto di vista più degnamente sembrano aver servito la filosofia alcuni politici del passato (mi riferisco a Moro ed Einaudi solo per restare in Italia) piuttosto che tanti filosofi odierni i quali sembrano aver consegnato ad una mesta sterilità di parole la loro speculazione (e qui non faccio nomi ma più o meno li immaginate).

Nick Machia
In effetti, ne avevamo fatto accenno qui:http://www.ritirifilosofici.it/?p=134.

LM
mi pare evidente che la pop filosofia, proprio come il discorso che ci fece “quello …”, ha una finalità meramente economica. Creare l’evento per attirare gente, per far girare soldi. Si tratta, quindi, di niente altro che altri riti nei quali si incensa l’unico dio moderno: il denaro. Potremmo dire, in questi casi: philosophia ancilla economiae.

OP
Immagino che spesso sia così.Interessante l’intervento di Cobb, proprio come persona che si avvicina superficialmente alla filosofia intesa come studio o lettura o ascolto del pensiero dei classici, percepisco chiaramente l’intrinseca anche se evidentissima verità di quanto afferma Cobb circa la non popolarità per sua natura di tale disciplina, tutt’al più si potrebbe precisare quindi che sì certo, la flosofia e cioè i filosofi, non hanno mai pensato di potersi rivolgere a tutti,ma se anche lo avessero pensato non sarebbe comunque stato possibile. Quella sui giornali che costituiscono la vittoria storica dell’ignoranza sul sapere non l’avevo mai sentita,almeno espressa in questi termini e per carità, conterrà pure qualche elemento di verità e magari andrebbe circostanziata meglio, ma così com’è sembra riecheggiare una concezione elitaria ed aristocratica del sapere e della cultura che aveva un senso(e delle motivazioni) tanto tempo fa,mentre mi sembra che la progressiva diffusione dell’alfabetizzazione prima e del sapere e quindi dell’accesso allo studio poi,siano state una delle caratteristiche del pensiero democratico mirante al progresso della società e del genere umano.Per non ricordare il ruolo svolto anche dalla crescente diffusioni di giornali e riviste in alcuni passaggi storici, il primo che viene in mente è la rivoluzione americana nella seconda metà del settecento.

Nick Machia
Rivoluzione americana che però si fonda, guarda caso, sulla convinzione dell’efficacia propulsiva delle élites. Come dicevo a mm alcuni giorni fa, non andiamo da nessuna parte se non prendiamo atto della assoluta necessità (e, dunque, della intrinseca utilità) delle élites, anche e soprattutto in ambito accademico; se non ci rendiamo conto che più il discorso si fa complesso, più il livello di comprensione è condizionato dalla “classe” cui appartiene l’ascoltatore. Questo è un argomento che mi sta molto a cuore: cercherò di scriverci qualcosa di più articolato.

Gio Parmenideo
Filosofia per tutti o… tutti per la Filosofia? Il dilemma era nell’aria da qualche anno, se è vero come è vero che da un decennio, come detto già da mm e dallo stesso Veneziani nel suo articolo, è tutto un moltiplicarsi di festivaloni e festivalini legati alla nostra Amata su e giù per lo Stivale. E se è vero che oramai in qualunque scaffale filosofico di una libreria (quelli più scomodi e nascosti, per intenderci, di solito contigui o addirittura frammisti, nella migliore delle ipotesi, alla sezione religiosa ed esoterica…sigh) è possibile recuperare un’edizione della Critica della ragion pura solo dietro strati di Simpson filosofici e introduzioni alla filosofia per meccanici o fruttivendoli in pensione (categorie degnissime di rispetto, a scanso di equivoci). Che questo sia l’ultimo fiore del sogno modernista degli Enciclopedisti di allargare la base del Sapere, o piuttosto la sua triste deriva…è quello che ci turba e ci interroga. Eppure qualcosa mi dice che, così formulata, la questione finisca per essere malposta, e renda impossibile una decisa (e univoca) presa di posizione. La Filosofia nasce grande, lo sappiamo. Ce lo ha insegnato il nostro comune maestro Severino. E come tale nasce con una grande pretesa, richiede una grande passione, coinvolge le parti migliori e più elevate di un essere umano. Insomma, è una roba per pochi eletti, si direbbe. Eppure. Eppure il suo senso, il senso della Verità che in essa si disvela e cerca di farsi largo…è di raggiungere e farsi pane per ognuno, o sbaglio? Non è a quei banchetti popolari che anche noi abbiamo saziato da ragazzi quei primi incomprensibili “vuoti” allo stomaco, acceso entusiasmi, contaminato le nostre amicizie e i nostri pensieri? Quanti chilometri abbiamo fatto, caro mm, da una parte all’altra del paese, anche solo per ascoltare appollaiati una lezione dell’Emanuele? In quali improbabili alberghi abbiamo dormito? Su quali imbarazzanti riviste abbiamo ritagliato feticisticamente articoli e spunti di riflessione? Il vero discrimine, secondo me, non è tra filosofi professionisti o dilettanti, tra elite e volgo, ma, come dice Eraclito, tra svegli e dormienti. Voglio dire, come è già stato fatto molto bene da alcuni di voi, che può esserci molta più Filosofia viva in una classe di scuola elementare che in un’ intera sessione di senato accademico, molto più pensiero razionale in un manualetto di barzellette filosofiche che in dieci tesi di laurea. Dovremmo bandirla dai Licei la filosofia, se non credessimo alla sua capacità di attecchimento, diffusione, germinazione. In fondo ha ragione in questo Veneziani, ogni insegnante di filosofia deve essere un po’ pop in fondo. Perché diverse sono le orecchie, i cuori, le capacità di ricezione con cui un insegnante, anche un insegnante di filosofia, si confronta quotidianamente. E diverse sono allora le mediazioni didattiche, le strategie comunicative, le risorse bibliografiche e multimediali a cui, da questa parte della cattedra, si finisce per far ricorso affinché quel messaggio e quel frammento di sapienza arrivi a destinazione (sm che questo inverno sta dividendo con me le fatiche e le gioie che la gestione di 3 classi comporta, credo mi sia testimone). La differenza è che la gran parte di quegli orecchi e di quei cuori, nonostante il seme gettato con tanta amorevole cura, rimarranno ciechi e sordi al richiamo profondo del Logos: rimarranno per tutta la loro vita dei dormienti. Altri invece, meravigliosi, inattesi fiori nel deserto, si leveranno da quel torpore per diventare svegli. E lo saranno per sempre, qualunque sarà la loro occupazione, status sociale, condizione familiare o intellettuale. E quel pane lo cercheranno, e lo troveranno, è questo il punto, ovunque: in un film, in una kermesse, in un allegato di una rivista, piuttosto che, come potrebbe sembrare imprescindibile per noi, nel tepore di una biblioteca o di un’aula universitaria. Io ho smesso di scandalizzarmi da un pezzo. Specie da quando ho capito, mai troppo presto, che non le vie del Signore sono infinite, ma quelle della Shopia. Appunto. Compresa la sua variante pop.

Cobb
La quantità del pubblico filosofico sta a quella del pubblico dei poeti come il numero della gente che vuol essere istruita a quello di coloro che vogliono essere intrattenuti” Schopenhauer, Sulla filosofia e il suo metodo in Parerga e paralipomena, vol.II, Adelphi, p. 13.

OP
Ma i poeti hanno così tanto pubblico?

Cobb
Certo, nessuno dei due è messo bene! Ma sicuramente i poeti ne hanno più dei filosofi! Hai presente il fatto che in ogni celebrazione c’è sempre qualcuno che senta il bisogno di dire di aver scritto una poesia o, peggio, di recitarla?

Lucilio
A parte i complimenti per la scrittura e per la qualità delle tue [Gio Parmenideo], sempre sagge, opinioni, vorrei affermare alcune mie riflessioni a riguardo, soprattutto grazie agli spunti che tu hai sollecitato. In primo luogo: la metafora di Eraclito è calzante (soprattutto se la trasmutiamo in termini moderni, fra credenti – i dormienti – e i non credenti – i filosofi) ma va messa in atto. Mi spiego. La Filosofia (come tutto il sapere) è, democraticamente, come ricordava giustamente OP, di tutti, ma purtroppo non è per tutti. Non ogni persona riesce a spostare il proprio sguardo oltre la siepe, e a svegliarsi. La richiesta di convegni, filosofia nelle piazze etc è un modo per sollecitare un’aria di cultura che piace tanto, che fa vera tendenza, che fa essere “fighi”. La realtà è che: degli infiniti spunti che un Severino può dare in una Lectio Magistralis in piazza la maggior parte dell’uditorio capirà il 3/4%. Quelle persone non vanno a fare filosofia, vanno a cercare qualcosa che non sanno cosa sia, e che è troppo pesante ed ingombrante per le loro teste. Non è per tutti così, è ovvio. Ma cercare di abbassare il livello della discussione filosofica per permettere a tutti di fruirne è un omicidio che non voglio vedere. Mi si potrebbe dire: “anche Seneca fa così con Lucilio, nelle prime lettere”. E’ vero Seneca abbassa il tenore della discussione per iniziare Lucilio alla Filosofia, e alla saggezza. Ma poi – alla fine delle Lettere – si comincia a discutere di Filosofia vera, di quella che pesa. E costantemente Seneca dice a Lucilio di diffidare dalla piazza e dalla folla, ché sono la peggior conferma. In secondo luogo, poi, vorrei ricordare che la Filosofia non si deve piegare alle esigenze dell’uomo che vuole conoscere. Ma semmai è il contrario. Non sbagli te, caro Giò, a cercare di far passare anche il minimo granello di sabbia nei tuoi alunni del Liceo. Non sbagli. Solo chi è pronto, forse, riuscirà a coglierlo. Ma quello non sta a te, sta all’animo nobile di chi ascolta capire che la Filosofia non è un passatempo, e nemmeno un modo per fare i “fighi” ad una Lectio Magistralis, ma qualcosa di più impegnativo. In conclusione: ben accetti i festival e le Lectio Magistralis in piazza basta che il livello sia alto, mai si abbassi per far comprendere a tutti quello che non tutti vogliono capire. Come diceva Gaber in una delle sue ultime, tristi, canzoni:”La cultura per le masse è un’idiozia”.

Dioniso
Davvero un bel confronto… ma il nietzscheano che è in me non può che posizionarsi su una posizione forse eccessiva ma doverosa, ossia un rifiuto piuttosto deciso della pop-filosofia. Certe cose non sono per tutti e basta uno sforzo minimo per rendersene conto. La questione sollevata dal Parmenideo in merito all’educazione tocca sicuramente un aspetto importante del percorso di avvicinamento alla Filosofia, lo stesso Zarathustra inizialmente è pervaso dal desiderio di scendere dal monte per divulgare ciò che ha conquistato al popolo, salvo poi ricredersi nella piazza del mercato, dove lo spettacolo di un funambolo qualsiasi riusciva a catturare l’attenzione di tutti molto meglio del profumo del suo sapere, e tutti quei nasi all’insù sapevano proprio di rifiuto. Ora la domanda mi sorge spontanea, ma sarà davvero così utile portarla per strada la Filosofia? In merito non posso che concordare l’argomentazione di Lucilio riguardo ai convegni. Non è che io voglia fare il catastrofista sia chiaro, non vedo un futuro buio per la Regina, ma io non ci credo alla Filosofia per tutti, se non altro per il fatto che l’emblema stesso del sapere contemporaneo, la scienza, che senz’altro si addice molto di più alle masse per la sua spettacolarità (come quel funambolo in equilibrio sulla piazza del mercato), è riuscita nel suo matricidio, perché sebbene essa abbia trovato molte risposte, converremo sicuramente tutti su quale sia l’origine delle domande. Ho imparato a diffidare dal consenso delle piazze, perché con l caduta del funambolo e la fine dello spettacolo tutti se ne vanno e solo Zarathustra rimane. Ecco, è così che mi piace pensare la Filosofia, come ciò che persiste, ciò che uno spettacolo dopo l’altro sopravvive nei cuori e negli occhi di chi ha la forza di distogliere lo sguardo dal palco e addentrarsi fra le quinte, giacché solo la conquista un passo dopo l’altro permette davvero di assaporare la vetta. Questo inevitabilmente manterrà relativamente basso il numero appassionati, ma forse proprio per questo saranno veri appassionati. Quindi, in conclusione, il mio è un no alla pop-filosofia, e un sì alla qualità…la quantità non importa, ciò che è per tutti, c’è un motivo se è per tutti.

Lucilio
Chapeaux per Andrea.

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Articolo interessantissimo e mi sembra oculato – ne leggo per ora solo le prime battute – che non mancherò di approfondire con attenzione

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