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Sulla genesi degli Opera Posthuma

Omero Proietti – Giovanni Licata, Il carteggio Van Gent-Tschirnhaus (1679-1690). Storia, cronistoria, contesto dell’ editio posthuma spinoziana, EUM – Spinozana,Macerata, 2013, pp. 632, euro 34.

proietti

Con il volume di Omero Proietti e Giovanni Licata sul carteggio fra Van Gent (copista ed editore di OP) ed il filosofo e matematico tedesco Tschirnhaus, il quale possedeva un manoscritto dell’Ethica, copiato da Van Gent stesso e ritrovato nel 2011 negli archivi vaticani (argomento del quale ci eravamo già interessati, riproponendo questo articolo di Pina Totaro), appare più chiaro l’intenso lavoro che ha portato alla pubblicazione nel 1677, in forma anonima, degli Opera Posthuma (OP) di Spinoza (ripubblicata recentemente in riproduzione fotografica).

Nel volume pubblicato dalle EUM nella collana Spinozana, diretta da Filippo Mignini, i due autori tracciano un lungo e ricco profilo biografico e intellettuale della figura di Van Gent, con acquisizioni inedite. Grazie a questa impegnativa opera, Proietti e Licata permettono di delineare ancora di più il legame fra Spinoza e Van Gent, e di come Van Gent sia stato uno degli animatori di quella cerchia intellettuale che ruotava attorno a Spinoza. Inoltre, attraverso un’erudita analisi filologica del carteggio con Tschirnhaus, gli autori dimostrano come Van Gent sia intervenuto in maniera latente nella redazione del latino di OP. Grazie infatti all’analisi del latino di Van Gent è possibile dimostrare la sua presenza sia nella prefazione – il cui autore principale resta comunque Meijer –, sia nelle lettere contrassegnate dalla dicitura Versio – cioè nelle lettere originariamente scritte in olandese e poi tradotte in latino. In queste pagine, infatti, si può intravedere in penombra la sua mano di copista e di redattore.

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Considerazioni sul Principe

Il 24 gennaio 2014, presso la Scuola di Roma dell’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nell’ambito di un ampio ciclo semestrale di lezioni e seminari, il prof. Gennaro Sasso ha tenuto una lezione dal titolo “Considerazioni sul Principe”.

Prendendo spunto dalla celebre lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, Sasso ha decisamente smentito l’opinione -qualificandola come leggendaria, anche se propugnata da autorevolissimi studiosi- secondo la quale Machiavelli non conoscesse il latino. Si tratta di un’affermazione costruita “nel più schietto spirito controriformistico”, perché -al contrario- dalla stessa voce di Machiavelli apprendiamo come egli leggesse correntemente i poeti latini. D’altro canto, il relatore ha anche richiamato una circostanza spesso dimenticata, seppur di evidenza documentale: la trascrizione integrale che Machiavelli fece, durante gli studi giovanili, del De rerum natura di Lucrezio, di cui è attualmente conservata la stessa copia autografa e firmata. Ne risultano inficiate, dunque, tutte le teorie secondo le quali Machiavelli si sarebbe impadronito della cultura classica soltanto post res perditas, e dal cui miracoloso apprendimento in un brevissimo lasso di tempo sarebbe poi discesa la stesura non solo del Principe, ma anche dei Discorsi e delle Istorie fiorentine.

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La politica di Abramo

The politics of the binding of Isaac, letteralmente “la politica della legatura di Isacco”, è un articolo apparso lo scorso 14 gennaio sull’Opinionator del New York Times (pessimo nome per un’ottima rubrica filosofica) a firma di Omri Boehm, giovane assistente di filosofia presso la New School for Social Research di New York. Aggiungiamo per inciso che non abbiamo trovato altri termini in italiano, come quello appunto di legatura, per indicare l’atto del legare qualcuno (forse però si potrebbe anche tradurre “legamento”).

L’articolo discute un tema oggetto di acceso dibattito al nostro ultimo Ritiro Filosofico, ovvero il cosiddetto “sacrificio di Isacco” così come è conosciuto l’episodio contenuto nel capitolo 22 del libro della Genesi. Il fatto è noto: una volta ricevuto l’ordine di sacrificare il proprio figlio, Abramo, attraverso continue quanto false rassicurazioni, conduce Isacco sul monte Moriah secondo il comando ricevuto. Dopo aver legato il bambino all’altare sacrificale, Abramo viene fermato all’ultimo momento dall’angelo di Dio che interviene per impedire la consumazione del rito.

Le ragioni per cui il racconto è conosciuto come il sacrificio di Isacco sono numerose. Esse tuttavia sono ingiuste in quanto nessun sacrificio viene perpetrato: sono quindi da respingere interpretazioni legate al proposito iniziale (seppure fatto sotto il comando di Dio) o alla presunta “psicopatologia” di un padre che pur si dirige sul monte per compiere l’uccisione del proprio figlio. Semmai si deve al contrario interpretare il fatto come una prima reazione contro il rito dei sacrifici umani delle religioni pagane, rito inizialmente praticato anche in ambito giudaico. In questo senso la mancata consumazione del sacrificio del bambino segnala il passaggio da una religione arcaica ad una religione più matura e decisamente più umana.

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RF10, un bilancio

Sabato 11 e domenica 12 gennaio 2014 si è svolto il decimo Ritiro Filosofico. Un ritiro intenso e, molto più delle altre volte, pieno di dibattito e confronto.

Il tema che Giovanni Marinangeli ha scelto e trattato nella due giorni è legato anche alla sfera personale e alle esperienze di ognuno di noi, nella commistione sempre fruttuosa fra filosofia e vita. Come di consueto, i temi trattati e le riflessioni che ne sono scaturite verranno fissati nei materiali che via via pubblicheremo qui su RF.

Un grazie anche a Ferdinando, che ha messo a disposizione la splendida struttura, recentemente rinnovata, del seminario di Nocera Umbra, e che ha condiviso con noi la discussione, arricchendola con una serie di preziose e mai scontate osservazioni.

Ora comincia il lungo viaggio verso RF11, che si terrà nell’estate 2014, e che verrà condotto da un maestro di filosofia, su un tema denso ed intrigante come pochi. La macchina organizzativa si è già messa in moto e dunque, come sempre … restate sintonizzati!

 

RF Edizioni 2014

Andrea Cimarelli pubblica con RF Edizioni uno studio dal titolo Metafisica ed eterno ritorno nel pensiero di Nietzsche.

Come di consueto, questa è la pagina per il download, sia in formato pdf (ma natale è passato, ed un lettore di libri elettronici ormai non si nega a nessuno) sia in formato epub (iPad, Kindle, ecc.), dove potrete ammirare l’opera del nostro in tutto il suo splendore.

Filosofia a scuola

L’insegnamento della filosofia, nei licei italiani, è strutturata su una particolare disciplina della filosofia, ovvero la Storia della filosofia.
Ogni professore di liceo ha l’obbligo di strutturare un percorso formativo, in tre anni, che porti lo studente a toccare, in modo cronologico, le maggiori tappe della storia della filosofia. Dai presocratici al Novecento (se ci si riesce, fra interrogazioni, compiti, recuperi, assemblee, malattie vere o presunte, etc…).
Questo ripercorrere cronologico della storia della filosofia è, immaginiamo, una linea retta, dove i processi storico-culturali modificano l’atteggiamento filosofico dei vari protagonisti dei testi scolastici; e dove perciò ritroviamo lo svolgersi irrequieto di uno spirito filosofico, che — come dice in un recente articolo sul blog Le parole e le cose, Mauro Piras — deriva chiaramente dall’impostazione filosofica hegeliana. In Italia, non dimentichiamolo, inoltre, la nozione secondo cui la storia ha un “senso” intrinseco, da svolgere (e perciò ce l’hanno anche tutte le storie minori, tipo quella della filosofia, dell’arte, del diritto etc…) è stata mediata e amplificata dall’hegeliano Giovanni Gentile, e dalla sua riforma scolastica.

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Lettera a Umberto Eco

Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Sossio Giametta ad Umberto Eco

Milano, 10 maggio 2013

Ill.mo e caro Eco,
ebbi il piacere di salutarla alla serata in onore di Raffaele La Capria. Lei mi disse di aver ricevuto il mio libro, L’oro prezioso dell’essere, ma di non averlo letto. Tutto normale. Immagino le montagne di libri che le arrivano. E poiché le arriveranno anche montagne di lettere, invoco il suo generoso perdono per il mio farmi vivo pur sapendo tutte queste cose. Perché lo faccio? In generale perché noi poveri autori non famosi non possiamo onestamente sperare che nel riconoscimento di coloro che possono capirci, e perché in particolare io ho motivi personali per rivolgermi a Lei. Credo infatti di aver fatto una scoperta che, se è fondata, non può non interessarla quale filosofo e commentatore degli evi antico, medio e moderno. Questa presunta scoperta riguarda appunto l’evo moderno, sul quale è uscito ultimamente un libro da Lei curato.
Approfondendo lo studio semisecolare di Nietzsche, sono arrivato a capire il suo genio profondo, da tutti ancora ignorato e insospettato, e poiché esso è, secondo me, il punto d’approdo della modernità, sono arrivato a capire anche il senso, tuttora ignorato e insospettato, della modernità. Questo è un processo unitario, drammatico, angoscioso, che impone la reinterpretazione dei suoi protagonisti in base alla posizione da ciascuno occupata in esso. Tutto ciò è contenuto nel capitolo mediano del libro, intitolato Come fu che intuii quello che avevo capito. Ma per non obbligarla a leggere il libro, lo ripeto qui in altra forma.

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Un nuovo studio su Reimarus

Nella sezione RF Edizioni è possibile scaricare un nuovo contributo su Hermann Samuel Reimarus. Presa in esame è la questione del miracolo. Se il mondo religioso ha per lungo tempo considerato il miracolo come elemento probante della rivelazione, pensatori come Spinoza, Lessing e Reimarus hanno invece  sottolineato l’inconciliabilità tra le ragioni del fedele e quelle del filosofo.

La quadruplice radice di Schopenhauer

La scorsa settimana dal 15 al 16 novembre, si è tenuto a Naumburg, un centro non lontano da Lipsia in Germania, un convegno internazionale per l’anniversario della pubblicazione della Quadruplice radice del principio di ragion sufficiente di Arthur Schopenhauer. “Nichts ist ohne Grund warum es sey” il titolo, ovvero “nulla esiste senza ragione”, così come si potrebbe tradurre il celebre principio wolfiano-leibniziano utilizzato e discusso dal filosofo tedesco nella sua Dissertazione di dottorato presentata 200 anni fa all’Università di Jena. La Schopenhauer Gesellschaft ha voluto giustamente ricordare l’avvenimento organizzando due giorni di lavoro nella piccola cittadina sassone sede, accanto alla storica Nietzsche-Haus, del sobrio centro di documentazione dedicato al filosofo dello Zarathustra.

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RF10 is coming …

Rieccoci: cominciamo a scaldare i motori per il consueto ritiro invernale. Quest’anno, il tema è particolarmente denso. Nella pagina dedicata potete trovare tutti i dettagli, che sono in continuo aggiornamento.

Come al solito, dunque, … stay tuned!

La morte come colpa

La cultura contemporanea ha cancellato il concetto di morte come inseparabile compagna dell’esistenza stessa, relegandola al ruolo di “effetto colposo”. Questo processo, a mio avviso, è il prodotto dei simmetrici sviluppi del diritto e della scienza così come si sono declinati nella vita quotidiana. Da un lato le nostre società stanno via via sempre più massicciamente ‘giuridicizzando’ tutti i rapporti : familiari, lavorativi, istituzionali, personali. In ogni ambito della vita ci deve essere sempre il ‘responsabile’, cioè colui che una norma giuridica individua come il ‘capro espiatorio’, il ristoratore degli eventuali danni che dovessero derivare a qualcuno nello svolgimento di una determinata attività, o dal verificarsi di eventi di varia natura: dalla scuola al campetto dove giocano i ragazzini, dalla strada al luogo di lavoro, dalla casa al condominio, dai fiumi ai terremoti, dal concerto alla sagra paesana, dalla sala operatoria alla spiaggia. Ovunque c’è, o ci deve essere, un responsabile. Necessità moderna, si dirà, per evitare conflitti extra-giuridici e canalizzare nell’alveo di una procedura pre-determinata le scorie di tensioni sociali, frustrazioni esistenziali ecc … Nulla questio sul punto (che meriterebbe ben altro approfondimento). Ciò che mi interessa sottolineare è che questa forma mentis nella quale cresciamo, saldata con abbraccio vigoroso allo sviluppo tecnico-scientifico che ha riversato e riversa nella vita pratica degli uomini una molteplicità tumultuosa di strumenti, tecniche, oggetti, pratiche preventive, genera uno dei prodotti più nefasti e irrazionali della contemporaneità: la convinzione che la morte sia l’effetto di una colpa. Noi non possiamo più morire, se non per la cattiva applicazione di una tecnica, o per il mancato intervento di chi doveva, o per il difettoso funzionamento di uno strumento. L’ebrezza della modernità ci ha convinti che possiamo salvarci sempre da tutto e che se non ci salviamo c’è un errore, c’è un’imperizia, c’è un ritardo. Viviamo una sorta di immortalità condizionata.     

Etica e Fortuna

Il tentativo di fondare una morale della virtù pura, una teoria morale che ponesse alla sua base anche una intersoggettività positiva, che – con statuto ontologico a sé – avesse una legittimità ed una applicabilità davanti ad ogni evento è risultato inconcludente. Troppo forte lo sconquasso che gli eventi generano nelle vite umane, troppo imprevedibile il corso delle cause esterne, incontrollabili e non dipendenti da noi.
La lettura della prima sentenza del Manuale di Epitteto, quando il filosofo stoico – in modo chiaro come nessun’altro prima, forse – afferma: Le cose sono di due maniere; alcune in potere nostro altre no [1] è l’emblema del fallimento di un’etica della virtù pura. Epitteto, ma prima di lui tutto lo stoicismo ed il grande Aristotele, ci mette davanti ad una verità evidente nell’esperire umano: il semplice fatto che alcune cose (l’opinione, il movimento dell’animo, l’avversione…) sono in nostro potere, ma altre (il corpo, gli averi, la reputazione e quello che non sono nostri atti) no. In altre parole: gli atti e le cose che sono in potere nostro dipendono da noi, dalle nostre scelte, dal nostro sentire; le cose che non sono in nostro possesso sono sottoposte alla giurisdizione della Fortuna.

L’esposizione dell’uomo alla serie delle cause esterne, o Fortuna, e la sua precarietà nel fluttuante scorrere inesorabile dell’esistenza, sono stati eletti come motivi principali per affermare un’intersoggettività positiva di fondo e quindi la reale possibilità di un’etica della virtù. Ovvero: si è creduto che la precarietà umana potesse permettere all’uomo di provare un sentire positivo nei confronti dell’altro, un sentire solidale e che la socialità potesse emergere come tratto distintivo e naturale fra gli uomini.

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Un dialogo fittizio

Il dibattito che si è generato dopo l’elezione di papa Francesco è significativo e richiede, nella nostra visione, una lettura un po’ più pacata e approfondita.
In primo luogo va vista, nella sua complessità, la figura di questo papa: quello che incarna per la Chiesa ora (che, storicamente e strategicamente, ha sempre saputo leggere i tempi in modo lucido e pragmatico; per ciò ha una storia di duemila anni che continua a durare), gli atteggiamenti che tiene, le interviste che dà, le lettere che scrive, le telefonate e il fatto di aver stabilito in modo netto il ruolo della Chiesa. Anzi: della nuova Chiesa, come molti la chiamano.

Papa Francesco – fin da subito, in modo molto estrinseco, ovvero con i suoi atteggiamenti e con la sua disponibilità interlocutoria – ha delimitato, da nuovo, il campo di azione della Chiesa. Ed è un campo di azione diverso da quello che eravamo soliti conoscere con, almeno, i suoi tre predecessori.

Il nuovo ambito entro cui si muove l’operato di quella gigantesca macchina teologico-politica, che è la Chiesa, non ha più in sé quegli aspetti e quelle tematiche di tipo accademico o culturale che riguardano il problema del fondamento razionale della fede.

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Radici dell’Illuminismo europeo

Qui, su Ritiri Filosofici, già Andrea Cimarelli aveva parlato di Adriaan Koerbagh, giurista e medico olandese del Seicento, amico di Spinoza, autore di un’opera filosofica intitolata Una luce che splende in luoghi oscuri.
Lo scorso anno accademico il professor Filippo Mignini (università di Macerata) ha dedicato un corso bisemestrale a questo testo, che getta una nuova e più ampia luce – è il caso di dirlo – in quel movimento culturale e filosofico che, intorno a Spinoza, nell’Olanda del Seicento, ha posto le radici del vero Illuminismo europeo.
Diciamo vero Illuminismo sulla scorta della lettura che J. Israel –  nel suo giustamente celeberrimo volume L’illuminismo radicale – ha dato del movimento spinoziano e della cerchia degli amici di Spinoza. In questo video, prodotto – insieme ad altri interessanti contributi – dal canale YouTube dell’Università di Macerata, il professor Mignini espone brevemente i caratteri dell’opera di Koerbagh, spiegando perché questo sommovimento culturale è alla radice dell’Illuminismo europeo.

 

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