Prove per il superamento dell’umano

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Nel tentativo di rispondere alla domanda più difficile per chiunque si interessi di filosofia – Che cos’è la filosofia? – Deleuze e Guattari descrivono cos’è, quali caratteristiche e a cosa è necessario il piano d’immanenza. Esso si situa “prima” dei concetti (che sono ciò di cui si compone il pensiero filosofico) ed è, per questo, pre-filosofico1. Il piano d’immanenza è l’orizzonte assoluto, la conditio sine qua non del pensiero filosofico alla cui concettualizzazione, però, sfugge. Perché la filosofia possa intuire la potenza del piano d’immanenza e la sua appartenenza a quello “spazio” deve non solo sganciarsi dal linguaggio (il segno non è mai la cosa segnata), ma retrocedere. Fare un passo indietro. Questo passo indietro è fondamentale affinché l’uomo non pensi più come individuo singolo, ma si ponga nella condizione di poter pensare in comunione. Questo passo indietro sconvolge la vita di chi lo compie, ed ecco anche perché la filosofia è – in fondo – un atto di coraggio.

Proprio in questa prospettiva si possono leggere le parole di Leonardo Caffo che scrive, nel suo recente Fragile umanità, «una filosofia priva di conseguenze sul corpo, sulle azioni e sui modi di vivere, non è né buona né cattiva filosofia: semplicemente non è filosofia»2.

L’agile volumetto di Caffo – che insegna Ontologia del Progetto al Politecnico di Torino – intende porre le basi di una prospettiva che l’autore chiama Postumano contemporaneo. Si tratta di pensare il postumano in maniera antitetica rispetto a quanto, negli ultimi decenni, il pensiero ha fatto; alla base di questo nuovo modo di intendere l’uomo, o meglio il postumano, vi è una visione ontologico-metafisica. Quest’ultima sembra – anche se non in maniera esplicita – poter essere ricondotta a quel piano d’immanenza che Deleuze e Guattari hanno prefigurato nel Novecento e che molti prima di loro avevano svolto.

Superare lo specismo, «ovvero la discriminazione da parte di Homo sapiens delle altre specie animali»3; superare l’idea secondo cui, per natura, l’uomo sia il centro della Natura, divenendo quindi davvero copernicani; infine superare definitivamente il creazionismo, secondo il quale Dio ha creato l’universo «attraverso un movimento verticale che procede dall’alto verso il basso»4, e i suoi effetti; sono le tre grandi sfide del postumano contemporaneo. Da ognuno di questi tre cardini del pensiero occidentale, infatti, derivano conseguenze etiche, metafisiche e scientifiche che legittimano una superiorità di natura dell’uomo sia sugli animali che sull’intera natura. Rifondersi con tutti gli enti, tornare a vivere nella periferia di un universo che non avendo centro non ha nemmeno periferia, dove tutto – ma davvero tutto! – è quindi centro, è la prospettiva che si pone davanti agli occhi di chi ha definitivamente scorto la fragilità dell’antropocentrismo. «Se siamo in grado di considerare unitaria la nostra sorte con quella degli altri viventi la speciazione è compiuta: siamo cellule di un unico corpo spinoziano, e “anche loro, per esistere, han bisogno di riunirsi” – è la nostra morte [in quanto Homo sapiens] a garantire l’immortalità del tutto»5.

Quale altra filosofia, nella storia della modernità, ha messo in dubbio i presupposti dell’antropocentrismo? In un certo senso, potremmo rispondere, tutta quella filosofia che risuona nel discorso di Deleuze e Guattari. In altre parole, tutti coloro i quali non hanno assecondato l’eredità cartesiana del cogito, rifondendo nel tutto lo scarto fra soggetto e oggetto della conoscenza. È qui che sta – a mio avviso – la chiave di volta di un pensiero alternativo a quello che considera l’uomo il centro gravitazionale di ogni evento.

Il Postumano contemporaneo come nuova forma di umanità acquista, così, forza e un radicamento ontologico. Scrive infatti Caffo: «L’idea che emerge, dopo aver decostruito i tre assi su cui l’antropocentrico si basa, è quella di un’umanità non più chiusa in se stessa ma “aperta”. Un’umanità in continuità ontologica con gli animali e la natura, priva di una posizione speciale sul mondo»6. È allora nel cambiamento di prospettiva, nella trasformazione dei propri comportamenti e nell’attenzione alle relazioni fra i diversi enti, che si costituisce il “progetto” postumano.

Il grande pregio della prospettiva di Caffo, oltre alla sua ragionevolezza “morale”, risiede nel non essere una teoria volutamente alternativa e, quindi, vuota. Caffo prospetta un progetto e le fasi di trasformazione di cui abbiamo bisogno per renderlo reale. Il Postumano contemporaneo ha bisogno solo del suo tempo d’ambientazione, esso «è l’anticipazione di uno stato di cose futuro ma di cui si cominciano già a vedere le cause nel “qui e ora”»7.

Il Bergson di Materia e memoria – ad esempio –, stabilendo quello spazio intangibile  eppure fondamentale chiamato “percezione pura”, aveva già affossato ogni argomento kantiano e post-kantiano che, invece, continuavano a rivendicare l’intervento del soggetto nella percezione. Dall’eliminazione della distanza ontologica fra soggetto e oggetto – fra Io e Mondo, fra coscienza e realtà, fra finito e infinito, fra concetto e piano d’immanenza – parte la via che ci conduce a una vita di nuovo in accordo con la natura: l’emergere del postumano contemporaneo e dunque il nostro tornare ad essere pienamente nell’infinito.


  1. cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino 2002, p. 31. 

  2. L. Caffo, Fragile umanità. Postumano contemporaneo, Einaudi, Torino 2017, p. 101 

  3. L. Caffo, op. cit., p. 7. 

  4. Ivi, p. 41. 

  5. Ivi, p. 91 – la citazione interna è di J. P. Sarte, La nausea, Einaudi, Torino 2014, p. 17. 

  6. Ivi, p. 55. 

  7. Ivi, p. 56. 

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