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L’eterno ritorno è filosofia?

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Tesi a favore

L’eterno ritorno dell’identico (Ewige Wiederkunft des Gleichen) fa la sua prima comparsa nel pensiero di Nietzsche – seppure solo nelle sue annotazioni personali – già nel 1881, quando, dopo aver premesso l’infinità del tempo e l’eterno divenire del mondo conclude: «Quale che sia lo stato che questo mondo può raggiungere, deve averlo già raggiunto, e non una ma infinite volte»1. Da ciò si può affermare che tale pensiero si impone nell’opera nietzscheana con la forza incontrovertibile della necessità, in quanto diretta conseguenza del fondamento, ossia dell’eterno divenire del Tutto.

La sua prima comparsa ufficiale, seppure solo per via implicita, l’eterno ritorno la fa in La gaia scienza (1882) nell’aforisma 341 – il penultimo nella prima edizione – dove per bocca di un demone, tale pensiero viene instillato nella mente di ogni spirito libero che abbia fin lì seguito l’argomentare di Nietzsche. Sul finire dell’opera che rivelava la morte di Dio infatti, non poteva che farsi evidente la criticità della condizione umana che, venuto meno il proprio tradizionale fondamento, si trovava ad essere orfana di un principio che giustificasse la sua contingenza. Questa dottrina costituisce perciò: «Il grande tentativo di “ritradurre” l’uomo nella natura di tutte le cose e di far riconoscere nella metafisica, divenuta sovra- e retro-mondana, la perenne physis del mondo, e la “grande ragione del corpo” quale elemento fondamentale che sempre è, che resta identico a se stesso e ritorna»2.

Così parlò Zarathustra è l’opera che, come dichiara lo stesso Nietzsche in Ecce homo, svela il carattere fondamentale dell’eterno ritorno: «La suprema formula dell’affermazione che possa mai essere raggiunta»3. Sono diversi i capitoli dedicati al disvelamento del mistero racchiuso in esso che non a caso viene posto sotto forma di enigma, ma tra i più importanti per afferrarne la reale portata c’è senz’altro Della redenzione. Qui infatti la lotta nietzscheana contro ogni eterno immutabile (Dio, la metafisica, la morale in quanto emanazione divina) giunge di fronte all’ultimo e più grande avversario: il passato, che con il suo factum infectum fieri nequit incatena la volontà di potenza a qualcosa che, essendo stato, non è più in suo potere. Solo affermando l’eterno ritorno si supera anche quest’ultimo ostacolo (non a caso Della redenzione fa quasi da preludio alla terza parte dello Zarathustra, quella più prettamente dedicata alla dottrina in questione), perciò esso s’impone come l’unica via per chiudere il cerchio di un’argomentazione filosofica che nel suo affermare l’eternità del divenire come fondamento, incontra la necessità del tempo circolare. «Quando, nell’“attimo immane”, l’uomo vede la necessità dell’eterno ritorno e del proprio volerlo, e vuole effettivamente che la sua vita ritorni a lui innumerevoli volte, egli ama totalmente e infinitamente la vita»4; e in ciò oltrepassa se stesso facendosi superuomo.

 

Tesi contro

Analizzando il punto di vista prettamente autobiografico, è lo stesso Nietzsche in Ecce homo a svelare il carattere quasi rivelato dell’eterno ritorno, giunto così, all’improvviso durante una passeggiata. Da ciò non è assurdo concludere che di tale pensiero non vi fosse traccia alcuna nella mente del filosofo prima di un simile evento e che solo in seguito egli si sia iniziato a porre il problema di come inserire nel suo corpus filosofico: «questo beffardo mistero della follia dell’ultimo Nietzsche»5.

Se si vede La gaia scienza, inoltre, si nota subito che nell’aforisma 341 Il peso più grande, ossia la prima implicita comunicazione dell’eterno ritorno, questo viene posto non solo in chiave ipotetica, ma la sua partita si gioca tutta sul piano individuale; è il soggetto a dover scegliere la sua verità: «Ti rovesceresti a terra, digrignando i denti […]? Oppure [avresti risposto] “Tu sei un Dio e mai intesi cosa più divina!”»6. Sentore poi confermato anche da altri passaggi contenuti in Così parlò Zarathustra, come La visione e l’enigma, in cui la scena del pastore che morde la testa al serpente che gli mordeva la gola si pone di nuovo come una questione tutta personale, un atto di fede, attraverso il quale l’eterno ritorno: «Viene ad apparire come l’ora di una decisione puramente umana, come cesura che l’uomo deve sempre di nuovo produrre»7. Resta inoltre il problema relativo al fatto che, anche se questa fosse la teoria filosofica che permette di affermare definitivamente il dominio del divenire sull’essere rendendo vincibile ogni eterno, essa nondimeno ne innalza uno nuovo, l’eterno ritorno appunto, mostrandosi palesemente contraddittoria.

Per Giametta poi, quando si parla di Nietzsche si ha di fronte un moralista con la stoffa del grande poeta: «Ma dire che Nietzsche era un moralista, e certamente uno dei più grandi, significa in particolare che non era un filosofo»8, perché mentre la filosofia inerisce alla conoscenza della Verità, il moralismo non può che occuparsi di questioni umane troppo umane. Se filosofia c’è in lui, essa è solo negativa e legata al desiderio di difendere al meglio il proprio pensiero, pertanto, l’eterno ritorno non può che porsi come: «un’escogitazione integrativa e l’appropriazione di un mito ricalcato, già da altri, sull’immagine del ciclo naturale»9; una fantasia che il suo ingegno tentò di mutare in filosofia in ogni modo.

Soluzione

I motivi pro e contro presentati nella quaestio non ci sembrano sufficienti per negare all’eterno ritorno un valore filosofico, per cui si può concludere che l’eterno ritorno è una dottrina filosofica, essendo profondamente interconnesso con un tema prettamente metafisico come la temporalità.

 


  1. F. Nietzsche, Opere di Friedrich Nietzsche, ed. it. G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano, 1964-, vol. V, II, fr. 11[148]. 

  2. K. Löwith, Nietzsche e l’eterno ritorno, Laterza, Roma-Bari, 2010, p. 192. 

  3. F. Nietzsche, Ecce homo, Adelphi, Milano, 2011, p. 94. 

  4. E. Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano, 1999, p. 199. 

  5. E. Bertram, Nietzsche. Per una mitologia, Il Mulino, Bologna, 1988, p. 56. 

  6. OFN, op. cit., vol. V, II, pp. 236-237. 

  7. K. Schlechta, Nietzsche e il grande meriggio, Guida, Napoli, 1981, p. 67. 

  8. S. Giametta, Nietzsche e i suoi interpreti. Oltre il nichilismo, Marsilio, Venezia, 1995, p. 21. 

  9. Ivi, p. 23. 

La carità è soltanto una virtù teologica?

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Tesi a favore
La parola carità, nella tradizione cristiana, traduce il greco agape che indica un amore più elevato rispetto a quello erotico. L’incidenza del latino sul termine è molto importante. Carità infatti può derivare sia da carus che da charis, sicché «se la parola carità si fa derivare da carus indica un amore che ha per oggetto ciò che è più prezioso, se invece si fa derivare da cháris indica un amore che non nasce dal nostro fondo naturale ma che viene da fuori, da Dio per grazia»1. Da ciò si giunge ad affermare che l’agape, cioè la caritas, è carattere tipico ed esclusivo del cristianesimo, il quale senza di essa, «perderebbe il suo carattere peculiare. L’agape è la concezione fondamentale originale del cristianesimo»2.

Insieme a fede e speranza, la carità non soltanto è una delle tre virtù teologiche ma è anche la più importante perché, come dice l’apostolo Paolo, se tutte e tre rimangono anche nel mondo futuro, la carità è la più grande di tutte3. Sempre da un punto di vista biblico si indica nella carità il motivo centrale del Nuovo Testamento che in tal senso avrebbe abrogato la Legge dell’Antico Testamento.

San Tommaso tratta estensivamente ed analiticamente della carità dalla questione 23 alla questione 27 della seconda sezione della seconda parte della Somma Teologica. Innanzitutto egli afferma che la carità è una certa amicizia dell’uomo con Dio e che la sua causa risiede propriamente in Dio: «L’atto di carità richiede più di ogni altro che esista in noi una forma aggiunta alla potenza naturale che la pieghi all’atto della carità e la faccia agire con prontezza e diletto». La carità è poi una virtù in quanto ci unisce a Dio fondandosi non sulla bontà dell’uomo ma su quella del creatore. Essa è virtù speciale senza cui non ce ne possono essere di altre a meno che, che spiega l’Aquinate, si abbia di mira un bene particolare.

 

Tesi contro
Da un punto di vista biblico si deve dire che già nell’Antico Testamento Dio si fa conoscere come colui che vuole amore e non sacrificio4. Non solo. Se è vero che i contesti vanno sempre distinti, è anche vero che l’amore è uno e allora si devono necessariamente evitare tutte le dissociazioni che distinguono tra amor e caritas, tra eros ed agape. La stessa Bibbia, nel Cantico dei cantici, parla e celebra l’amore tra uomo e donna senza che Dio si intrometta nel loro dialogo: la tradizione patristica, a questo proposito, avendo difficoltà ad inserire il libro tra quelli canonici, lo ha spesso spiritualizzato svalutandone l’aspetto carnale.

Da un punto di vista filosofico si ha caritas quando l’amore dell’uomo verso l’altro uomo avviene in nome di una ragione universale. La carità è un’inclinazione naturale o coltivata dagli uomini in quanto essi si sentano parti di un intero. La caritas si ha non in quanto siamo mossi da una simpatia personale ma in nome di una ragione universale che può essere chiamata dio, natura, umanità. In una delle lettere a Lucilio, rispondendo alla domanda su come ci si debba comportare verso gli altri individui, Seneca afferma: «La natura ci ispirò il reciproco amore e ci fece socievoli. Essa regolò l’equità e la giustizia: secondo i suoi principi è più miserevole chi offende che chi è offeso» 5.

Secondo Spinoza, l’amore è una gioia accompagnata dall’idea di una cosa esterna6; a comandare il precetto dell’amore verso gli altri è la ragione in quanto «chi vive sotto la guida della ragione è spinto, per quanto può, a controbilanciare l’odio, l’ira, il disprezzo ecc. di un altro verso di lui con l’amore»7 A queste obiezioni si può rispondere affermando che Spinoza utilizza carità anche nel senso di pietà e che nel Trattato teologico politico l’ incipit è tratto dallo stesso vangelo: «Da questo conosciamo che noi siamo in Dio e Dio abita in noi, poiché ci ha dato del suo spirito» ovvero l’amore.

 

Soluzione
I motivi pro e contro presentati nella quaestio non ci sembrano sufficienti per assegnare alla carità una dimensione puramente divina per cui si può concludere che la carità non è virtù teologica, essendo per essa sufficiente la sola ragione.

 

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  1. R. Pizzorni, Giustizia e carità, Padova, Edizioni Studio Domenicano, 1995, p. 149 

  2. A. Nigren, Eros e Agape, Bologna, 1971, p. 29 

  3. 1 Cor 13, 13 

  4. Os 6, 6 

  5. n. 95, 51 

  6. E3P3scolio 

  7. E4P46. Va detto che nell’Etica, Spinoza non usa il termine caritas ma quello di amor e che alcuni sostengono che la sua è concezione diametralmente opposta a quella cristiana indicata sopra. «La terribile concezione del mondo di Spinoza secondo la quale Dio propriamente non ama né odia nessuno» in R. Pizzorni, op. cit., p.150 

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