Della temerarietà delle congiure contro il tiranno

Nella prima parte di questo articolo (Machiavelli e l’autodissoluzione di ogni tirannide) abbiamo esaminato il concetto di tirannide nel pensiero di Niccolò Machiavelli. In particolare nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio Machiavelli sviluppa, intorno al concetto di tirannide, un apparente paradosso. Ogni nuovo ordine esige una fondazione tirannica e tuttavia il tiranno è estremamente vulnerabile, perché lo stato fondato sulla crudeltà è precario e destinato presto a fallire. D’altro canto, ogni tentativo di sopprimere il tiranno non fa che esasperarne la crudeltà, rafforzandone dunque il regime.

Pubblichiamo qui la seconda parte dell’articolo.

 

Della temerarietà delle congiure contro il tiranno Machiavelli tratta nel più lungo dei capitoli dei Discorsi. Il capitolo terzo del libro terzo Delle congiure appare quasi un trattatello a sé stante sulla pericolosità (e per il principe e per i sudditi) delle cospirazioni per eliminare il re o tiranno al potere. Il fine, scrive il Fiorentino rinviando a Tacito, è che «i principi imparino a guardarsi da questi pericoli, e che i privati più timidamente vi si mettino, anzi imparino ad essere contenti a vivere sotto quello imperio che dalla sorte è stato loro proposto». Le congiure si fanno o contro il principe o contro la patria; si fanno per desiderio di vendetta o per liberare la patria; da questa deve guardarsi in particolare il tiranno, che se avesse contro il popolo farebbe bene a deporre il potere per evitare il tirannicidio. Ora, le congiure contro il tiranno sono foriere di pericoli per tutti gli attori in opera (dal signore ai congiurati), in ogni loro fase di realizzazione (vale a dire dalla preparazione all’esecuzione) e persino negli effetti che producono, cioè nelle conseguenze nefaste cui fatalmente conducono lo stato stesso.

Appena tre capitoli prima l’autore dei Discorsi aveva usato parole durissime contro i cospiratori, rammentando la vicenda di Lucio Giunio Bruto che, cacciato Tarquinio il Superbo ed eletto primo console con Collatino, nel 509 a.C. fece uccidere i suoi stessi figli, Tiberio e Tito, per aver congiurato contro la res publica al fine di restaurare il regno e riportare al trono i Tarquini. Il capitolo terzo del terzo libro parla infatti eloquentemente della necessità per qualsiasi nuovo ordine di «amazare i figliuoli di Bruto», ovvero della esigenza di eliminare tutti i sostenitori del precedente ordine politico. L’urgenza di giustiziare «i figliuoli di Bruto» era stata già mostrata al lettore dei Discorsi nel primo libro al capitolo sedicesimo, là dove si afferma che l’eliminazione dei fautori dell’ordinamento che si è mutato è condizione necessaria, il «rimedio più potente», alla solida e duratura fondazione del nuovo ordine, perché «chi prende a governare una moltitudine, o per via di libertà o per via di principato, e non si assicura di coloro che a quell’ordine nuovo sono inimici, fa uno stato di poca vita».

E il Fiorentino illustra la necessità di eliminare i sostenitori dell’ordinamento preesistente con lo «exemplo» di Piero Soderini (gonfaloniere a vita della Repubblica fiorentina finché il ritorno dei Medici lo costrinse alla fuga) il quale «si credeva superare con la pazienza e bontà sua quello appetito che era ne’ figliuoli di Bruto, di ritornare sotto un altro governo e se ne ingannò. E benché quello, per la sua prudenza, conoscesse questa necessità; e che la sorte e l’ambizione di quelli che lo urtavano, gli dessi occasione a spegnerli; nondimeno non volse mai l’animo a farlo». Da uomo «savio e buono» non usò «tirannicamente» la sua «istraordinaria autorità» per spegnere i sostenitori dei Medici ed errò. Così Machiavelli ammonisce sul ricorso ai modi tirannici, i quali vanno giudicati dal fine, poiché anche il Soderini, «quando la fortuna e la vita l’avessi accompagnato, che poteva certificare ciascuno, come, quello l’aveva fatto, era per salute della patria, e non per ambizione sua; e poteva regolare le cose in modo, che uno suo successore non potesse fare per male quello che elli avessi fatto per bene».

La vicenda storica del Soderini, nella sua esemplarità, riassume in sé alcuni principi della scienza politica machiavelliana, che il Fiorentino ha altrove già teorizzato, sia nei Discorsi che nel Principe. Si pensi, nello specifico, al ricorso ai «modi crudelissimi», non solo accettati ma persino raccomandati per dare fondamenta salde e durature al nuovo ordine che si intende stabile; si pensi anche al giudizio storico che d’una azione politica si debba dare, guardando non ai mezzi ma in primis al bene comune. Nel capitolo diciottesimo dei Discorsi, infatti, Machiavelli ha già detto della rarità d’un riordinatore di città che sia al contempo buono nel fine e cattivo nei mezzi: «perché il riordinare una città al vivere politico presuppone uno uomo buono, e il diventare per violenza principe di una republica presuppone uno uomo cattivo; per questo si troverrà che radissime volte accaggia che uno buono, per vie cattive, ancora che il fine suo fusse buono, voglia diventare principe; e che uno reo, divenuto principe, voglia operare bene, e che gli caggia mai nello animo usare quella autorità bene, che gli ha male acquistata».

Ancora nei Discorsi, nel capitolo nono del primo libro, il segretario fiorentino si è già espresso a favore di coloro che, per ordinare nuovi stati su solide fondamenta, ricorrono ad una autorità assoluta, straordinaria, ribadendo che il giudizio finale sull’atto fondativo spetta non alla morale, ma alla storia. Nei termini cristallini di Machiavelli: «uno prudente ordinatore d’una republica, e che abbia questo animo, di volere giovare non a sé ma al bene comune, non alla sua propria successione ma alla comune patria, debbe ingegnarsi di avere l’autorità, solo; né mai uno ingegno savio riprenderà alcuno di alcuna azione straordinaria, che, per ordinare un regno o constituire una republica, usasse. Conviene bene, che, accusandolo il fatto, lo effetto lo scusi; e quando sia buono, come quello di Romolo, sempre lo scuserà: perché colui che è violento per guastare, non quello che è per racconciare, si debbe riprendere». Che poi, nel giudicare le azioni politiche dei principi si debba badare più alle mani che «alli ochi», è detto nel Principe, nel capitolo diciottesimo, là dove dice che in ciò «si guarda al fine».

E il fine è, senza dubbio alcuno, la fondazione di un ordine nuovo, di uno stato stabile e duraturo; dal momento che il reggimento statale che non ha questa caratteristica diventa ben presto tirannide. La tirannide, infatti, ha per essenza il fondamento antinomico della violenza e del terrore che incute; è quel regime politico che manca di una vera e propria base di consenso, e dei grandi e del popolo; è quell’ordinamento velleitario che, proprio quando aspira alla potenza assoluta, implode su sé stesso. La definizione di tirannide che emerge dai Discorsi, più che dalle pagine del Principe, è presto detta: «un reggimento nel quale il signore governa non solo contro il popolo, ma anche contro i grandi». Questo regime autenticamente tirannico ha come corollario diretto ciò che Sasso ha ben evidenziato nella sua minuziosa ricostruzione del rapporto esistente tra principato civile e tirannide, vale a dire che «a mantenersi integra nell’effettiva esistenza politica, la tirannide incontra una difficoltà fondamentale, dalla quale è costretta al suo destino, che è o di autodissolversi o di trasformarsi».

Non è un caso che l’attenzione dell’acutissimo esegeta machiavelliano si concentri su un breve passo del Principe, dello spinoso e controverso capitolo nono, là dove il segretario fiorentino afferma laconicamente, riferendosi ai principati civili fondati sul consenso popolare, che «sogliono questi principati periclitare, quando sono per salire dallo ordine civile allo absoluto». Per una interpretazione di questo problematico ed ermetico passo si rinvia alla lucida e dettagliata analisi fornita dal Sasso. Qui si tenterà invece una sintesi conclusiva di ciò che si è sopra ampiamente mostrato. La tirannide è una chimera, che si dissolve nello stesso momento in cui la si istituisce; una effimera crisalide che può solo morire o trasformarsi in altro; un tiranno può soltanto morire o farsi principe civile. Per questa sua natura, la tirannide è tenuta in vita dalle congiure contro il principe, che legittimano il ricorso alla crudeltà, unico fondamento in un ordine altrimenti privo di basi consensuali; il tirannicidio è dunque non la soluzione, ma il problema. Il rimedio sarà, allora, nella detirannizzazione del potere.

Postilla
Il tema della tirannide in Machiavelli è quanto mai ampio e complesso; senza alcuna pretesa di esaustività, questo contributo intende essere mero invito alla lettura dei testi del Segretario Fiorentino e degli studi più articolati a cui di seguito si rimanda: si vedano in particolare l’analisi lucidissima e filologicamente accurata di Gennaro Sasso e, per i più temerari, l’ardita esegesi fornita da Leo Strauss.

Riferimenti bibliografici
– Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Dell’arte della guerra e altre opere, a cura di Rinaldo Rinaldi, UTET, Torino 2006, 2 voll.: De principatibus, pp. 105-409; Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Libri I-II, pp. 411-943; Libri III-IV, pp. 944-1214.
– Leo Strauss, Thoughts on Machiavelli, The Free Press, Glencoe (Illinois) 1958; trad. it. a cura di Giuseppe De Stefano, Pensieri su Machiavelli, Giuffrè Editore, Milano 1970.
– Gennaro Sasso, Principato civile e tirannide, in Id., Machiavelli e gli antichi e altri saggi, vol. 2, Ricciardi, Milano-Napoli 1987, pp. 351-490.
– Adriano Prosperi, Machiavelli e la tirannia. Note sui Discorsi, «Quaderni di storia», 2010, 71, 1, pp. 5-28.

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