Category Archives: Scritti vari

L’impossibilità dell’unificazione europea e il Superstato tecnico

Sono molti i libri nei quali Severino ha scritto sull’Europa e sulle prospettive dell’unificazione europea. Spesso si tratta di raccolte di articoli pubblicati sul Corriere della Sera dove il filosofo bresciano commentava periodicamente fatti e vicende della politica nazionale e internazionale. Fin dagli scritti riassunti in Gli abitatori del tempo del 1978 e poi in Téchne, il saggio sulle radici della violenza apparso l’anno successivo, è sembrato subito chiaro che le analisi di Severino superavano per lucidità quelle di tanti scienziati della politica. Tornano alla mente le parole di Leo Strauss secondo cui la scienza politica contemporanea, una volta messa di fronte alle tirannidi più terribili, non le seppe riconoscere. Severino al contrario dimostra subito di riconoscere una tirannide, quella della Tecnica, mascherata sotto le vesti della fede nel divenire che domina l’Occidente. Un tiranno sfuggente, senza volto, e per questo ancora più temibile. Ripercorriamo oggi la penetrante analisi del filosofo contenuta in alcuni dei suoi libri più significativi.

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Filosofia a scuola

L’insegnamento della filosofia, nei licei italiani, è strutturata su una particolare disciplina della filosofia, ovvero la Storia della filosofia.
Ogni professore di liceo ha l’obbligo di strutturare un percorso formativo, in tre anni, che porti lo studente a toccare, in modo cronologico, le maggiori tappe della storia della filosofia. Dai presocratici al Novecento (se ci si riesce, fra interrogazioni, compiti, recuperi, assemblee, malattie vere o presunte, etc…).
Questo ripercorrere cronologico della storia della filosofia è, immaginiamo, una linea retta, dove i processi storico-culturali modificano l’atteggiamento filosofico dei vari protagonisti dei testi scolastici; e dove perciò ritroviamo lo svolgersi irrequieto di uno spirito filosofico, che — come dice in un recente articolo sul blog Le parole e le cose, Mauro Piras — deriva chiaramente dall’impostazione filosofica hegeliana. In Italia, non dimentichiamolo, inoltre, la nozione secondo cui la storia ha un “senso” intrinseco, da svolgere (e perciò ce l’hanno anche tutte le storie minori, tipo quella della filosofia, dell’arte, del diritto etc…) è stata mediata e amplificata dall’hegeliano Giovanni Gentile, e dalla sua riforma scolastica.

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Lettera a Umberto Eco

Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Sossio Giametta ad Umberto Eco

Milano, 10 maggio 2013

Ill.mo e caro Eco,
ebbi il piacere di salutarla alla serata in onore di Raffaele La Capria. Lei mi disse di aver ricevuto il mio libro, L’oro prezioso dell’essere, ma di non averlo letto. Tutto normale. Immagino le montagne di libri che le arrivano. E poiché le arriveranno anche montagne di lettere, invoco il suo generoso perdono per il mio farmi vivo pur sapendo tutte queste cose. Perché lo faccio? In generale perché noi poveri autori non famosi non possiamo onestamente sperare che nel riconoscimento di coloro che possono capirci, e perché in particolare io ho motivi personali per rivolgermi a Lei. Credo infatti di aver fatto una scoperta che, se è fondata, non può non interessarla quale filosofo e commentatore degli evi antico, medio e moderno. Questa presunta scoperta riguarda appunto l’evo moderno, sul quale è uscito ultimamente un libro da Lei curato.
Approfondendo lo studio semisecolare di Nietzsche, sono arrivato a capire il suo genio profondo, da tutti ancora ignorato e insospettato, e poiché esso è, secondo me, il punto d’approdo della modernità, sono arrivato a capire anche il senso, tuttora ignorato e insospettato, della modernità. Questo è un processo unitario, drammatico, angoscioso, che impone la reinterpretazione dei suoi protagonisti in base alla posizione da ciascuno occupata in esso. Tutto ciò è contenuto nel capitolo mediano del libro, intitolato Come fu che intuii quello che avevo capito. Ma per non obbligarla a leggere il libro, lo ripeto qui in altra forma.

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La morte come colpa

La cultura contemporanea ha cancellato il concetto di morte come inseparabile compagna dell’esistenza stessa, relegandola al ruolo di “effetto colposo”. Questo processo, a mio avviso, è il prodotto dei simmetrici sviluppi del diritto e della scienza così come si sono declinati nella vita quotidiana. Da un lato le nostre società stanno via via sempre più massicciamente ‘giuridicizzando’ tutti i rapporti : familiari, lavorativi, istituzionali, personali. In ogni ambito della vita ci deve essere sempre il ‘responsabile’, cioè colui che una norma giuridica individua come il ‘capro espiatorio’, il ristoratore degli eventuali danni che dovessero derivare a qualcuno nello svolgimento di una determinata attività, o dal verificarsi di eventi di varia natura: dalla scuola al campetto dove giocano i ragazzini, dalla strada al luogo di lavoro, dalla casa al condominio, dai fiumi ai terremoti, dal concerto alla sagra paesana, dalla sala operatoria alla spiaggia. Ovunque c’è, o ci deve essere, un responsabile. Necessità moderna, si dirà, per evitare conflitti extra-giuridici e canalizzare nell’alveo di una procedura pre-determinata le scorie di tensioni sociali, frustrazioni esistenziali ecc … Nulla questio sul punto (che meriterebbe ben altro approfondimento). Ciò che mi interessa sottolineare è che questa forma mentis nella quale cresciamo, saldata con abbraccio vigoroso allo sviluppo tecnico-scientifico che ha riversato e riversa nella vita pratica degli uomini una molteplicità tumultuosa di strumenti, tecniche, oggetti, pratiche preventive, genera uno dei prodotti più nefasti e irrazionali della contemporaneità: la convinzione che la morte sia l’effetto di una colpa. Noi non possiamo più morire, se non per la cattiva applicazione di una tecnica, o per il mancato intervento di chi doveva, o per il difettoso funzionamento di uno strumento. L’ebrezza della modernità ci ha convinti che possiamo salvarci sempre da tutto e che se non ci salviamo c’è un errore, c’è un’imperizia, c’è un ritardo. Viviamo una sorta di immortalità condizionata.     

Se Dio esiste cosa è possibile?

Ho sempre ritenuto che rileggere i vecchi articoli di Ritiri Filosofici sia un ottimo modo per mantenere alta la confidenza con il profilo filosofico intrinseco alla nostra realtà e che troppo spesso passa in secondo piano. È anche per questo che ripescando dall’archivio del sito, ho trovato particolarmente interessante rileggere l’articolo del 26 novembre 2012 scritto da Saverio Mariani: Se Dio è morto tutto possibile?

Riflettere su quel legame indissolubile che vincola l’agire umano all’esistenza o meno di Dio spesso viene liquidato come una questione meramente religiosa, rispetto alla quale ci si muove nell’ambito del relativismo più totale; ma si può davvero ridurre tutto solo a questo? Filosoficamente parlando, la risposta non può che essere no. No perché, sia che per Dio si intenda l’Essere trascendente e “personale” (categoria la cui definizione mi appare sempre più complessa e soggetta a distinguo) proprio della tradizione cristiana, sia che si intenda la Sostanza infinita di Spinoza, a monte c’è il modo stesso di concepire l’uomo e il suo ruolo all’interno del reale (e quindi, implicitamente, il rimando anche a tutte le “certezze metafisiche che potevano dare una spiegazione, ed una motivazione aprioristica, all’azione morale” di cui parla Saverio nel suo articolo). Se infatti alla prima categoria fa riferimento un essere umano sostanzialmente in balia di una divinità che può disfare il già fatto e spesso anche accecato dalle passioni (l’ira in particolar modo); dalla seconda sembra emergere un uomo “parte del tutto” senza alcuna priorità originaria e necessariamente soggetto alle leggi immutabili che regolano il Tutto.

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L’eterna inquisitio generalis

Premessa.
Con un articolo pubblicato sull’Annuario di scienze penalistiche Criminalia (2012 – Edizioni ETS) e poi ripreso da Il Foglio Quotidiano (qui è possibile leggerlo per intero) Giovanni Fiandaca svolge una serie di approfondite considerazioni in relazione al processo sulla cosiddetta trattativa stato-mafia, che si è aperto da poco a Palermo e nel quale politici in auge durante i primi anni novanta e noti mafiosi sono chiamati —insieme— a rispondere dell’accusa di aver violato l’art. 388 c.p., che punisce chi commette violenze o minacce a un corpo politico.
Giovanni Fiandaca è nome notissimo a chiunque si occupi di diritto, non foss’altro perché autore del manuale di diritto penale sul quale si sono affaticati la gran parte degli studenti di diritto degli ultimi trent’anni; e l’articolo in questione spicca per la serietà della trattazione di questioni tecnicamente complesse e per la capacità di inquadrare queste ultime in un ambito di ben più ampio respiro.
Non è questa la sede per l’esame delle questioni tecniche relative al processo ed ai suoi protagonisti; né —tanto meno— intendo prendere parte alla inevitabile “scelta di campo” che la discussione mainstream sul processo ha prodotto.
Vorrei invece qui esaminare alcuni passaggi del pensiero del professor Fiandaca che, evidenziando categorie concettuali permanenti intorno alle quali ruota la società politica in Italia, possono dunque aver rilievo in termini di analisi storica e, se si vuole, anche filosofica. Temi poi che spero di approfondire in uno studio di maggior respiro, da pubblicare più in là sempre qui su RF.

Le questioni rilevanti.
Per quel che qui interessa, l’articolo del professor Fiandaca evidenzia una spiccata propensione della giurisdizione penale italiana a sovrapporsi e, in un certo modo, a sostituirsi, ad ambiti riservati al potere esecutivo dalla tradizionale teoria sulla divisione dei poteri. Tale fenomeno di sovrapposizione / sostituzione prende avvio e si consolida sulla base di due fenomeni che, seppur su piani differenti, convergono nel senso predetto: da un lato, un’impostazione di fondo dell’analisi storica viziata da un approccio complottista; dall’altro, l’esercizio della giurisdizione penale sul modello dell’ inquisitio generalis.

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La religione, nel bene e nel male

Negli ultimi giorni, come spesso accaduto recentemente, il dibattito pubblico ha riproposto il tema del ruolo della religione, ed in particolare del cristianesimo, nell’ambito della società. Gli interventi sono stati diametralmente diversi, a riprova del fatto che la religione costituisce un tema sempre aperto e dagli esiti incerti. Abbiamo pensato di dare conto di alcuni di questi contributi insieme ad una nostra guida ragionata.

Cristianesimo minacciato?
Ernesto Galli della Loggia, noto editorialista del Corriere della Sera, ci informa in un articolo apparso domenica 2 giugno 2013, che è in atto in Europa una gigantesca rivoluzione antireligiosa che si presenta, per ovvie ragioni storiche e culturali, come una grande rivoluzione anticristiana. I fatti che lo storico porta a dimostrazione di questa tesi sono principalmente una serie di offese ed altre “sanguinose contumelie” tratte da una denuncia del quotidiano Avvenire e dal sito web intoleranceagainstchristians.eu. Galli della Loggia continua sostenendo che i segnali di questa persecuzione anticristiana sarebbero poi la cancellazione dell’erogazione di fondi alle istituzioni cristiane; il fatto che in alcune sedi scolastiche le vacanze invernali avrebbero sostituito, nella dicitura ufficiale, le tradizionali vacanze di Natale; la cancellazione della libertà di coscienza nelle professioni mediche e paramediche. Tutti casi che dovrebbero suscitare la preoccupazione di qualunque coscienza liberale.
Noi di RF, che religiosi non siamo ma liberali sì, non neghiamo che si siano verificati e si verifichino atti di violenza verso i cristiani ma avvertiamo una sorta di insopportabile rovesciamento del problema. “L’intolleranza verso la religione” recitava l’occhiello dell’articolo: la portatrice storica dell’intolleranza, ora sarebbe divenuta a sua volta oggetto di intolleranza. Sembra un ossimoro. O forse una nemesi. Qualsiasi cosa sia, l’idea della rivoluzione anticristiana in atto, che determinerebbe un’inversione di tendenza in un dominio bimillenario e spesso violento esercitato dall’autorità religiosa nei confronti di chi non si sottomesse al suo dominio, è sproporzionata, così come la tesi secondo la quale la libertà dei cristiani appare “oggettivamente” in pericolo.

In primo luogo, tale tesi poggia su un elenco di singoli casi forniti dal quotidiano dei Vescovi italiani e da un osservatorio europeo di ricerca. Per quanto degne di essere prese in considerazione, riteniamo che esse non siano paragonabili, per una seria analisi storica, alle violentissime persecuzioni imbastite per secoli contro il pensiero liberale italiano ed europeo. Per restare alla storia moderna, ricordiamo soltanto le persecuzioni protonaziste contro gli ebrei da parte cattolica avvenute in Spagna e Portogallo alla fine del XV secolo; le terribili guerre di religione dei secoli successivi; le umiliazioni che fino ad epoca recente, intellettuali, uomini di cultura, pubblici impiegati hanno dovuto affrontare per dichiarare la propria fedeltà ad un’opinione che non era la loro.

In secondo luogo è quantomeno singolare che il quadro riportato da Galli della Loggia non tenga conto della fortissima posizione di potere che la religione cristiana conserva abbondamente in Italia e in Europa. Posizione di potere che permette, ad esempio, di coprire una lunga storia di abusi e violenze nei confronti dei minori; di beneficiare di un rango tuttora privilegiato nei confronti delle altre religioni e che in Italia pone la Chiesa cattolica (nonostante la modifica dei Patti concordatari) come autentica religione di Stato. Si potrebbe continuare citando il finanziamento operato con l’otto per mille, le esenzioni fiscali, le norme ancora in vigore nei codici a tutela della religione, le nuove leggi restrittive in tema di etica, la gestione educativa delle giovani generazioni che la Chiesa si arroga come un diritto (e che, va detto, molte famiglie le riconoscono). Noi non arriviamo a dire che questi fatti siano da considerare come prova di una persistente negazione dei diritti da parte cristiana. Ma che si debba rovesciare la frittata spacciando la pur innegabile diminuzione di influenza del cristianesimo come una persecuzione contro i cristiani è francamente eccessivo e suona come una presa in giro. Che cosa deve temere la religione in un Paese, tanto per rimanere in Italia, dove i più grandi pensatori laici e liberali sono stati spesso ridotti in cenere, fisicamente e metaforicamente? Dove la tradizione filosofica che più ha messo radici, quella idealistica, è figlia di un sistema (quello hegeliano) che ha saldato in modo granitico la ragione all’assoluto cristiano? Dove il fondatore dell’illuminismo europeo, Spinoza, è sinonimo di un sito di barzellette? Abbiamo da poco assistito all’elezione del nuovo papa alla cui cerimonia erano presenti i potenti provenienti da tutti gli angoli della terra: non ci risulta che lo stesso accada, non dico per la Merkel o per Napolitano, ma almeno per Obama o per Xi Jinping. Come evidenziato poi dallo splendido numero di aprile di Limes, L’Atlante di papa Francesco. Hic Petrus hic salta. La strategia della Chiesa per riconquistare il mondo, i dati mostrano che la religione cattolica non è affatto in ritirata e che anzi sta godendo (complice la crisi e lo scontro con il fanatismo islamico) di una nuova e rinnovata linfa vitale a livello mondiale. Non si vede perché questo non debba avvenire anche in Europa dove del resto non basta (ad ulteriore prova di quella tesi di Galli della Loggia) che il mainstream dell’opinione pubblica non si alzi mai a sostegno del punto di vista dei cattolici: questa è veramente una preoccupazione da accademici che non conosce la pancia del popolo dove la popolarità e il consenso nei confronti della Chiesa ha radici forti e antiche.

Per finire segnaliamo un’ultima contraddizione. Se è vero, come dice Galli della Loggia, che la libertà religiosa ha rappresentato storicamente l’origine e la condizione di tutte le libertà civili e politiche, è anche vero che si è trattato della lotta di un potere religioso (la riforma protestante) contro un altro potere religioso (la controriforma cattolica) in nome di quella tendenza a ridurre il cristianesimo a fatto privato capace di produrre le attuali libertà politiche e personali. Il fatto di quella riduzione, che non sembra piacere a Galli della Loggia, è esattamente la premessa della conclusione che si vuole mantenere.

Nuovi atei, nuova Chiesa.
Di tutt’altro tenore l’articolo di Giancarlo Bosetti di Repubblica del 3 giugno per il quale invece la fase di aggressione antireligiosa ha oggi lasciato il passo a riflessioni più moderate fino a farsi strada un pensiero laico aperto al dialogo. L’articolo discute della religione in generale e valuta il processo di apertura del laicismo. Il cambiamento di stagione è avvenuto soprattutto in ambito anglosassone, dove del resto più forti erano stati gli accenti antireligiosi avvenuti a seguito degli eventi dell’11 settembre. Anche per quanto riguarda l’atteggiamento verso il cristianesimo, non si registrano più gli attacchi che in passato venivano sferrati contro i credenti e che coincidevano sostanzialmente nell’accusa della loro minorità intellettuale.

Centrato invece esplicitamente sulla Chiesa cattolica l’articolo di Giuliano Ferrara del 25 maggio nel quale l’istrionico direttore del Foglio celebra l’avvento di papa Francesco come la fine del Concilio Vaticano II. Per usare un gergo che sarebbe a lui caro, la Chiesa del concilio è stata preda di troppe seghe intellettuali, di troppe pippe dialettiche, di eccessivo sinistrismo politico. Con l’avvento di Francesco si ha finalmente un papa che non ha problemi, continua il suo stretto collaboratore Maurizio Crippa,  né quello del Concilio, né quello del moderno e del post-moderno. Dopo papa Luciani, secondo cui il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole, si è finalmente spazzato via il blabla clericale. Bergoglio ha dunque finalmente voltato pagina e ha superato la storica impasse costituita dal Vaticano II. «Un gesuita – scrive Ferrara – che parla del diavolo e lo frequenta a Santa Marta per infilzarlo ogni mattina in un’omelia serenamente non protocollare, che lascia vuoti, museali, i palazzi apostolici, che fa della diocesi romana la sua grande Madonna protettrice, che persegue scopi con i mezzi relativi della spiritualità discernente, ignaziana. Cazzo che papa». Un papa che definisce pietose le associazioni  filantropiche di carità e poi va a ricevere l’abbraccio della folla sotto la pioggia battente. L’astuzia della ragione è davvero ben poca cosa a confronto con l’astuzia della religione.

 

 

Come leggere Spinoza

Alcuni giorni fa ho accettato l’invito di un amico, professore di filosofia in un liceo, a tenere una lezione a scuola su Spinoza. Gli alunni della classe che mi sono trovato di fronte poco sapevano del pensiero e della vita del filosofo ebreo-olandese.
La difficoltà principale che ho avuto, o meglio che mi ero prefissato di oltrepassare, era quella di far intendere almeno un po’ la portata rivoluzionaria del pensiero spinoziano, sebbene ad un primo impatto (e non solo) il linguaggio utilizzato dal filosofo risulti molto ambiguo.
Una prima obiezione mossami è stata quella relativa al perché Spinoza, pur non intendendo il Dio della tradizione scolastico-cristiana, utilizzi il termine Dio per delineare e descrivere nella sua completezza il concetto di Natura o (come viene chiamata nell’Etica) di Sostanza. La domanda è di certo pertinente.
Potremmo rispondere a questa obiezione di partenza, fatta da un liceale, affermando che Spinoza non si allontana dal linguaggio tradizionale-scolastico perché è proprio con la tradizione che egli deve dialogare; deve dialogare oltretutto, con teologi e filosofi con una forte impronta scolastico-cristiana.

A conferma di questa tesi, possiamo leggere – nell’introduzione all’Etica [1] -: «Spinoza ama riprendere tesi e termini tradizionali della teologia e della filosofia per mostrarne il vero significato filosofico. Non dimentichiamo che i suoi interlocutori più diretti sono tutti Cristiani, sebbene appartenenti a confessioni liberali, che non comprenderebbero un linguaggio totalmente diverso da quello tradizionale⨠[2]. Risulta quindi chiaro (come risulta dalla lettura attenta dei testi spinoziani) che l’intento del filosofo è quello di essere davvero un “segno di contraddizione” nella storia della filosofia moderna, ma ciò non è possibile se non scardinando i concetti principali sui quali si regge tutta la tradizione.
Detto in altre parole, Spinoza ha bisogno di costruire il suo impianto filosofico nel solco linguistico della tradizione scolastico-cristiana, perché solo così può permettere alla sua cristallina filosofia di fondarsi sulle macerie della tradizione.
Spinoza sa che ciò può risultare ambiguo e non un modo per facilitare la comprensione della sua filosofia; egli sa anche che se il linguaggio tradizionale «venisse sostituito, ci si libererebbe più facilmente dai pregiudizi e dagli errori che si accompagnano di solito all’idea di Dio⨠[3]. Esempio emblematico di questo mutamento graduale verso una “nuova filosofia”, che abbandona definitivamente la fede per indagare il mondo con gli occhi dell’intelletto, è presente in Etica, I parte, prop. XXXIV. [4] Lì leggiamo: «La potenza di Dio è la sua stessa essenza⨠. (È bene ricordare che la prima parte dell’Etica, di Spinoza, si intitola “Di Dio”, e dimostra – secondo lo schema geometrico – tutta una serie di definizioni ed assiomi, presenti all’inizio del capitolo.) La proposizione XXXIV, riportata qui sopra, è identica alla frase con la quale S. Tommaso [5] intende dimostrare l’onnipotenza divina e la capacità di Dio di disfare il già fatto. Spinoza [6], al contrario, con questa proposizione intende affermare l’assoluta necessità dell’essenza divina, la sua potenza infinita, che non può far altro che produrre necessariamente tutto ciò che è in Dio. Il che è totalmente diverso da ciò che S. Tommaso intendeva con la stessa espressione. Questo breve esempio, che non possiamo qui trattare in tutta la sua complessità teoretica, è un modo – semplice – per affermare una cosa ben precisa, e per rispondere a molti critici del linguaggio e della compromessa comprensibilità di Spinoza. Per comprendere a pieno il filosofo olandese bisogna calarsi nei suoi panni, e pensare ai suoi uditori dell’epoca.

Spinoza va dunque letto con gli occhi di chi ha intenzione di leggere qualcosa di davvero rivoluzionario nella storia della filosofia moderna. A questo proposito è però necessario esaminare anche l’epistolario. Nelle sue lettere Spinoza risponde a critiche e ad osservazioni sui suoi testi, chiarendo ancora di più le proprie posizioni e la sua distanza di pensiero dalla tradizione scolastico-cristiana, pur essendovi in un continuo dialogo filosofico. Esempio chiarificatore potrebbe essere la risposta che Spinoza scrive ad Henry Oldenburg tra il novembre ed il dicembre 1675, quando egli dice: «Per il resto ho detto espressamente di ignorare che cosa significhi ciò che alcune Chiese aggiungono, che cioè Dio abbia assunto forma umana; anzi, a dire il vero, mi sembrano affermazioni assurde⨠[7], bollando come assurde tutte le descrizioni antropomorfiche di Dio, che invece sono uno dei caratteri fondanti dell’Occidente Cristiano.

Leggere Spinoza non è facile, soprattutto se non si attua un atteggiamento critico nei confronti del testo, che non deve essere letto secondo il pensiero della scolastica. In questo modo le categorie spinoziane sono piene di insidie per chi non ha intenzione di abbandonare (anche solo temporaneamente) i concetti dominanti della tradizione filosofica occidentale. [8] [1] Spinoza, Opere complete, a cura di Filippo Mignini e Omero Proietti, Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2007
[2] ibid., p. 764
[3] ibid., p. 765
[4] ibid., p. 825
[5] Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, 1, q25, a5
[6] Si è occupato di questo tema sempre Filippo Mignini, Le Dieu-Substance de Spinoza come “potenzia absoluta”, in Potentia Dei. L’onnipotenza nel pensiero dei secoli XVI e XVII, a cura di Canziani, Granada, Zarka, Franco Angeli, Milano, 2000
[7] Spinoza, op. cit., Carteggio Spinoza-Oldenburg, Ep. 23, p. 1303
[8] Sulla difficoltà ad abbandonarsi totalmente alla lettura del testo spinoziano vedi: Guido Ceronetti, La lanterna del filosofo, Adelphi, Milano, 2005, pp. 15-35 e 38-45

L’ipocrisia della Costituzione

I recenti sviluppi della situazione politica del nostro Paese, unitamente alla elezione del nuovo Presidente della Repubblica, evidenziano in tutta la loro drastica chiarezza un fenomeno che si trascina da decenni nel nostro sistema istituzionale : lo scardinamento sostanziale del disegno costituzionale relativo alla forma di governo del nostro Paese (…)(Segue qui).

Rawls è poco machiavellico

Come è possibile gestire un insieme eterogeneo di individui, all’interno di un contesto sociale? Qual è lo strumento, la legittimazione, il mezzo, attraverso cui una autorità politica può (e deve) mantenere l’unità di una società? In ultima istanza: come si può conciliare la molteplicità degli individui con la necessaria unità della giustizia e dell’ordine sociale e politico?

Queste domande sono l’Anfang, il cominciamento, di ogni teoria filosofico-politica che voglia costruire un sistema teorico applicabile alla realtà sociale. Prima di porre queste domande, ogni teoria filosofico-politica deve descrivere la natura dell’uomo.L’opera e gli studi di John Rawls (1921-2002) hanno sostanzialmente tentato di rispondere a tali questioni.
Rawls ha costruito il suo modello teorico intorno alla Teoria della giustizia, titolo, anche, del suo celebre volume, del 1971. Per Rawls la giustizia è più importante rispetto al bene, nella costituzione di una società politica, che appunto deve primariamente tendere al giusto.
Detto in altro modo: la politica non deve indirizzare le sue scelte e la sua attività in vista della soddisfazione di un bene moralmente condiviso, ma deve rispondere – per mezzo dei suoi atti – ai due princìpi di giustizia. Questi due princìpi di giustizia sono razionalmente condivisi, perché stabiliti in modo eguale dagli individui stessi della società.

Rawls qui immagina di dover fare, insieme ai suoi lettori, un “esperimento mentale”, dove si immagini una situazione originale (the original position), in cui gli individui – coperti da un velo di ignoranza (veil of ignorance) rispetto ai propri fini particolari e rispetto alle proprie inclinazioni etiche e morali – scelgano liberamente, in modo reciprocamente disinteressato e razionalmente, quindi, i due princìpi.
Dalla situazione originale, allora, deriverà che: a) ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale, compatibilmente con una simile libertà per gli altri e che b) le ineguaglianze economiche e sociali sono ammissibili soltanto se sono per il beneficio dei meno avvantaggiati.
Potremmo riassumere i due enunciati in: libertà ed eguaglianza.
Questi princìpi di giustizia sono i due cardini (insieme al principio di differenza, la fraternità, della quale qui non ci occuperemo) universali di una società, entro i quali ogni cittadino può muoversi. L’autorità politica, fondata sui due princìpi, è egemone e separata dalla sfera etica, morale, religiosa.

Quest’ultima, con tutte le sue idee, deve – per poter essere contenuta nello spazio pubblico della società politica – avere il requisito di ragionevolezza, ossia di conformità con i due princìpi di giustizia e che non abbia in sé, e nelle sue manifestazioni, la tendenza a voler essere egemone. Detto in altro modo non deve tendere a sovvertire i due princìpi di giustizia, e non deve avere la pretesa di essere una teoria onnicomprensiva. Detto in altro modo ancora: tutte i modi di concepire il bene, tutte le posizioni morali, etiche e religiose, non possono essere in conflitto con i due princìpi, e non possono nemmeno metterli in discussione.
Dalla separazione tra la sfera politica e la sfera religiosa, ma anche dalla subordinazione dell’una nei confronti dell’altra, (tesi presente anche in Hobbes) deriva che l’individuo stesso è scisso nel suo essere, secondo Rawls, agente politico. Per Rawls, infatti, la persona è il cittadino e dunque la persona detiene una imprescindibile dimensione politica. Vi è un nucleo essenziale, universale, potremmo dire, nella persona come cittadino, che fa di lui un meccanismo della politica, necessario al mantenimento della società giusta, anche se la sua concezione del bene è diversa da quella del suo vicino.
Il nucleo essenziale (corrispondente ai due princìpi di giustizia, e al loro essere rispettati in toto) è, in Rawls, la garanzia del mantenimento di uno statuto inossidabile che sostiene la società nella condizione di giustizia.
In questo modo il filosofo americano, fin qui – a mio avviso – abbastanza convincente, ha introdotto una nuova idea di contratto sociale.

Ma – a mio modo di vedere – il neo-contrattualismo rawlsiano, ha un carattere meramente ipotetico e per niente storico-politico, come quello descritto in primo luogo da Hobbes, poi da Locke, Rousseau e Kant. Il contratto di Rawls non mira a legittimare il potere. Il contratto ipotizzato da Rawls è il tentativo di costruire una società giusta, ed egli non si interessa di come legittimare il potere politico.
L’autorità politica, in Rawls, appoggia le sue radici sì in quei due princìpi di giustizia che non possono essere messi in discussione, ma anche nella fiducia antropologica che l’uomo non ceda alle pulsioni di bramosia e di conquista e che quindi rispetti l’ordine costituito, senza oltrepassarne i limiti.

In questa visione un po’ irrealistica dell’uomo e della forma di società che egli può costituire in virtù di una ragione diffusa e di un reciproco disinteresse, trovo il difetto più grande della teoria rawlsiana.
Rawls è poco machiavellico, nel senso che ha abbandonato le categorie di realismo politico che il fiorentino, cinquecento anni prima, aveva delineato. Le categorie umane che egli descrive sembrano lontane dalla realtà, al contrario di quelle di Machiavelli, e poi di Hobbes e dello Spinoza teorico politico.

Solo dopo aver descritto l’uomo e la sua natura più profonda e diffusa, si può costruire una efficace teoria politica, che faccia i conti con le parti che compongono l’essenza di quella totalità, chiamata società.

 

Ricerche cosmologiche

Nella sezione De Infinito, un dialogo su forze originarie, Big Bang e sistema solare (clicca qui).

Togliere la sordina a Machiavelli

Il 2013, come ormai noto, sarà dedicato alla celebrazione dei cinquecento anni dalla pubblicazione del Principe di Machiavelli. Ormai dall’inizio dell’anno, ogni settimana, è un susseguirsi di  convegni, seminari, trasmissioni radiofoniche, saggi e articoli sul tema in questione. L’ultimo è quello apparso oggi sul Foglio di Giuliano Ferrara. Due pagine scritte da Stefano Di Michele il quale vuole tratteggiare una lettura sui caratteri biografici e intellettuali del segretario fiorentino. Nel sottotitolo si dice che Il Principe è «il libro più importante dei tempi moderni, un impasto di arte della politica, filosofia della storia, scienza e tattica del potere, psicologia dell’esistenza affacciata sul vuoto». L’articolo, costruito in gran parte sugli aspetti biografici, si sofferma essenzialmente sulla disgrazia di Machiavelli impegnato, suo malgrado, nelle bettole e nelle osterie nelle quali trascorse la seconda parte della sua vita a causa dell’esilio nel quale fu condannato a partire dal 1512. Di Michele ricorda così come il Principe sia nato da una grande ed umanissima disperazione, «quella di un genio stanco e umiliato che tentava di tornare al centro delle cose».
E tuttavia anche questo articolo, come molti contributi che fin qui abbiamo letto in questo inizio di centenario, dimentica (chissà se più o meno consapevolmente, vista l’impostazione dichiaratamente “devota” di quel giornale) il fatto che Machiavelli è stato essenzialmente e prima di tutto un autore anticristiano. E questa verità, da cui non si può prescindere se si vuole davvero affrontare il pensiero di questo autore, ce l’ha ricordata in una recente trasmissione su Radio 3 proprio Gennaro Sasso, il più grande ed acuto studioso di Machiavelli che abbiamo oggi in Italia. Machiavelli non è tanto e solo un pensatore anticlericale (anzi si può in realtà dubitare che esso lo sia effettivamente), quanto un pensatore che ha messo in crisi i fondamenti del pensiero cristiano. Trascriviamo, perché lo merita, la parte finale del dialogo dello studioso con l’intervistatore:
Sasso: Mi sono convinto di una cosa: che questo autore non è mai stato letto nelle cose essenziali (…). È possibile che non abbiamo capito che per Machiavelli l’Italia non esisteva, non riusciva ad esistere e che bisogna fondarla in modo profondo? E che per fondarla in modo profondo bisognava realizzare una serie di riforme etico-politiche in cui il problema fondamentale fosse il rapporto con la Chiesa? Perché questo è il nocciolo del pensiero di Machiavelli. Lei prima citava la Svizzera: ma Machiavelli dice che se noi trasportassimo la sede della Chiesa romana nella incorrotta Svizzera in capo a due generazioni la Svizzera sarebbe corrotta come noi. E questo anticipa il punto per cui la storia italiana è nata…(interrotto, ndr)
Intervistatore: Ma allora questa ferita è originaria, intatta!
Sasso: Sì…sì…In questo senso Machiavelli è veramente un autore rivoluzionario che è stato messo tra parentesi, che è stato allontanato…Perché io sono convinto che anche i più grandi estimatori di Machiavelli, nel dettaglio, non hanno mai veramente detto che Machiavelli non è uno scrittore cristiano. Potrà piacere, potrà dispiacere, uno può anche rimanere indifferente per rispetto a questa questione. Scientificamente però uno ne prende atto. Machiavelli non è uno scrittore cristiano e lo dice, lo dice…e lo scrive e sposa dottrine che sono definite anti cristiane nell’ambito della cultura teologica. In un capitolo dei Discorsi Machiavelli scrive sulla eternità del mondo. Ora, quando uno dice che il mondo è eterno, vuol dire che non è creato e se il mondo è eterno non c’è Dio che lo crea. Adesso, per dire le cose in maniera molto, molto…(interrotto, sigh, ndr)
Intervistatore: Ma allora Gennaro Sasso sta elevando la categoria del non cristianesimo o anticristianesimo di Machiavelli ai fondamenti…
Sasso: Guardi, avendo avuto la ventura di studiarlo per molti e molti anni e di esserci tornato spesso, mi sono reso conto tardi di questa cosa, me ne sono reso conto tardi. Perché? Ma perché c’era un condizionamento a tenere in sordina questo tema, a considerarlo una nota di anticlericalismo…(nuovamente interrotto, sigh, ndr)
Intervistatore: Soprattutto qualcosa legato ai tempi, alla particolare corruzione, i Borgia…
Sasso: Se uno considera l’atteggiamento di un altro grandissimo personaggio contemporaneo di Machiavelli, Francesco Guicciardini, nei confronti della Chiesa, beh le pagine di Guicciardini sono ancora più potenti di quelle di Machiavelli nella esecrazione della Chiesa. Chiesa che poi, d’altra parte, il Guicciardini era costretto a servire a differenza di Machiavelli…Ma non si può dire che Guicciardini sia anticristiano…per Machiavelli sì e su questo bisogna battere l’accento: può piacere, può dispiacere ma Machiavelli è questo. Ed è per questo che non è un autore della letteratura italiana e chi si è avvicinato a Machiavelli, anche laicamente, ha messo la sordina su questo punto.
Intervistatore: Allora questa sordina l’abbiamo strappata!

Sì l’abbiamo proprio strappata, aggiungiamo noi. Ora deve decidersi a farlo anche la cultura e il pensiero storico-filosofico italiano (e possibilmente anche quello della divulgazione quotidiana) se non si vuole condannare al permanente esilio post-mortem questo straordinario pensatore.

De infinito

Scienza e filosofia, da ormai più di due secoli, per una serie di ragioni che cercheremo di indagare, hanno separato, con pregiudizio per entrambe, i rispettivi cammini. Noi di RF lavoriamo per una loro riconciliazione. In questa nuova rubrica  apriamo il nostro sito ad articoli, saggi e dialoghi che intendono rendere conto delle implicazioni filosofiche degli enormi progressi compiuti dall’uomo nell’ambito della ricerca scientifica in generale ed in quella fisica e cosmologica in particolare. Il nome della sezione rende omaggio ad una delle grandi opere italiane di Giordano Bruno, il De l’infinito universo e mondi pubblicato nel 1584.  Numerosi saranno i nostri ambiti di interesse. Tra i tanti ci piace segnalare quello legato alla missione del satellite Keplero messo in orbita dalla Nasa, grazie al quale sono stati scoperti milioni di pianeti simili alla terra.

La sezione sarà curata, nella parte più propriamente cosmologica, da Giammarco Campanella, dottorando in fisica astronomica alla Queen Mary University di Londra e già autore, nonostante la giovane età, di articoli e libri in ambito non solo accademico. Non mancheremo di sgombrare il campo da errori e superstizioni che, come spesso accade quando si tratta di temi non legati all’interesse quotidiano del grande pubblico, albergano copiosi nella mente della cosiddetta opinione pubblica.

Cominciamo dunque con un articolo, a mo’ di dialogo, sulla vera natura del calendario Maya: Il calendario Maya: la cattiva divulgazione e la buona scienza.

Prospettive panoramiche

Tramonto dell'anno.

In una recente puntata di una trasmissione televisiva dove si discute, per soli 25 minuti (perché non più?), in modo alto ma comprensibile ai più, di un libro, spesso di saggistica, e dove è sempre presente una classe di un Liceo d’Italia, ho ascoltato il presentatore (noto giornalista e scrittore) dire ai ragazzi presenti in sala, più o meno, queste parole: «in Italia abbiamo bisogno che voi giovani non guardiate la situazione politica italiana ed europea con uno sguardo limitato ai giorni nostri. C’è la necessità di prospettive panoramiche sui fatti e sulle vicende che ci circondano».
Intendo prendere questo accaduto come spunto per una riflessione, se possibile, più ampia. Ammetto fin da subito che mi sono trovato in accordo con la frase sopra espressa, ho visto in questa idea un che di utile e buono alla comprensione. Limitare lo spazio di veduta è pur sempre un limitare. È altresì vero che allargare il campo visivo può portare alla perdita di un focus preciso sul quale porre l’attenzione.

Bisogna, però, intendere l’idea di prospettive panoramiche come un atteggiamento mentale che sia volto all’indagine nient’affatto superficiale dei fatti storici. Alzare lo sguardo alla serie delle cause che hanno preceduto un determinato fatto storico ci permette di comprendere molti lati nascosti e reconditi del presente, che magari ha oramai disvelato e reso a-problematiche questioni che nel passato invece erano o ancora velate, o ancora problemi da risolvere.

Facciamo un esempio, forse banale, ma esemplificativo: non si può capire lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale senza sapere cosa comportarono i Trattati di Pace di Versailles, del 1919, alla fine della Prima Grande Guerra.
Oppure: è impossibile comprendere a pieno il pensiero di Marx se non si è compreso, in parte, il pensiero idealista di Hegel.
Non si può, infatti, non interrogare e investigare il passato, alla scoperta di ciò che è accaduto dopo. Capire, comprendere, analizzare, investigare, scoprire, formulare tesi, argomentare, sono tutte azioni del pensiero che debbono avere una stretta relazione con una prospettiva panoramica, non solo storica, ma anche culturale, intellettuale e filosofica.
Perciò è necessario rivalutare positivamente lo studio della storia (non uno studio asettico e fatto di mere date ed eventi), lo studio della storia della filosofia e della storia dei movimenti culturali e artistici. Tutti questi soggetti (e forse anche altri) sono collegati l’uno all’altro, ed in parte riverberano se stessi nel presente – perlomeno per il fatto che sono parte del passato e quindi hanno segnato la linea causale fino a noi.

La necessità (nel suo duplice senso di serie di causa-effetto e di bisogno) del passato è la stessa del presente, e del futuro. Solo la sintonia con la necessità permette allo sguardo umano di comprendere il suo presente, ed il suo futuro; senza dover prospettare qualcos’altro oltre a se stesso per vincere l’angoscia che il timore e la speranza gli affidano.
Anche di questa sfida deve farsi carico la filosofia, nel suo essere conoscenza del vero.
Per fortuna, nel passato, molti filosofi hanno già aperto la strada che conduce a questa sfida.

PS. La foto di apertura è di Saverio mariani e la trasmissione televisiva a cui si fa riferimento all’inizio dell’articolo, per i curiosi, è Le storie – Diario italiano, condotto tutti i giorni (dal lunedì al venerdì), alle ore 12.45 su Rai3, da Corrado Augias.

Messico: tradizione e futuro

Il Messico è uno stato federale di 110 milioni di abitanti di cui un quinto nella sola capitale. Diviso in 32 Stati dotati di ampia autonomia e molto diversi tra loro non solo geograficamente, è uno Stato in forte crescita, molto influenzato dalla vicinanza con gli USA e al tempo stesso assai diverso da questo.
Il tour di due settimane ci ha permesso di scoprire sia la immensa capitale Città del Messico sia i due stati più meridionali, Chiapas e Yucatàn, simili per origini ma con uno sviluppo storico ed economico completamente diverso.
Anche noi, come Maurizio Greganti in Egitto, abbiamo avuto modo di conoscere le origini della civiltà messicana e l’attuale stato sociale ed economico. Anche qui i contrasti emergono in maniera evidenti ma con impressioni completamente diverse da quelle tratte in terra egiziana, in particolare per il dinamismo della società messicana, concentrata sulle possibilità di crescita del Paese.
Il Messico precolombiano
Il Messico prende nome dai Mexicas “figli della Luna” meglio conosciuti come Aztechi, una delle tante civiltà mesoamericane che si insediò in questa terra del nord e centro America.
Gli Spagnoli che nel 1521, alla guida di Hernan Cortes, conquistarono queste Terre, si trovarono di fronte proprio gli Aztechi di Montezuma II, i quali, a partire dal VIII secolo d. C., estesero gradualmente il loro dominio sull’America centro-settentrionale, sottomettendo le altre civiltà mesoamericane. A Sud gli Spagnoli trovarono quel che restava della civiltà Maya, costituita da tanti piccoli imperi, sempre in lotta tra loro, e per questo facilmente sopraffatti dagli spagnoli.
A differenza di quello che si potrebbe pensare, tuttavia, la civiltà Maya, diversamente da quella Azteca, non è affatto scomparsa ed è sopravvissuta in maniera sorprendente a cinque secoli di sopraffazioni e tentativi di evangelizzazione forzata.
Tutte le culture native americane si contraddistinguono per una cultura in cui gli elementi naturali hanno assoluta preminenza tanto che ad ogni manifestazione della natura corrispondeva l’esistenza di un dio cui celebrare riti propiziatori.
I Maya, come si diceva, sono stati la civiltà più evoluta. Il loro calendario, utilizzato anche dagli altri popoli mesoamericani, fa risalire la fondazione della civiltà al 3113 a.C. Svilupparono grandi conoscenze in matematica, architettura e soprattutto astronomia. Conoscevano perfettamente la precessione degli equinozi ed il loro calendario civile di 365 giorni corrisponde al nostro. Ciò gli era necessario per esercitare nel modo migliore l’agricoltura e, in particolar modo, la coltivazione del mais.
Avevano anche un calendario religioso che intrecciandosi con quello civile dava luogo a cicli di tempo più lunghi al termine dei quali si praticavano feste, riti e si rinnovavano le strutture cerimoniali. Più in generale i Maya e le altre civiltà mesoamericane erano convinti che il mondo in cui vivevano non fosse che uno di una serie di mondi e questa natura ciclica delle cose permetteva loro di prevedere il futuro studiando il passato.
Come detto, nonostante l’oppressione e l’evangelizzazione forzata, in Messico sopravvive una consistente discendenza diretta dai Maya. Per essa il cristianesimo costituisce solo una facciata e in Chiapas abbiamo assistito a guarigioni e riti propiziatori (compreso soffocamento di una gallina) all’interno di una chiesa. Pare che lì (San Juan de Chamula) la Chiesa Cattolica si accontenti di amministrare una volta all’anno il battesimo ai nuovi membri della comunità, i quali lo ricevono come uno dei propri riti propiziatori. L’esercizio di tali riti in una chiesa si spiega con il fatto che gli edifici di culto sono di proprietà dello Stato (dopo si capirà perchè).
In pratica per facilitare l’evangelizzazione, assai difficile, le antiche divinità furono ribattezzate con i nomi dei santi cristiani ma le cerimonie sono più o meno le stesse di quelle precedenti alla conquista.
Anche qui i miti fondativi della civiltà sono simili a quelli di nostra conoscenza (lo spostamento verso la terra promessa ripreso anche nella bandiera con l’aquila che cattura il serpente come luogo indicato, la creazione ecc.).
È evidente ad ogni modo che i culti nativi, almeno alcuni, abbiano resistito all’evangelizzazione forzata, non sappiamo se per le caratteristiche intrinseche di questi culti, fortemente legati alla natura, e/o se per lo sviluppo politico dello Stato del Messico che già dal 1821 conquistò l’indipendenza.
Il Messico moderno
Conquistata l’indipendenza dagli Spagnoli il Messico oggi è un Paese di meticci e forti minoranze native (raramente di altri paesi). È uno Stato fieramente e orgogliosamente laico (tantissimi gli omosessuali nella Capitale, in alcuni Stati è consentito il matrimonio e l’adozione anche per gli omosessuali). Ciò lo si deve ad un passaggio importante della storia moderna messicana.
Il neonato Stato, fortemente diviso al suo interno e oppresso dal debito verso gli Stati europei, a metà del XIX secolo portò a termine una serie di riforme liberali grazie all’azione di Benito Juarez, primo e unico presidente indigeno della storia messicana, considerato padre della Patria (come Garibaldi per noi, a lui si deve il nome di Benito Mussolini).
Tra queste vi fu l’acquisizione di tutte le proprietà ecclesiastiche (comprese gli edifici di culto) e il pagamento delle tasse da parte della Chiesa Cattolica; l’assoluta libertà religiosa (sono tantissimi i culti praticati qui); il divieto assoluto per i chierici di esprimere preferenze politiche o fare campagna elettorale (si tratta di reato federale).
L’oppressione dei latifondisti e l’opposizione della Chiesa Cattolica portò nel 1910 alla scoppio di una nuova rivoluzione, dopo quella che aveva portato all’indipendenza, guidata da Zapata e Pancho Villa. Repressa nel sangue si concluse comunque con la promulgazione di una nuova costituzione.
Dal 1920 al 2000 vi è stata una democrazia monopartitica da parte del PRI (dal nome contraddittorio Partito Rivoluzionario Istituzionale) che nel 1940, con Cardenas, ha nazionalizzato le industrie nei settori strategici.
Dal 2000 il Paese ha conosciuto l’alternanza di governo e sebbene sia visibile una forte differenza tra alcuni Stati del Paese e tra i vari strati della popolazione, il Messico sembra avere le carte in regola per essere una delle nuove potenze mondiali.

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