Category Archives: Segnalazioni

Ricerche per il nuovo anno

Pubblichiamo nella sezione Studi un contributo sul difficile rapporto tra filosofia e teologia nella modernità, tema che sarà oggetto di uno dei due ritiri previsti per il prossimo anno. L’articolo è dedicato all’opera di Pierre Charron, filosofo e teologo vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo. L’autore, Adamas Fiucci, è un giovane dottorando in Studi Umanistici, curriculum “Logica, Ontologia ed Etica”, dell’Università G. D’Annunzio di Chieti. Nel suo lavoro di ricerca, “La rilevanza psicologico-politica della nozione di coustume nella filosofia francese della seconda metà del Cinquecento”, Fiucci esamina la teoria dell’abitudine nel pensiero di Étienne de La Boétie, Michel de Montaigne e Pierre Charron. I suoi principali interessi in ambito filosofico sono la teoria politica della prima età moderna (con particolare attenzione al rapporto individuo-società); la rilettura rinascimentale delle idee morali della filosofia antica (scetticismo, epicureismo e stoicismo); l’impatto delle guerre di religione sulla cultura europea tra il XVI e il XVII secolo.

L’Orestea di Eschilo secondo Severino

emanuele3Il 15 luglio 2014 è stata organizzata all’Anfiteatro Romano di Arezzo una rappresentazione filosofico-teatrale sull’ Orestea di Eschilo, basata sulla traduzione fattane dal professor Emanuele Severino e poi messa in scena nel 1985 dal regista aretino Franco Parenti. L’evento s’inseriva all’interno della rassegna culturale di carattere internazionale Icastica, giunta alla sua seconda edizione. La raffinata lectio magistralis del filosofo bresciano è iniziata dopo l’altrettanto notevole lettura teatrale di alcuni passaggi scelti. Agammennone : “Inno a Zeus” e “la riflessione del coro intorno a dike”; Le Eumenidi: “la riflessione delle Erinni intorno alla possibile assoluzione di Oreste” e “”il corteo finale delle Erinni” – ad opera proprio di quel Maurizio Schmidt che fu uno degli attori scelti da Franco Parenti per la prima messa in scena.

L’incontro verteva intorno all’originale lettura data da Severino al pensiero di Eschilo — tradizionalmente visto “solo” come una delle vette della tragedia greca — quale elemento di sviluppo della riflessione filosofica del mondo classico.

Continue Reading

“Corporis humani fabrica”

Corporis humani fabrica

Corporis humani fabrica

di Andrea Cimarelli e
Saverio Mariani

Si è tenuto a Roma dal 27 al 28 maggio un convegno internazionale dal titolo “Corporis humani fabrica. Percorsi nell’opera di Spinoza” (qui il podcast integrale a cura del Foglio Spinoziano) organizzato da Francesco Toto insieme ai professori Roberto Finelli e Pierre-François Moreau, in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tre e l’Institut d’Histoire de la Peneé Classique di Lione. Il convegno ha ospitato una quindicina di relazioni con la presenza di docenti e ricercatori italiani e francesi, con lo scopo di analizzare le diverse prospettive maturate negli ultimi anni intorno alla nozione di corpo, soprattutto riguardo alla figura di Spinoza, ma senza per questo trascurare i preziosi contributi filosofici di Descartes, Diderot e Leibniz.

Continue Reading

A visit at the Bodmer Library

bodmer2If it is true that beautiful things are rare and difficult, as Spinoza put it at the end of his Ethics, it is also true, we add, that they are often unexpected. A confirmation of that is a visit at the Bodmer Library of Geneve also know with the name of Martin Bodmer Foundation. Located in Cologny, a residential suburb with a view on the city and its lake, the swiss library contains one of the most extraordinary and valuable collections of manuscripts and books in the history of mankind. We cite only some texts so as to give an example of the extraordinary treasury contained in it: The Book of the Dead in a papyrus of the fourt century Before Christ; one of the Bible printed from Gutenberg in 1454; an incunabula, a manuscript not autograph of the 1487, of Dante Alighieri’s Commedia; the 95 Theses of Martin Luther nailed to the church door in Wittenberg in 1517; a vast collection of William Shakespear’s plays. But the most surprising aspect, especially for us, is the vast amount of philosophical material.

Continue Reading

Una visita alla Biblioteca Bodmeriana

bodmer1Se è vero che le cose belle sono rare quanto difficili, come scrive Spinoza alla fine dell’Etica, è anche vero, aggiungiamo noi, che spesso sono inaspettate. Una prova di ciò è una visita alla Biblioteca Bodmeriana di Ginevra conosciuta anche come Fondazione Martin Bodmer. Situata a Cologny, un sobborgo residenziale con vista sulla città e sul suo lago, la biblioteca svizzera raccoglie una delle più straordinarie quanto preziose collezioni di manoscritti e di libri della storia dell’umanità.
Elenchiamo alcuni testi per dare soltanto un’idea del tesoro da essa posseduto: Il Libro dei Morti dell’antico Egitto in un papiro del quarto secolo avanti Cristo; una delle Bibbie stampate da Gutemberg nel 1454; un incunabula, ovvero un originale manoscritto non autografo del 1487, della Divina Commedia di Dante;  il manifesto  originale delle 95 tesi di Lutero affisso a Wittenberg nel 1517; una vasta collezione di opere di William Shakespeare. Ma l’aspetto ancora più sorprendente, almeno per noi, è il numeroso materiale di carattere filosofico.

Continue Reading

Comprendere la Materia

Si è tenmatter2uto a Palermo dal 10 al 13 aprile, nella splendida cornice dell’Orto Botanico, un convegno internazionale dal titolo “Understanding Matter. Philosophical Perspectives” organizzato dal Centro Internazionale di Ricerca Filosofica in collaborazione con il Dipartimento di scienze umanistiche dell’Università degli studi di Palermo. Il convegno ha ospitato quasi novanta relazioni con la presenza di docenti e ricercatori giunti da tutto il mondo. Scopo della conferenza è stato quello di fare il punto sullo status quaestionis della ricerca e per questo motivo i papers sono stati suddivisi in dieci panels di discussione che hanno presentato questioni specifiche relative al tema in oggetto dalla filosofia antica a quella contemporanea, dalla filosofia moderna all’eredità kantiana, fino ai moderni sviluppi della ricerca neurobiologica.

Continue Reading

Festa di Scienza e Filosofia 2014

FSF-FolignoDi Andrea Cimarelli e Saverio Mariani.

È arrivata alla quarta edizione, crescendo anno dopo anno, la Festa di Scienza e Filosofia che si svolge a Foligno. Una bella manifestazione culturale, come poche se ne vedono in questi territori, che ha portato al centro dell’attenzione di un’intera città — e di chi ha raggiunto Foligno per l’occasione — il discorso filosofico e scientifico. Potremmo dire, più in generale, una ventata di cultura, della quale c’è sempre bisogno.

La città di Foligno, è il caso di dirlo, si presta a questo tipo di manifestazioni, per alcuni motivi logicistici (è facile da raggiungere dal di fuori, e il suo centro storico — dove si è concentrata la festa — è interamente percorribile a piedi) che fanno la differenza nella possibilità e nell’opportunità di fruire delle conferenze.

Noi di RF abbiamo ascoltato due delle conferenze di sabato 12 aprile 2014, girando un po’ per la città e vedendo, finalmente, il coinvolgimento di molte persone intorno ad una manifestazione fresca e al tempo stesso solida nei temi.

Continue Reading

Il senso di RF per il 2014

Vogliamo iniziare il nuovo anno con uno speciale augurio a tutti i nostri lettori ricordando loro il senso della nostra esperienza intellettuale. Lo facciamo attraverso le parole di uno dei grandi filosofi della modernità, David Hume, il quale, celebre anche per la sua tranquillità ed imperturbabilità scaturita da prove durissime, chiuse con le seguenti parole la sua Storia naturale della religione: “Tutto è un punto interrogativo, un enigma, un mistero inesplicabile. Dubbio, incertezza, sospensione di giudizio sembrano l’unico punto di approdo della nostra più accurata ricerca in proposito. Ma la ragione umana è tanto debole, la suggestione delle opinioni tanto irresistibile che è molto difficile perfino mantenere questo cauto dubbio. Noi, per conto nostro, non vogliamo ampliare il nostro orizzonte e, opponendo una specie di superstizione all’altra, le lasceremo contendere; intanto, mentre dura la loro furiosa contesa, noi troveremo felicemente rifugio nelle serene, anche se poco note, regioni della filosofia”.

#Bruno2013

Domenica 17 febbraio 2013, come già ampiamente annunciato, Ritiri Filosofici ha organizzato una rappresentazione filosofico-teatrale in memoria di Giordano Bruno, all’auditorium “Cottoni” di Nocera Umbra (PG). Il professor Filippo Mignini (ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Macerata) ha commentato alcuni passi scelti delle opere del filosofo nolano, letti in modo magistrale da Daniele Menghini (giovane attore folignate, prossimo al diploma alla scuola “Mumos” di Terni, diretta da Gastone Moschin e Marzia Ubaldi).
Un palco scarno, i due protagonisti illuminati a turno ai lati del palco, le musiche di Hans Zimmer. Ecco la semplice traduzione teatrale, e visiva, della lettura e commento.

Dopo la prima parte dello spettacolo, durata all’incirca un’ora, il professor Mignini ha dialogato e spiegato alcuni punti trattati nella rappresentazione, prima rispondendo alle domande del nostro Maurizio Morini e poi rispondendo alle domande del pubblico, intervenuto numeroso all’evento.

Potrete rivivere le due parti dello spettacolo, separatamente, ascoltandole in streaming nel player qui sotto, e in fondo la trascrizione integrale dello spettacolo.

PRESENTAZIONE
di Maurizio Morini

Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti così numerosi a questa lettura scenica di alcuni testi di Giordano Bruno.
Prima di tutto è doveroso presentare gli organizzatori di questo evento. Ritiri Filosofici è un’associazione culturale che mi trovo qui a rappresentare essendone uno dei fondatori e che conta oggi una decina di partecipanti attivi. Nel nome c’è già la sua ragion d’essere: nasciamo infatti con l’idea di dare vita a degli incontri residenziali di uno o più giorni, due volte l’anno (a luglio e a dicembre) per discutere di filosofia. Con il termine “ritiro” noi intendiamo il ritiramento verso i fondamenti, verso gli antichi modi che hanno fornito alla nostra civiltà occidentale i principi del vivere individuale e sociale. Ritiro dunque come ritorno alla grande sapienza filosofica, simile a quello praticato dagli umanisti del ‘400 che diedero poi vita alla grande stagione del Rinascimento italiano. Oggi più che mai c’è bisogno della Filosofia, la madre Filosofia, che ci insegna a vivere e a dire la Verità nella civile conversazione. Lungi dall’essere qualcosa di astratto, la filosofia è la scoperta che si può vivere in modo umano esercitando ciò che è proprio dell’essere umano, ovvero la ragione. Chi pratica la filosofia ha una sola vera passione: la passione dell’intelletto. Da ciò discende il resto: questa è la proposta di Ritiri Filosofici.
Queste idee noi le trasmettiamo nei nostri ritiri dove discutiamo e analizziamo i grandi testi che hanno costruito la nostra civiltà e nel blog che abbiamo creato dove mettiamo i nostri studi personali, le nostre riflessioni, e che costituisce uno spazio di discussione. Lascio dunque che siano le cose stesse che facciamo a parlare per noi invitandovi sia ai ritiri sia a frequentare il nostro sito.

Ringraziamenti
La Pro-Loco che ci ha concesso l’utilizzo di questa struttura.
Lo sponsor, lo studio legale Morbinati & Longo di Roma, che ha sostenuto le spese organizzative.
La cartolibreria La Baraonda di Maurizio Angradi che ha allestito nei giorni scorsi una vetrina con alcuni libri inerenti al tema trattato e che ha offerto la sua disponibilità ad essere qui oggi per coloro che volessero acquistarne alcuni.
Un ringraziamento al Comune che ha concesso il patrocinio (vedo il Sindaco che inviterei sul palco per un saluto).
Perché questo spettacolo su Giordano Bruno? Perché Bruno è tra i più grandi filosofi italiani mai esistiti. Oggi lo ricordiamo nel giorno della sua morte avvenuta esattamente 413 anni fa in Campo dei Fiori a Roma quando fu arso vivo a causa delle sue idee per opera dell’Inquisizione della Chiesa cattolica. Non abbiamo organizzato questo evento, questo sia detto a scanso di equivoci, contro qualcuno o qualcosa, bensì per ascoltare e valutare un pensiero del resto ancora troppo lontano e sconosciuto alla cultura italiana per una serie di ragioni (estraneità ai principi del cristianesimo, il fatto di essere stato mitizzato o strumentalizzato, ma non studiato.). Noi vogliamo capire e poi discutere.
Lo facciamo attraverso uno spettacolo ideato e condotto dal prof. Filippo Mignini, professore di Storia della filosofia all’Università di Macerata e da un anno Direttore del Dipartimento degli studi umanistici, cioè come si diceva una volta, Preside delle Facoltà di Lettere, Lingue e Filosofia di quell’ateneo. Ordinario dal 1987, Mignini è studioso della prima filosofia moderna con particolare riferimento a Spinoza, al quale ha dedicato un centinaio di titoli e per il quale è noto in tutto il mondo come uno dei suoi massimi conoscitori. Di Spinoza Mignini ha pubblicato e curato tutte le opere e non c’è studio o curiosità su questo pensatore ebreo-olandese del ‘600 che siano a lui estranei. Da più di dieci anni, per ragioni anche di carattere ambientale essendo marchigiano, Mignini si occupa della figura e dell’opera del gesuita maceratese Matteo Ricci vissuto tra la seconda metà del ‘500 e l’inizio del ‘600. Matteo Ricci, è stato il primo uomo ad avviare relazioni culturali tra l’Italia e la Cina. Nel 2010, in occasione del quarto centenario della morte, Mignini ha curato quattro grandi mostre in Cina (Pechino, Shangai, Nanchino e Macao); la sua biografia su Matteo Ricci, Il chiosco delle Fenici, è stata tradotta anche in cinese. Abbiamo a che fare dunque con uno studioso i cui interessi spaziano tra gli ambiti più disparati e che costituisce una guida sicura per il periodo storico in esame. A Bruno il professor Mignini ha dedicato diversi saggi, oltre a diversi corsi universitari. Convinto che uno dei migliori veicoli per la diffusione della filosofia sia il teatro, già all’inizio degli anni novanta ha messo in scena un allestimento teatrale di una delle opere più importanti del filosofo nolano, lo Spaccio de la bestia trionfante. Dal 1995 la lettura che vedremo questa sera viene rappresentata, in questo giorno, ogni anno, in diverse città marchigiane: per la prima volta esce dunque da quella regione e abbiamo noi l’onore di ospitarla per primi. Segnalo infine che nel 2008 la lettura in due atti Per aver troppo amato il mondo, dialogo tra Alberico Gentili e Giordano Bruno, è stata messa in scena al Macerata Opera Festival con la regia di Pierluigi Divo.
Il lettore dei testi è Daniele Menghini, giovane folignate di 23 anni, studente prossimo al Diploma presso la Scuola di recitazione Mumos di Terni diretta da Gastone ed Emanuela Moschin e da Marzia Ubaldi. Le musiche sono state curate da Ritiri Filosofici.
La serata si dividerà in due parti. Nella prima ci sarà la lettura scenica accompagnata da immagini e musiche. Nella seconda avremo la possibilità di discutere con il professore, dapprima con alcune domande che ci introdurranno ad alcuni aspetti nodali del pensiero filosofico di Bruno e poi con la possibilità di rivolgere liberamente le domande che riteniate opportune direttamente dalla sala.
Vi lascio dunque allo spettacolo: buon ascolto e buona visione a tutti.

MEMORIA DI GIORDANO BRUNO
di Filippo Mignini

1.
Il rogo tentò di spegnerne la voce; ma Bruno si erge ancora come scoglio aspro e solido, vanamente battuto dai flutti di un’invidiosa ignoranza. Egli fu arso vivo per aver votato l’esistenza alla “madre” filosofia, rivendicando il diritto di conoscere e svelare, con la forza del solo intelletto naturale, le nascoste verità delle cose. Per questo la sua vita fu spenta con altra forza, brutale. Egli sapeva che la verità è indifferente ai desideri del cuore umano; sicché può essere trovata e amata soltanto da animi forti ed intrepidi, capaci di sentire, dire e vivere eroicamente. Nel congedo del De immenso, il poema latino sull’infinità dell’universo pubblicato a Francoforte nel 1591, Bruno delinea un incisivo ritratto del proprio profilo di uomo-filosofo. Pur avendo frequentato le principali corti e accademie d ‘Europa, egli si dipinge come un satiro irsuto in caccia della sapienza, non per molli conviti, ma per monti e selve solitarie, indomito ai colpi degli uomini e della fortuna.

Non mi presento come un poeta, dalle labbra melliflue; non sono raffinato e attraente […], mielato, elegante, terso, tronfio del mio bello stile. Sono brusco, irsuto, rozzo, aspro, duro, asciutto. Sarò colui a cui non mancano castagne ed è abbondanza di formaggio. Riecheggia ben distinto in alto il suono della mia zampogna, non dolcemente, forse, per chi non vi è abituato e anche da lontano risuona in modo chiaro e riempie il piano per un largo tratto. Dòtta, l’Eco risponde alle note, reiterandole, e testimonia che tutto è impresso nel suo arcano senso […]
Io, calcando le orme caprine di Pane, non ripeto l’eco: poiché la natura mi ha creato irsuto, non imparerò mai ad adattare smeraldi alle mie rozze dita, ad arricciare la mia chioma, a tingere il mio volto di un roseo colore, ad adornare il mio capo di profumati giacinti, ad atteggiarmi mollemente, a danzare dolcemente, a falsare la mia voce, quasi uscisse da una gola tenerella, per non comportarmi da ragazzo, uomo come sono, e per non divenire, da maschio, femmina.
Se così sono fatto, grazie agli Dei, mi conserverò qual sono, severo, virilmente forte nelle membra, intrepido, indomito e con voce maschile dirò ai Narcisi: le Ninfe hanno molto amato anche me.

2.
Al Tribunale dell’Inquisizione veneta, nel 1592, Giordano descrisse la famiglia di origine, la formazione nell’ordine domenicano, l’ordinazione sacerdotale e i due processi che gli furono intentati a Napoli: fuggendo i quali, si trasferì nel convento di Roma; nuovamente accusato, nel 1576 uscì dall’ordine e abbracciò nel 1576 la sua vita di esule, divenuto ormai, come ebbe a scrivere, “zimbello della fortuna “.

Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato et allevato in quella città, et la professione mia è stata et è di littere et d’ogni scientia; et mio padre haveva nome Gioanni, et mia madre Fraulissa Savolina; et la professione de mio padre era di soldato, il qual è morto insieme anco con mia madre.
lo son de età de anni quarantaquattro incirca, et nacqui, per quanto ho inteso dalli miei, dell’anno ’48. Et son stato in Napoli a imparar littere de humanità, logica et dialettica sino a 14 anni. […] Et de 14 anni, o 15 incirca, pigliai l’abito de San Dominico nel monasterio o convento de San Dominico in Napoli. […] Fui promosso alli ordini sacri et al sacerdotio alli tempi debiti; […] et continuai in questo habito della religione di San Dominico, celebrando messa e li divini offitii […] sino l’anno del 76, che fu l ‘anno doppo del Giubileo.
Fui poi in Roma nel convento della Minerva, dove era andato a presentarmi, perché a Napoli ero stato processato due volte: prima per haver dato via certe figure et imagine de’ santi et retenuto un crocifisso solo, essendo per questo imputato de sprezzar le imagine de’ santi; et anco per haver detto a un novitio che leggeva la Historia delle sette allegrezze in versi, che cosa voleva far de quel libro, che lo gettasse via, et leggesse più presto qualche altro libro, come è la Vita de’ Santi Padri.
Il qual processo fu rinovato, nel tempo che io andai a Roma, con altri articuli ch ‘io non so; per il che uscì dalla religione et, deposto l ‘habito, andai a Noli territorio genoese, dove mi trattenni quattro o cinque mesi a insegnar grammatica a putti.

3.
Come meteora incandescente, l’esistenza filosofica del Nolano attraversa tutta Europa. Dal 1576 al maggio 1592 è un succedersi di città, nazioni, accademie e università, corti e case private, fino all’arresto in Venezia:

’76: dopo la scomunica cattolica, si rifugia a Genova, quindi a Noli, poi a Savona, Torino, Venezia, Padova, Bergamo, Brescia, Milano, Lione

’78: a Ginevra aderisce al calvinismo, per essere quasi subito scomunicato da quella chiesa

’79- ’81: per quasi due anni è a Tolosa, dove tiene pubbliche lezioni sul De anima di Aristotele

’81: lascia Tolosa per Parigi, dove conquista con l’arte della memoria l’ammirazione del re di Francia Enrico III

’82: a Parigi pubblica le prime opere

’83-85: è a Londra, dove difende il sistema copernicano e presenta la propria filosofia naturale nei grandi Dialoghi italiani: La Cena de le ceneri; De la causa, principio et uno; De l’infinito, universo e mondi; Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseo, De gli eroici furori.

’85: lascia Londra per Parigi

’86: è in Germania: a Wittenberg, nella città di Lutero; presentato e sostenuto da Alberigo Gentili, ottiene di insegnare I ‘Organon di Aristotele per due anni

’88: mutato il governo della città, è costretto a lasciare Wittenberg e si rifugia a Praga; dopo sei mesi è a Tubinga, poi a Helmsted, dove riceve una scomunica luterana.

’90: è a Francoforte, per farvi stampare la trilogia dei poemi latini: De immenso, De monade, De minimo.

’91: in febbraio riceve l’estradizione da Francoforte; ripara a Zurigo, dove insegna filosofia scolastica; infine, accettando l’invito del nobile Mocenigo, che voleva da Bruno l’arte della memoria, in agosto torna in Italia, a Venezia.

Maggio ’92: viene denunciato da Mocenigo e arrestato dall’Inquisizione veneta.

Febbraio ’93: è trasferito nel carcere dell’Inquisizione romana.

17 febbraio 1600: dopo un processo durato quasi otto anni, Bruno è condannato al rogo.

Ecco un passo della sentenza di condanna, pronunciata l’8 febbraio 1600.

Invocato dunque il nome di Nostro Signore Gesù Christo et della sua gloriosissima Madre sempre vergine Maria, nella causa vertente in questo Santo Offitio tra il reverendo Giulio Monterentii, dottore di leggi, procurator fiscale di detto Santo Offitio, da una parte, et te fra Giordano Bruno predetto, reo inquisito, processato, colpevole, impenitente, ostinato et pertinace ritrovato, dall’altra parte; per questa nostra diffinitiva sententia, quale di conseglio et parere de’ reverendi padri maestri di sacra theologia et dottori dell’una e l’altra legge, proferimo, dicemo, pronuntiamo, sententiamo et dichiariamo te, fra Giordano Bruno predetto, essere heretico impenitente, pertinace et ostinato, et perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche et pene dalli sacri Canoni, leggi et constitutioni a tali heretici confessi, impenitenti et ostinati imposte; et come tale te dechiariamo dover essere degradato, per punirti delle debite pene, pregando però che le leggi circa la pena della tua persona, sia senza pericolo di morte o mutilatione di membro.
Di più, condanniamo, riprobamo et prohibemo tutti i tuoi libri et scritti come heretici et erronei et continenti molte heresie et errori, ordinando che tutti quelli che sin’hora si son havuti, et per l’avenire verranno in mano del Santo Offitio siano publicamente guasti et abbrugiati nella piazza di San Pietro, avanti le scale; et come tali che siano posti nell’Indice de’ libri prohibiti, sì come ordiniamo che si facci.

4.
La condanna non viene immediatamente eseguita. Qualche giorno più tardi, in un Avviso di Roma, si legge:

Di Roma, li 12 febraro 1600, sabbato.
Hoggi credevamo vedere una solennissima giustitia, et non si sa perché si sia restata, et era di un domenichino da Nola, heretico ostinatissimo, che mercordì in casa del cardinal Madrucci sententiarono come auttore di diverse enormi opinioni, nelle quali restò ostinatissimo, et ci sta tuttora, non ostante che ogni giorno vadano teologhi da lui. Questi frati dicono sia stato due anni in Genevra; poi passò a legere nello Studio di Tolosa, et poi in Lione, et di là in Inghilterra, dove dicono non piacessono punto le sue opinioni; et però se ne passò in Norinbergh, et di là venendosene in Italia, fu acchiappato, et dicono in Germania habbia più volte disputato col cardinal Belarminio. Et in somma il meschino, s’Iddio non l’aiuta, vuol morir ostinato et esser abbruggiato vivo.

5.
Quattro giorni dopo, il verbale dell’ Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato annota:

Giustitia di un eretico inpenitente bruciato vivo . Giovedì a dì 16. A hore 2 di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina si dovea far giustitia di un inpenitente; et però alle 6 h ore di notte radunati li confortatori e capellano in Sant’Orsola, et andati alla carcere di Torre di Nona, entrati nella nostra capella e fatte le solite orationi, ci fu consegniato l’infrascritto a morte condennato, cioè: Giordano del quondam Giovanni Bruni frate apostata da NoIa eretico inpenitente. ll quale esortato da’ nostri fratelli con ogni carità, e fatti chiamare due Padri di san Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto et con molta dottrina mostrandoli l’error suo, finalmente stette senpre nella sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità. E tantoperseverò nella sua ostinatione, che da’ ministri di giustitia fu condotto in Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, aconpagniato sempre dalla nostra Compagnia cantando le letanie, e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita

6.
Bruno fu ucciso per l’esercizio radicale di una libera filosofia. Una delle pagine iniziali del De la Causa può essere assunta come esempio di prosa polemica, ironica e irriverente contro teologi e filosofi pedanti e asini, ripetitori all’infinito di dottrine altrui per di più erronee, rese incomprensibili da un linguaggio ricercato ed astruso. Contro di essi il Nolano si presenta come uomo “che non ho altro cervello che il mio”, e che fonda la propria ricerca sul solo intelletto naturale e sulla lingua comune appresa da una vigorosa nutrice.

Io non parlarò come santo profeta, come astratto divino, come assumpto apocaliptico; non raggionarò come inspirato da Bacco, né gonfiato di vento da le puttane muse di Parnaso, o come una Sibilla impregnata da Febo, o come una fatidica Cassandra, né come Edipo esquisito contra gli nodi della Sfinge, né come un Salomone inver gli enigmi della regina Sabba, né qual Calcante, interprete dell’olimpico senato.
Ma parlarò per l’ordinario e per volgare, come uomo che ho avuto altro pensiero che d’andarmi lambiccando il succhio de la grande e piccola nuca, come uomo, dico, che non ho altro cervello che il mio; a cui, manco gli dei dell’ultima cotta e da tinello nella corte celestiale […] si degnano cacciarmene una pagliusca di più dentro, quantunque sogliano far copia de’ fatti lor sin ai cavalli.
Voglio dir brevemente, che vi farò udir paroli, che non bisogna disciferarle come poste in distillazione, passate per lambicco, digerite dal bagno di Maria, e subblimate in recipe di quinta essenza; ma tale quali m’insaccò nel capo la nutriccia, la quale era quasi tanto cotennuta, pettoruta, ventruta, fiancuta e naticuta, quanto può essere quella londriota, che viddi a Westmester; la quale, per iscaldatoio del stomaco, ha un paio di tettazze, che paiono gli borzacchini del gigante san Sparagorio, e che, concie in cuoio, varrebbono sicuramente a far due pive ferrarese.

7.
L ‘uso del solo intelletto naturale e di un linguaggio comprensibile e comunicabile intende porsi al servizio della verità oscurata e avvilita da secoli d’ignoranza e sopraffazione; affinché, vendicata e restituita alla sua dignità, una rinnovata filosofia torni ad essere disponibile, come nei tempi antichi, per il governo delle nazioni. Leggiamo ancora nel De la Causa:

E così mi sien propici gli superi, Armesso mio, che io mai feci di simili vendette per sordido amor proprio o per villana cura d ‘uomo particulare, ma per amor della mia tanto amata madre filosofia e per zelo della lesa maestà di quella. La quale da’ mentiti famigliari e figli (perché non è vil pedante, poltron dizionario, stupido fauno, ignorante cavallo, che, o con mostrarsi carco di libri, con allungarsi la barba o con altre maniere mettersi in prosopopea, non voglia intitolarsi de la famiglia) è ridutta a tale, che appresso il volgo tanto val dire un filosofo, quanto un frappone, un disutile, pedantaccio, circulatore, saltainbanco, ciarlatano, buono per servir per passatempo in casa e per spavantacchio d ‘ucelli a la campagna.
Lodiamo, dunque, nel suo genio l’antiquità, quando tali erano gli filosofi che da quelli si promovevano ad essere legislatori, consiliarii e regi; tali erano consiliarii e regi, che da questo essere s’inalzavano a essere sacerdoti. A questi tempi la massima parte di sacerdoti son tali, che son spreggiati essi, e per essi son spreggiate le leggi divine; son tali quasi tutti quei che veggiamo filosofi, che essi son vilipesi, e per essi le scienze vegnono vilipese.

8.
Il rinnovamento della filosofia, cioè della vera conoscenza mediante l’esercizio dell’intelletto naturale, si scontra in modo drammatico con il potere di una secolare superstizione – fondata sul culto dell’ignoranza e sul disprezzo della natura -, che ha oscurato e depresso l’Occidente dai tempi di Grecia e di Roma, specialmente a causa del Cristianesimo, considerato da Bruno come la più grande impostura nella storia dell’Occidente.

Nello Spaccio de la bestia trionfante Bruno addita in Orione la figura di Cristo, così come è stata interpretata e presentata dal cristianesimo storico: emblema del rovesciamento delle leggi e delle verità naturali soppiantate da miracoli e prodigi soprannaturali.

“Spaccio” significa cacciata, espulsione della bestia, ossia del vizio che trionfa nell’alto del cielo, per riportarvi le virtù che si nascondono raminghe nelle oscurità della terra. Portatore dell’esigenza di un rovesciamento radicale dei valori culturalmente e socialmente dominanti, lo Spaccio, venuto nelle mani degli inquisitori nel corso del 1599, segnò la condanna definitiva di Bruno.

Dimandò Nettuno: che farrete o Dei del mio favorito, di quell’Orione, dico, che fa per spavento orinare il cielo?
Qua, rispose Momo: lasciate proponere a me, o Dei. Ne è cascato, come è proverbio in Napoli, il maccarone dentro il formaggio.
Orione, perché sa far de maraviglie, e, come Nettuno sa, può caminar sopra l’onde del mare senza infossarsi, senza bagnarsi gli piedi; e con questo, consequentemente, potrà far molte altre belle gentilezze, mandiamolo tra gli uomini; e facciamo che gli done ad intendere tutto quello che ne pare e piace, facendogli credere che il bianco è nero, che l’intelletto umano, dove li par meglio vedere, è una cecità; e ciò che secondo la raggione pare eccellente, buono ed ottimo, è vile, scelerato ed estremamente malo; che la natura è una puttana bagassa, che la legge naturale è una ribaldaria; che la natura e divinità non possono concorrere in uno medesimo buono fine, e che la giustizia de l’una non è subordinata alla giustizia de l’altra, ma son cose contrarie, come le tenebre e la luce; che scienze, fortezza, giudicio, bellezza ed autorità son doni naturali e spreggiati da gli dei, e lasciati a quelli che non son capaci de più grandi privilegii: cioè di quei sopranaturali che dona la divinità, come questo di saltar sopra l’acqui, di far ballare i granchi, di far fare capriole ai zoppi, far vedere le talpe senza occhiali ed altre belle galanterie innumerabili.
Persuaderà con questo che la filosofia, ogni contemplazione ed ogni magia che possa far gli uomini simili a dei, non sono altro che pazzie; che ogni atto eroico non è altro che vegliaccaria; e che la ignoranza è la più bella scienza del mondo, perché s’aquista senza fatica e non rende l’animo affetto di melancolia. Ma con timore, o dei, io vi dono questo conseglio, perché qualche mosca mi sussurra ne l’orecchio: atteso che potrebbe essere che costui al fine, trovandosi al caccia in mano, non la tegna per lui, dicendo e facendoli oltre credere, che il gran Giove non è Giove, ma che Orione è Giove e che li dei tutti non sono altro che chimere e fantasie.

9.
Per Bruno, la storia è ciclica alternanza di luce e tenebra. La luce splendeva ancora nella civiltà e religione degli Egizi, i quali sapevano ancora riconoscere e onorare nella natura la nascosta divinità. Seguirono secoli di decadimento e di tenebra, fino al nuovo giorno annunciato da Copernico e ora splendente nella filosofia bruniana. Leggiamo nello Spaccio il celebre Lamento di Asclepio, una delle pagine più intense dell’intera opera bruniana:

Non sai, o Asclepio, come l’Egitto sia la imagine del cielo, e per dir meglio, la colonia de tutte cose che si governano ed esercitano nel cielo? Ma, oimè, tempo verrà che apparirà l’Egitto in vano essere stato religioso cultore della divinitade; perché la divinità, remigrando al cielo, lasciarà l’Egitto deserto e vi succederà gente straniera e barbara senza religione, pietà, legge e culto alcuno. O Egitto, Egitto, delle religioni tue solamente rimarranno le favole, anco incredibili alle generazioni future alle quali non sarà altro, che narri gli pii tuoi gesti, che le lettere scolpite nelle pietre.
Le tenebre si preponeranno alla luce, la morte sarà giudicata più utile che la vita, nessuno alzarà gli occhi al cielo, il religioso sarà stimato insano, l’empio sarà giudicato prudente, il furioso forte, il pessimo buono. E credetemi che ancora sarà definita pena capitale a colui che s’applicarà alla religion della mente. Soli angeli perniciosi rimarranno, li quali, meschiati con gli uomini, forzaranno gli miseri all’audacia di ogni male, come fusse giustizia: donando materia a guerre, rapine, frodi e tutte altre cose contrarie alla anima e giustizia naturale; e questa sarà la vecchiaia ed il disordine e la irreligione del mondo.
Ma non dubitare, Asclepio, perché, dopo che saranno accadute queste cose, allora il Signore e Padre Dio, governator del mondo, l’omnipotente proveditore, per diluvio d’acqua o di fuoco, di morbi o di pestilenze, o altri ministri della sua giustizia misericordiosa, senza dubbio donarà fine a cotal macchia, richiamando il mondo all’antico volto.

10.
Bruno riconobbe due fonti della sua filosofia: Copernico, salutato come “alba del nuovo giorno” per la sua dottrina dell’universo; e il divino Cusano, per la sua dottrina dell’essere. Onoriamo con Bruno questi due padri della modernità. Così è presentato Copernico nella Cena de le ceneri:

Lui avea un grave, elaborato, sollecito e maturo ingegno; uomo che non è inferiore a nessuno astronomo che sii stato avanti lui, se non per luogo di successione e tempo; uomo che, quanto al giudizio naturale, è stato molto superiore a Tolomeo, Ipparco, Eudoxo e tutti gli altri, ch ‘han caminato appo i vestigi di questi. Al che è dovenuto per essersi liberato da alcuni presuppositi falsi de la comone e volgar filosofia, non voglio dir cecità. Ma però non se n’è molto allontanato; perché lui, più studioso de la matematica che de la natura, non ha possuto profondar e penetrar sin tanto che potesse a fatto toglier via le radici de inconvenienti e vani principii, onde perfettamente sciogliesse tutte le contrarie difficultà e venesse a liberar e sé ed altri da tante vane inquisizioni e fermar la contemplazione ne le cose costante e certe. Con tutto ciò chi potrà a pieno lodar la magnanimità di questo germano, il quale, avendo poco riguardo a la stolta moltitudine, è stato sì saldo contra il torrente de la contraria fede, ripigliando quelli abietti e rugginosi fragmenti ch’ha possuto aver per le mani da la antiquità, le ha ripoliti, accozzati e risaldati in tanto, ch’ha resa la causa, già ridicola, abietta e vilipesa, onorata, preggiata, più verisimile che la contraria? Cossì questo alemano, benché non abbi avuti sufficienti modi, per i quali potesse a bastanza vencere, debellare e sopprimere la falsità, ha pur fissato il piede in determinare ne l’animo suo ed apertissimamente confessare, ch’al fine si debba conchiudere necessariamente, che più tosto questo globo si muova a l’aspetto de l’universo, che sii possibile che la generalità di tanti corpi innumerabili, al dispetto della natura, abbia conoscere questo per mezzo e base de suoi giri ed influssi.
Chi dunque sarà sì villano e discortese verso il studio di quest’uomo, che, avendo posto in oblio quel tanto che ha fatto, con esser ordinato da gli dei come una aurora, che dovea precedere l’uscita dl questo sole de l’antiqua filosofia, per tanti secoli sepolta nelle tenebrose caverne de la cieca, maligna, proterva ed invida ignoranza; vogli, notandolo per quel che non ha possuto fare, metterlo nel medesmo numero de la gregaria moltitudine, che discorre, si guida e si precipita più per il senso de l’orecchio d’una brutale e ignobil fede; che non vogli computarlo tra quei, che col felice ingegno s ‘han possuto drizzare ed inalzarsi per la fidissima scorta de l’occhio de la divina intelligenza?

11.
Bruno assume dal Cusano due dottrine: quella di un Principio unico, nel quale tutte le cose sono comprese coincidendo in esso in modo indifferenziato; e quella dell’identità di Dio con il mondo, essendo questo considerato manifestazione dell’unica sostanza divina. La dottrina dell’indeterminatezza del Principio, forma e materia di tutte le cose, costituisce la grande novità e la drammatica frattura che le filosofie di Cusano e di Bruno segnano rispetto alla tradizione.

Ascoltiamo questa fondamentale dottrina in una pagina del De la causa:

È dunque l’universo uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l ‘atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo. Questo non si muove localmente, perché non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia il tutto. Non si genera; perché non è altro essere, che lui possa desiderare o aspettare, atteso che abbia tutto lo essere. Non si corrompe; perché non è altra cosa in cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa. Non può sminuire o crescere, atteso che è infinito. Oltre che, per comprender tutte contrarietadi nell’essere suo in unità e convenienza, e nessuna inclinazione posser avere ad altro e novo essere, non può essere soggetto di mutazione secondo qualità alcuna, che lo alteri, perché in lui è ogni cosa concorde.
Non è materia, perché non è figurato né figurabile, non è terminato né terminabile. Non è forma, perché non informa né figura altro, atteso che è tutto, è massimo, è uno, è universo. Non è misurabile ne misura. Non si agguaglia, perché non è altro e altro ma uno e medesimo. Questo è termine di sorte che non è termine, è talmente forma che non è forma, è talmente materia che non è materia, è talmente anima che non è anima: perché è il tutto indifferentemente, e perciò è uno, l’universo è uno.

12.
Bruno deve dunque al Cusano l’idea dell’unità sostanziale di tutte le cose, dell’Uno come coincidenza di tutti i contrari, dell’Universo uno e infinito. Se tutte le cose sono fatte della stessa materia divina e dalla stessa divina potenza, poiché la causa è infinita, infinito è anche l’effetto che ne deriva. L’universo è dunque un solo campo immenso, privo di figura e dimensioni, di centro e periferia, nel quale innumerevoli mondi finiti, fatti tutti della stessa vivente materia, si muovono con ordinate distanze per intimo impulso.

Leggiamo ne La cena de le ceneri:

Il Nolano ha disciolto l’animo umano e la cognizione, che era rinchiusa ne l’artissimo carcere de l’aria turbolento, ha varcato l’aria, penetrato il cielo, discorso le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime ed altre, che vi s’avesser potuto aggiungere, sfere; nudata la ricoperta e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati i ciechi, sciolta la lingua a’ muti che non sapeano e non ardivano esplicar gl’intricati sentimenti e n’apre gli occhi a veder questo nume, questa nostra madre, che nel suo dorso ne alimenta e ne nutrisce, dopo averne produtti dal suo grembo, al qual di nuovo sempre ne riaccoglie, e non pensar oltre, lei essere un corpo senza alma e vita. Cossì conoscemo tante stelle, tanti astri, tanti numi, che son quelle tante centenaia de migliaia ch’assistono al ministerio e contemplazione del primo, universale, infinito ed eterno efficiente. Non è più imprigionata la nostra raggione coi ceppi de’ fantastici mobili e motori otto, nove e diece.
Conoscemo, che non è ch’un cielo, un ‘eterea regione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per comodità de la partecipazione de la perpetua vita. Questi fiammeggianti corpi son que’ ambasciatori, che annunziano l’eccellenza de la gloria e maestà de Dio. Cossì siamo promossi a scoprire l’infinito effetto dell’infinita causa, il vero e vivo vestigio de l’infinito vigore; ed abbiam dottrina di non cercar la divinità rimossa da noi, se l’abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesmi siamo dentro a noi; non meno che gli coltori de gli altri mondi non la denno cercare appresso di noi, l’avendo appresso e dentro di se, atteso che non più la luna è cielo a noi, che noi alla luna.

13.
Essenziale, nel pensiero di Bruno, è la valenza politica delle dottrine proposte. La filosofia è al servizio di una vita buona: buono è ciò che favorisce la costruzione di società umane, male ciò che queste ostacola e distrugge. Infatti è dalla forza e stabilità degli stati che dipendono la sicurezza e la libertà degli individui. In una celebre pagina dello Spaccio, Sofia rivela che cosa piaccia agli dei e che cosa essi condannino.

Ascolta. Li dei massime vogliono essere amati e temuti, per fine di faurire al consorzio umano, ed avertire massimamente que’ vizii che apportano noia a quello. E però li peccati interiori, solamente denno esser giudicati peccati, per quel che metteno o metter possono in effetto esteriore; e le giustizie interiori mai sono giustizie senza la prattica esterna, come le piante in vano sono piante senza frutti.
E Giove vuole che de gli errori, in comparazione, massimi sieno quelli che sono in pregiudicio della repubblica; minori quelli che sono in pregiudicio d’un altro particulare interessato; minimo sia quello ch ‘accade tra doi d ‘accordo; nullo è quello, che non procede a mal essempio o male effetto.
Ha comandato ancora al giudicio che non distingua gli costumi e religioni tanto per la distinzione di toghe e differenze de vesti, quanto per buoni e megliori abiti di virtudi e discipline.
Non dica maggior errore il superbo appetito di gloria, onde resulta sovente bene alla repubblica, che la sordida cupidigia di danari.
Non faccia tanto trionfo d’uno, perché abbia sanato un vile e disutil zoppo, che poco o nulla vale più sano che infermo, quanto d ‘un altro ch’ha liberata la patria e riformato un animo perturbato.
Non permetta, che si addrizzeno statue a’ poltroni, nemici del stato de le repubbliche, ma a color che fanno tempii a’ dei, aumentano il culto ed il zelo di tale legge e religione per quale vegna accesa o la magnanimità ed ardore di quella gloria che seguita dal servizio della sua patria ed utilità del genere umano; onde appaiono istituite universitadi per le discipline di costumi, lettere ed armi.
E guarde di promettere amore, onore e premio di vita eterna ed immortalitade a quei che approvano gli pedanti e parabolani; ma a quelli che per adoprarsi nella perfezione del proprio ed altrui intelletto, nel servizio della communitade, nell’osservanza espressa circa gli atti della magnanimità, giustizia e misericordia, piaceno a gli dei.

14.
Poiché gli Stati e ogni forma di vita buona si costruiscono con l’operosità umana, nella Cabala del cavallo pegaseo Bruno celebra la mano come simbolo della stessa umanità e strumento che distingue la specie umana dalle altre specie, conferendole il vero titolo di superiorità.

Molti animali possono aver più ingegno e molto maggior lume d’intelletto che l’uomo (come non è burla quel che proferì Mosè del serpe, che nominò sapientissimo tra tutte l’altre bestie de la terra); ma per penuria d’instrumenti gli viene ad essere inferiore, come quello, per ricchezza e dono de medesimi, gli è tanto superiore.
E che ciò sia la verità, considera un poco al sottile, ed essamina entro a te stesso quel che sarrebe se, posto che l’uomo avesse al doppio d’ingegno che non ave, e l’intelletto agente gli splendesse tanto più chiaro che non gli splende, e con tutto ciò le mani gli venesser transformate in forma di doi piedi, rimanendogli tutto l’altro nel suo ordinario intiero; dimmi, dove potrebbe impune esser la conversazion de gli uomini?
Come potrebono instituirsi e durar le fameglie ed unioni di costoro parimente, o più, che de cavalli, cervii, porci, senza esserno devorati da innumerabili specie de bestie, per essere in tal maniera suggetti a maggiore e più certa ruina? E per conseguenza, dove sarrebono le instituzioni de dottrine, le invenzioni de discipline, le congregazioni de cittadini, le strutture de gli edificii ed altre cose assai che significano la grandezza ed eccellenza umana, e fanno l’uomo trionfator veramente invitto sopra l’altre specie?

Tutto questo, se oculatamente guardi, si referisce non tanto principalmente al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano, organo degli organi.

15.
Anche le scoperte di nuove terre e di nuovi popoli, che dopo Colombo avevano profondamente mutato l’immagine del mondo, vengono giudicate in relazione agli effetti che esse producono sulla “civile conversazione” degli uomini. Assumendo a simbolo dei nuovi conquistatori l’antico navigatore Tifo, Bruno condanna, ne La Cena de le Ceneri, la violenza inferta a interi popoli ridotti in schiavitù. A tali conquiste egli oppone quelle della propria filosofia, capace di sciogliere l’animo umano e la sua conoscenza da catene secolari:

Gli Tifi han ritrovato il modo di perturbar la pace altrui, violar i patrii genii de le reggioni, di confondere quel che la provvida natura distinse, per il commerzio radoppiar i difetti, e gionger vizii a vizii de l’una e l’altra generazione; con violenza propagar nove follie e piantar l’inaudite pazzie ove non sono, conchiudendosi alfin più saggio quel ch’è più forte; mostrar novi studi, instrumenti ed arte de tirannizar e sassinar l’un l’altro; per mercè de’ quai gesti tempo verrà, che, avendono quelli a sue male spese imparato, per forza de la vicissitudine de le cose, sapranno e potranno renderci simili e peggior frutti de sì perniciose invenzioni.

16.
Qual è dunque il frutto maturo della nolana filosofia, la preda dell’eroica caccia alla sapienza? Questa è detta da una sola parola: libertà; dalle catene del pregiudizio, della superstizione e di una secolare ignoranza. Libertà dalla paura della morte e dei mutamenti della fortuna. Libertà dai vincoli del tempo e dello spazio.

Ci congediamo da Bruno con una delle pagine iniziali del De immenso, nella quale egli offre un definitivo ritratto della propria esperienza di uomo e filosofo:

Alla mente che ha ispirato il mio cuore con arditezza d’immaginazione piacque dotarmi le spalle di ali e condurre il mio cuore verso una meta stabilita da un ordine eccelso: in nome del quale è possibile disprezzare e la fortuna e la morte. Si aprono arcane porte e si spezzano le catene che solo pochi elusero e da cui solo pochi si sciolsero. I secoli, gli anni, i mesi, i giorni, le numerose generazioni, armi del tempo, per le quali non sono duri né il bronzo, né il diamante, hanno voluto che noi rimanessimo immuni dal loro furore.
Così, io sorgo impavido a solcare con l’ali l’immensità dello spazio, senza che il pregiudizio mi faccia arrestare contro sfere celesti, la cui esistenza fu erroneamente dedotta da un falso principio, affinché fossimo come rinchiusi in un fittizio carcere ed il tutto fosse costretto entro adamantine muraglie.
Mentre mi sollevo da questo mondo verso altri mondi lucenti e percorro da ogni parte l’etereo spazio, lascio dietro le spalle, lontano, lo stupore degli attoniti.

Alla Fiera del libro di Francoforte.

La Buchmesse di Francoforte, la fiera del libro più grande del mondo, si è svolta quest’anno dal 10 al 14 ottobre. Cominciata nel XV secolo, già nel 1574 veniva descritta in questo modo: «La quantità di libri antichi e moderni che si trovavano era indescrivibile. Sembra una fiera nelle fiere che poteva ben dirsi delle Muse. Gli stessi italiani dovevano rimanere stupiti: dovevano dubitare della propria superiorità nel chiedersi che cosa avrebbero saputo opporre di simile» (Henry Etienne, Encomium Nundinarum Francofordiensium). Lo stesso Giordano Bruno, come ricorda Anacleto Verrecchia nel suo libro sul filosofo nolano, fece stampare e mise in vendita due sue opere nella fiera del 1591, testi che costituirono, proprio per la pubblicità che ebbero, l’inizio della sua rovina.

Oggi la filosofia corre il rischio dell’indifferenza. Lo spazio espositivo a lei concesso è minimo ed è comunque circoscritto alle case editrici che la prevedono nel proprio catalogo. Questo a differenza della religione, che ha invece un proprio ambito tematico proprio, con decine di case editrici che pubblicano sia libri tradizionali che libri di spiritualità in genere. Proprio quest’ultima tendenza ha il richiamo più forte con scrittori che, in vere e proprie prediche all’interno degli stand, assicurano che i loro libri sapranno istruire i lettori su  come vivere in pace, con amore e nel pieno benessere psico-fisico (ovviamente a casa e sul posto di lavoro). Interessante e di grande pregio la sezione antiquariato, simpatica quella riservata ai bambini, vastissima quella dedicata al turismo. In crescita la presenza della Cina fresca del nobel per la letteratura.

L’Italia, come al solito, dà il meglio di sé con espositori indipendenti, soprattutto nell’ambito dell’editoria artistica. Lo stand ufficiale, promosso dall’Associazione Italiana Editori e dal Ministero dello Sviluppo economico, è una miscellanea di nomi più o meno noti con tante case editrici cattoliche. Migliore l’allestimento della Libreria Vaticana con uno stand, posto vicino a quello italiano, curato, sobrio e attraente. Ospite di quest’anno la Nuova Zelanda.

Tantissimi, come al solito, i visitatori accorsi nelle giornate di sabato e domenica (quelle aperte al pubblico) nella cornice di uno spazio fieristico vasto e funzionale. La città in questi giorni si muove attorno alla sua Fiera. Le piazze del centro e la grande arteria commerciale dello Zeil è animata da stand di vario tipo con venditori giunti da varie parti d’Europa. Di seguito il servizio fotografico di RF.

 

Enzo Bianchi, Comunità monastica: solidarietà e condivisione.

Ecco il testo, per quanto possibile letterale, della lezione tenuta da Enzo Bianchi a Carpi, durante il Festival della filosofia, il 19 settembre 2009.

*** ********* ***

 

Non vi nascondo che ho fatto una certa resistenza al titolo che mi è stato dato: comunità monastica. Ho fatto una resistenza perché credo che in questa stagione la comunità monastica non interessi molto: non interessa neanche alla chiesa e, quindi, permettetemi di pensare che non interessa neanche agli altri. Di conseguenza ho capito l’urgenza e, essendo la comunità un tema generale, accetto in parte la formulazione del titolo. Perché? perché io temo di parlare della comunità monastica: sono troppo coinvolto, sono troppo implicato, ho dato origine alla mia comunità, l’ho progettata, vivo ancora in essa e, sapete, se c’è una cosa che mi da fastidio ultimamente come genere letterario che abbonda sia nella chiesa sia nella società civile, è il genere della testimonianza. Non sopporto questa maniera di parlare di sé, di essere autoreferenziale, magari poi dicendo che tutto questo si fa per testimoniare qualchedunaltro. Dunque io non vi parlerò della mia comunità monastica, non vi parlerò della comunità monastica come fenomeno. Vi dirò alcune urgenze che la comunità monastica può ricordare a tutti, anche a voi che non vivete la comunità monastica ma che sentite, credo, come un tema assolutamente necessario quello della comunità.

Io credo che un discorso sulla comunità possa interessare davvero tutti, anche se la nostra cultura dominante, privilegiando l’individualismo, e di conseguenza tutto ciò che lo nutre (il possesso, la proprietà, i propri interessi) sembra congiurare contro la comunità. Bauman qualche anno fa ha scritto un libro che portava il titolo “Voglia di comunità” e a me sembra che questa voglia, questo desiderio di comunità, se c’è, almeno da noi in Italia, è per ora poco attestato, è un desiderio molto debole, perché non vedo innanzi tutto ciò che è indispensabile alla comunità, cioè il desiderio di una convergenza, il desiderio di un orizzonte comune, nella società, nella polis: vedo prevalere altre logiche. E poi vi devo dire che qualche volta ho anche paura della parola comunità. Quando si pensa ad una comunità con interessi identitari, una comunità di simili, di uguali, una comunità in cui assolutamente non si privilegia la pluralità, la differenza, l’alterità, ma piuttosto la similitudine, allora anche il discorso sulla comunità può dare degli esiti molto negativi per la vita della società.
κοινωνέω in greco la troviamo nei filosofi ma la troviamo, con una suo particolare significato, negli scritti del Nuovo Testamento, dunque all’interno del cristianesimo. κοινωνέω significa comunità, comunanza, comunione: significa qualcosa a cui si partecipa. Il membro della κοινωνέω è uno che condivide, uno che partecipa, uno che si sente parte di un tutto nel quale gli altri pure sono parte in una logica di scambio, una logica di accoglienza reciproca, una logica di edificazione di un progetto comune. Nel nostro italiano le parole certamente sono comune, il sostantivo comunità e noi quando diciamo che qualcosa è comune, quando ci riferiamo alla realtà di una comunità certamente abbiamo ciò che è contrario al proprio, alla proprietà all’appartenenza individuale. Ciò che è comune non può essere né proprio, né mio né tuo, semmai è nostro, perché appartiene a molti, appartiene a tutti. La κοινωνέω della cultura greca e del nuovo testamento e la comunità come noi traduciamo questo termine è proprio questa realtà, in cui tutto è messo in comune, tutti partecipano ad una realtà che è comune, in cui ciascuno è comunicante con gli altri, è partecipante con gli altri.
Però attenzione: la parola comunità (communitas) noi dobbiamo sempre ricordare che è formata da due parole. E’ formata da cum (e tutti sapete che cum significa “con”, dunque evoca l’insieme) e dalla parola munus. Ma la parola munus ha un doppio significato in latino. Perché da un lato munus significa il dovere, significa la funzione, significa l’obbligo che uno ha, ma l’altro significato di munus è dono. Gurdate la riccchezza dunque della parola comunità. Quando c’è una realtà che viene sentita come obbligo, come dovere, ma proprio perché si sente questo obbligo e questo dovere come dono per gli altri allora si ha la comunità. E qual’è la cosa che i membri di una comunità hanno in comune? Hanno in comune il munus, ma il munus non è la proprietà, è il dovere, è una responsabilità ed un dono da fare agli altri. Dunque la communitas non fa cedere ad una proprietà. Anzi, espropria i membri della comunità dalla loro proprietà più propria, perché i membri della comunità devono uscire da se stessi e devono sentirsi mancanti, donati a, aperti alla comunione. Nessuna appropriazione, perché prendere parte, entrare nella comunità, significa condividere con gli altri, esporsi all’altro, movimento che immette in un circuito di gratuità in cui vi sono e permangono virtù della dipendenza riconsociuta e virtù di un agire razionale e indipendente, dice Roberto Esposito nel suo bel libro Communitas.
Insomma la comunità è l’insieme di persone unite non tanto da un possesso da spartire, da una proprietà, non tanto da un di più, ma anzi direi da un di meno, da un debito che ciascuno vive verso gli altri. E qual è questo debito? questo debito -che è anche sempre dono- è un debito che comporta dare se stessi. Se uno vuol capire davvero che cosa è la comunità e come si origina la comunità deve percepire che innanzi tutto occorre dare la propria presenza agli altri, Questo, attenzione lo capite da soli, vale per la comunità della famiglia, vale per la comunità del piccolo gruppo, vale per qualunque forma di comunità. Una comunità, se non vuole avere derive patologiche (e la comunità, essendo un corpo, ha le derive patologiche come una persona: è esposta e nulla è garantito), deve iniziare da un movimento in cui ciascuno inizia a dare la propria presenza all’altro.
Ci sono due parole, nel nuovo testamento, illuminanti in proposito, ma che sono anche ispiranti in una cultura umana come quella greca. Una: non abbiate alcun debito verso nessuno se non quello dell’amore reciproco. E’ Paolo in Romani, 13-8. L’altra parola viene messa in bocca a Gesù: non c’è amore pià grande che dare la propria vita per quelli che si amano (Giovanni 15-13). Ecco, per entrare nella communitas occorre innanzi tutto sentire la propria presenza fra gli altri come un debito e un dono nello stesso tempo. Ma voi tutti percepite che dare la propria presenza significa dare la propria vita. Io nella comunità mi voglio per l’altro, soprattutto la mia presenza, l’essere là concretamente, è per gli altri.
La domanda che è posta come essenziale sull’architrave della porta della comunità è sempre quella che troviamo all’inizio del grande codice che è la Bibbia, laddove si dice che l’umanità ha avuto un inizio attraverso legami e relazioni: ed in quei legami e quelle relazioni c’è l’omicidio. Un fratello (guarda caso, nel legame più vero che noi uomini possiamo avere), Caino, uccide l’altro fratello, il cui nome significa che era l’uomo debole, mentre Caino significa uomo forte. Decodifichiamo: in tutti i rapporti, anche i più naturali, consanguinei, quelli che ci dovrebbero portare all’amore, avviene l’omicidio. Ebbene se c’è una verità su quell’omicidio, questa verità è detta da una parola che Dio rivolge a Caino: “dov’è tuo fratello?”. Questa è la vera domanda. Perché ognuno di noi è custode dell’altro, ognuno di noi ne è responsabile, deve sempre sapere dove c’è l’altro; non sapere nel senso topografico, ma sapere l’altro dove si colloca nel suo rapporto di vicinanza o di estraneità. Dire a uno “dov’è tuo fratello” significa dire: “ma tu hai il volto rivolto verso l’altro?”. Ecco davvero uno dei punti cruciali per capire dove può nascere la comunità. La comunità nasce da questa responsabilità dell’altro. L’altro è altro, deve rimanere tale; l’altro è unicità: fra l’io e il tu c’è una irrimediabile distanza. Ma io e l’altro (io-tu) siamo chiamati alla relazione, siamo chiamati al dialogo, siamo chiamanti alla accoglienza reciproca, e questo richiede una grande responsabilità dell’uno di fronte all’altro. Io di fronte all’altro devo sempre deporre la sovranità del mio io per poter incontrare l’altro e dire con l’altro: “noi”. Certo con la sua alterità, crea in me un timore. La relazione con l’altro è sempre un rischio, lo sappiamo bene; la presenza dell’altro si impone accanto a me ma io, ecco, posso incontrarlo o posso rifutarlo. Posso avvicinarlo o posso escluderlo. Se lo avvicino gli riconosco la vita; se lo escludo -che lo voglia o no- è come dichiararlo morto: e questo è semplicemente l’inizio di un’operazione omicida. Questa è la verità.
C’è all’interno del vangelo un testo che tutti conoscono ma che purtroppo a pochi è concesso di capirlo perché normalmente viene letto male. Tutti in occidente conoscono quella straordinaria parabola del samaritano, tutti sanno che quest’ uomo, passando vicino ad un altro il quale era incappato in banditi ed era ferito…; ebbene, tutti sanno che passò di la un sacerdote, avendo le sue regole, tirò avanti; passo un sacerdote di seconda qualità (diciamo un diacono) tirò avanti anche lui, e c’era un samaritano, uno che gli isareliti definivano -attenzione sta nella Bibbia, sta nel Siracide- un popolo fatto di stupidi e di persone impure, ebbene costui non aveva regole di nessun tipo, non aveva neanche la fede (la parabola non c’è lo dice se era praticante o no, comunque era uno scismatico, eretico detestabile per gli ebrei) ma lì ha visto semplicemente un uomo e si è fatto vicino. La conoscete tutti la parabola. Ma l’intelligenza della parabola non è questa: è la domanda che fa Gesù a chi l’aveva interogato, in cui chi l’aveva interogato aveva detto a Gesù: “chi è il mio prossimo, chi è colui al quale io devo farmi vicino e col quale iniziare la comunità?”. E Gesù dice -questa è la domanda terribile, detestabile, perversa e che noi contiuniuamo a fare all’interno dei nostri ambienti- chi è l’altro che debbo incontrare, chi è l’altro cui debbo fare la carità, chi è l’altro cui debbo prestare l’aiuto. Ripeto: domanda perversa per Gesù; qui sta l’intelligenza della parabola, perché Gesù la capovolge. Il dottore della legge gli aveva detto “chi è il mio prossimo?”. E Gesù, lo sapete, finita la parabola dice: “dimmi dunque chi si è fatto prossimo?”. La vero domanda è dunque: “di chi ci facciamo prossimo”, non “chi è il mio prossimo”, perché il mio prossimo non è colui che è lontano o vicino, ma è colui che io decido di incontrare, è colui che io rendo vicino incontrandolo. Ecco allora com’è importante per una dinamica di qualunque tipo di comunità donare la propria presenza. Io credo che se c’è una patologia della comunità familiare, innanzi tutto nasce da una mancanza di presenza, perché con il ritmo della vita oggi, con quello che è diventata la vita di lavoro, con quella che è diventata la dissociazione del lavoro, la presenza gli uni agli altri sovente manca. E’ presenza dei genitori ai figli, è presenza dei figli ai genitori, è presenza fra quelli che vivono insieme e che si amano, nell’amore e nell’amicizia. Ma fare comunità richiede innanzi tutto dare la propria presenza.
E se non c’è la propria presenza ogni dinamica di comunità non è capace di fecondità, resta sterile, resta debole e non ci fa avanzare. All’interno di questo dare la propria presenza, il dare ascolto all’altro -dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare- è fare dono all’altro di un’accoglienza. Io lascio che l’altro sia accanto a me, di fronte a me; lascio che lui, lei mi parli attraverso tutta la sua persona, perché noi parliamo anche con il corpo, con il tipo di vestito che abbiamo, con il dono della voce, con il profumo che abbiamo; dialoghiamo, parliamo, con tutti noi stessi; e ascoltare l’altro significa proprio questo: essere presente ascoltando, accogliendo chi è l’altro, facendogli il dono del tempo, il dono della vita, ma accogliendo nella mia vita l’altro. Questo significa attendere l’altro: significa assumere un atteggiamento verso l’altro che qualche volta significa rinnegare i propri desideri, le proprie voglie, qualche volta significa mettersi in una logica in cui si lascia uno spazio all’altro e ci si priva noi di un certo spazio. Perché è questa presenza, questa apertura all’altro, questa responsabilità che apre alla comunità e che comunque accende la fraternità.
Qual è la ragione? semplicemente perché l’altro ci impone di avere cura di lui in virtù della sua presenza, in virtù del suo volto che è segnato dalla morte come il mio volto. La frase mi sembra dura e forte, ma quando io guardo un altro, che lo voglia o no, vedo un uomo che è segnato dalla morte come me. E la morte durante la vita è dolore, è separazione, è isolamento, è solitudine, poi esplode con la fine; ma l’altro che mi sta di fronte ha davvero questa grande comunione con me, siamo uomini, siamo mortali, siamo piccola cosa, siamo provvisori, ma proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri e abbiamo bisogno di senso perché tutta questa morte minaccia il nostro senso e il senso della nostra vita.
Solo la comunione, solo l’affetto, solo l’amore ridà senso a ciascuno di noi. Dostoevskji ha avuto il coraggio di scriverlo: “noi siamo responsabili di tutti davanti a tutti, ma io sono più responsabile di tutti gli altri”. Questa è davvero la via dell’umanizzazione, è l’essere uomini: la responsabilità dell’altro è la struttura pura, essenziale, primaria, fondamentale della soggettività.
Bauman è riuscito a dire: “io sono in quanto sono per gli altri” e il verbo essere significa essere per gli altri, perché essere ed essere per gli altri in una via di umanizzazione sono sinomini. Io non esisto senza un tu, un voi. Sono un volto e un nome, sono ciò che l’altro vede e chiama, ma anche l’altro è per me un volto e un nome. Io ho bisogno dell’altro per vivere.
Mai senza gli altri.
Quanto volte ce lo siamo detti come l’intuizione più profonda per creare una via di convergenza alla communitas. Ecco dove nasce la communitas. Io ho bisogno di te e quando dico di non aver bisogno dell’altro uccido la communitas, uccido l’altro. E’ il cristianesimo, penso specialmente a Paolo nella prima lettera ai Corinti, quando ammonisce che nessun membro della comunità può dire di non aver bisogno dell’altro. Ciò equivarrebbe a sancire la propria non appartenenza ad un corpo, sarebbe la negazione di un corpo vivo, di ciò che si è. E permettetemi di citare anche Giovanni, che giunge a dichiarare in modo lapidario: “chi non ha relazione con l’altro, chi non ama l’altro è un omicida”.
E’ uscito nei mesi scorsi un libro, certamente che ha alcune pagine straordinarie. E’ un libro difficile, mi rendo conto che non se ne possa dare una grande lettura. Ma Zoja gli ha dato come titolo “la morte del prossimo” e dice: Nietzsche, all’inizio del secolo scorso, ci aveva parlato della morte di Dio ed effettivamente abbiamo assistito ad una morte di dio nel secolo scorso, attraverso le grandi ideologie che l’hanno negato, attraverso la secolarizzazione. Indubbiamente una certa morte di dio c’è stata e Nietzche è stato un vero profeta su quello. Ma Zoja dice: il guaio è che non c’è stata solo la morte di dio, attualmente c’è la morte del prossimo. Ecco il titolo del suo libro, ed è vero perché la prossimità non è solo una vicinanza spaziale, è essenzialmente una responsabilità fino all’estremo: la responsabilità della responsabilità altrui.
Oggi la nozione del prossimo è quasi venuta a mancare, ormai all’interno della cultura dominante c’è il culto dell’io autarchico, c’è una vera e propria egolatria, in cui tutti i desideri diventano dei bisogni assolutamente da soddisfare, senza gli altri e contro gli altri. C’è indubbiamente una situazione in cui si finisce per negare ogni convergenza sociale, non siamo più capaci di un orizzonte politico convergente, nella nostra società non c’è più un progetto che richieda una convergenza nostra per una polis, per una forma di giustizia, vale la legge ognuno i propri interessi.
Abbiamo esultato per la fine di ideologie che portavano dietro loro anche un carico di negazione di libertà e di morte, ma dopo la fine delle ideologie, che cosa abbbiamo costruito? C’è stata una dispersione enorme in cui ormai sembra altro che la società liquida, molto di più: una società segnata esclusivamente da concorrenza, da disgregazione, da opposizione, in cui non siamo neanche più capaci a parlarci senza ricorrere ai toni della barbarie, e volete che da questa situazione ci sia la convergenza di comunità nella politica, nella società? questa è la barbaria cui siamo andati incontro. Certo la comunità è una comunità a caro prezzo. Io non vi traccio nessun volto idillico, assolutamente, della comunità. Ho voluto darvi la dinamica, dalla presenza al dono della vita attraversa la difficile via del riconoscimento dell’altro, dell’assunzione della responsabilità dell’altro, dell’accendersi della fraternità esercitandosi nel dialogo, esercitandosi nell’amore.
Ma è bene evidenziare, a costo di scoraggiare chi sogna la comunità, il caro prezzo che si deve pagare per entrare nella sua dinamica, perché va detto subito che la comunità, la quale ha il potere di porre insieme gli uni e gli altri edi porre a confronto gli uni e gli altri, è un luogo di epifania, è un luogo di manifestazione. Fare comunità significa accettare che all’interno dell’incontro e del confronto emerga la debolezza, la povertà, anche il male che abita ciascuno. Paradosalmente proprio vivendo insieme ed avendo la possibilità di una vita con una certa prossimità, guardando l’altro io sono condotto a vedere e quindi a riconoscere tutto ciò che è in me, tutto ciò che contraddice la comunità e che pure mi abita e mi limita. Finché uno è nello spazio non comunitario, ed ha dei rapporti sfilacciati e non conosce il vero rapporto con il prossimo, cioè di colui che io decido di avvicinare, io sto nello spazio non comunitario, lo spazio dell’ immunitas e io posso pensare a me stesso senza contraddizioni, creando una immagine falsa di me. E’ il confronto con gli altri che obbliga a questo sguardo su di sé, che obbliga ad un’operazione faticosa e dolorosa in cui io vedo i miei limiti e le mie contraddizioni.
A volte rinunciare al proprio punto di vista per sottomettersi alla volontà degli altri: la comunità, essendo innanzi tutto un io e gli altri, non può essere “la comunità per me”, ma richiede piutosto la logica “io per la comunità”: questo è il passaggio dall’amore di me stesso alla solidarietà. La comunità è il vero luogo dell’ars amandi, ma un ars amandi in cui sì, c’è la giona del piacere, ma c’è anche tutta la necessità del sacrificio.
Sacrificio, parola desueta oggi diventata oscena.
Permettemi di osservare, semplicemente: se noi siamo qui questa sera ed abbiamo la possibilità di parlare così in piazza, non pensate che sia grazie al sacrificio di tanti che hanno lottato per la nostra libertà e perché fosse possibile essere liberi? Noi non vogliamo più sentire la parola sacrificio e non l’abbiamo più insegnata alle nuove generazioni, ma quel po’ di giustizia che c’è oggi, lo vogliamo ricordare che c’è grazie al sacrificio di tanti che hanno combattuto e che hanno cercato di lottare contro l’alienazione e contro ogni forma si schiavitù; e se noi conosciamo la pace, non è vero che ciò è grazie a molte persone che hanno sacrificato la propria vita per la pace, la giustizia e la libertà? Questi sono sacrifici che non possono mancare perché nella vita d’uomo o c’è una ragione per cui vale la pena fare sacrifici, e allora la vita ha senso; ma se nella vita di un uomo non c’è niente per cui vale la pena sacrificare qualcosa, non c’è neanche una ragione per vivere: che i giovani lo sappiano. Sacrificio come dono del tempo, come dono della mia presenza, sacrificio delle mio forze, sacrificio come sottomissione al bene comune delle mie esigenze e di quelli che sono i miei desideri, ma che qualche volta confliggono con i diritti degli altri.
Nella communitas si sperimenta l’arte di decidere ogni giorno di amare il non amabile, di credere all’amore anche nel rapporto con l’antipatico e l’avversario, nella communitas si deve tentare di accendere l’amore per il nemico, nella communitas ci si esercita ad attendere e perdonare, ricominciare ogni rapporto che sembra spegnersi, cercando soprattutto una speranza, una fedeltà, perché i veri capolavori d’arte nascono da una lunga fedeltà, da una perseveranza, non possono mai essere il frutto di qualcosa che si consuma in pochi istanti come effimero. C’è certamente il diritto di essere se stessi, di essere accolti con le proprie debolezze e con i propri lati oscuri e repellenti.
Comunità infine significa condivisione: certo si tratta di condividere tutta la vita, ma non dimentichiamo che oggi per molti uomini, proprio perché manca la condivisione, c’è oggi una condizione di bisogno declinata a volte come fame, a volte come miseria, a volte come condizione che appare disumana. Noi, soprattutto in occidente, abbiamo parlato tanto di povertà ma poco di di condivisione, mentre tutto il messaggio cristiano dice che l’unico nome della povertà cristiana è condivisione e una povertà che non è condivisione è esercizio ascetico per persone che cercano la propria perfezione egoistica, mentre se c’è davvero l’amore, allora c’è la condivisione; condivisione di quello che si è; condivisione a che di quello che si ha. Noi viviamo in una situazione oggi in cui semplicemente tante forme di miseria stanno accanto a noi ma in un progetto di comunità che cosa siamo disposti a condividere? Siamo disposti a condividere anche ciò che abbiamo? certo nella libertà e per amore. Qualcuno penserà che evocando questa condivisione io abbia un sogno utopistico o addirittura magari le solite declinazione di quel famoso comunismo.
No, stiano calmi questi.
Cerco solo di ricordare che cosa è stato il messaggio cristiano quando, nei primi secoli, dire che mio e tuo sono parole vane, che una proprietà e un possesso individuale erano contro natura; questo lo trovate nei padri della chiesa non nei catto-comunisti.
Ci sono due parole nel nuovo testamento che impressionano tutti gli esperti della letteratura greca. Uno dei più grandi grecisti ha potuto scrivere: “quando passo dai classici greci ai testi del nuovo testamento ciò che mi sorprende è aver forzato la lingua greca o averla appensantita soprattutto con due espressioni”.
Perchè costantente nel nuovo testamento non sta scritto “lavorate” ma sta scritto “collaborate”, non sta scritto “piangete”, ma sta scritto “piangete insieme”, non sta scritto “rallegratevi”, ma sta scritto “rallegratevi insieme”. E dice addirittura “ho trovato una espressione impossibile: commorire insieme” (è un’espressione paolina).
C’è costantemente, in maniera ossessiva e dà a tutto questo andamento. Sembrerebbe che tutte le cose più umane: lavorare, gioire, piangere, non sono vere se non si fanno insieme in comunità.
E l’altra parola che tanto appesantisce il greco è questo “reciprocamente” che di nuovo è martellante. Senza che la reciprocità diventi un diritto ma sia semplicemente un debito che ciascuno ha verso l’altro, perché una vera comunità sa anche vivere senza simmetria, in una piena gratuità.
Ecco, questa è la comunità, è la comunità che i monaci cercano di realizzare. Ma vi ho parlato di una delle dimensioni che interessano la vostra vita di comunità nelle vostre comunità, nella vostra polis, nella vostra amicizia, ovunque voi sentiate relazioni, perché il cammino della comunità è sì un cammino cristiano ma, secondo me, è un cammino cui son chiamati tutti gli uomini, perché l’umanità è una e ogni uomo o sta in una comunità in relazione ed è uomo e si umanizza, ma senza la comunità, senza un orizzonte comune, c’è la barbarie.

Copyright © Ritiri Filosofici 2020