Author Archives: Mauro Longo

RF9

Si è appena concluso il IX Ritiro Filosofico, anche detto il Ritiro del #TuLoSai (se non sapete che cosa significhi, vuol dire che ve lo siete perso, e allora peggio per voi…).

Un nuovo amico si è aggiunto alla nostra compagnia, i temi sono stati tanti ed intensi, la discussione si è svolta vivace e, last but not least, il cuoco si è dimostrato formidabile.

Insomma, senza false modestie, ancora un successo.

Come sempre, qui troverete materiali e documentazione storica sul Ritiro, via via che verranno preparati e pubblicati.

Cominciamo con lo Storify.

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Torna RF Edizioni

Maurizio Morini ha pubblicato con RF Edizioni un nuovo, denso studio, dal titolo Unica sostanza è il mondo. Spinoza in Schopenhauer.

Come di consueto, questa è la pagina per il download, sia in formato pdf (leggibile su qualunque computer e -ribadiamo: orrore- stampabile) sia in formato epub (iPad, Kindle, ecc.).

L’eterna inquisitio generalis

Premessa.
Con un articolo pubblicato sull’Annuario di scienze penalistiche Criminalia (2012 – Edizioni ETS) e poi ripreso da Il Foglio Quotidiano (qui è possibile leggerlo per intero) Giovanni Fiandaca svolge una serie di approfondite considerazioni in relazione al processo sulla cosiddetta trattativa stato-mafia, che si è aperto da poco a Palermo e nel quale politici in auge durante i primi anni novanta e noti mafiosi sono chiamati —insieme— a rispondere dell’accusa di aver violato l’art. 388 c.p., che punisce chi commette violenze o minacce a un corpo politico.
Giovanni Fiandaca è nome notissimo a chiunque si occupi di diritto, non foss’altro perché autore del manuale di diritto penale sul quale si sono affaticati la gran parte degli studenti di diritto degli ultimi trent’anni; e l’articolo in questione spicca per la serietà della trattazione di questioni tecnicamente complesse e per la capacità di inquadrare queste ultime in un ambito di ben più ampio respiro.
Non è questa la sede per l’esame delle questioni tecniche relative al processo ed ai suoi protagonisti; né —tanto meno— intendo prendere parte alla inevitabile “scelta di campo” che la discussione mainstream sul processo ha prodotto.
Vorrei invece qui esaminare alcuni passaggi del pensiero del professor Fiandaca che, evidenziando categorie concettuali permanenti intorno alle quali ruota la società politica in Italia, possono dunque aver rilievo in termini di analisi storica e, se si vuole, anche filosofica. Temi poi che spero di approfondire in uno studio di maggior respiro, da pubblicare più in là sempre qui su RF.

Le questioni rilevanti.
Per quel che qui interessa, l’articolo del professor Fiandaca evidenzia una spiccata propensione della giurisdizione penale italiana a sovrapporsi e, in un certo modo, a sostituirsi, ad ambiti riservati al potere esecutivo dalla tradizionale teoria sulla divisione dei poteri. Tale fenomeno di sovrapposizione / sostituzione prende avvio e si consolida sulla base di due fenomeni che, seppur su piani differenti, convergono nel senso predetto: da un lato, un’impostazione di fondo dell’analisi storica viziata da un approccio complottista; dall’altro, l’esercizio della giurisdizione penale sul modello dell’ inquisitio generalis.

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RF9 is coming …

Cominciano i preparativi per il Ritiro estivo 2013. Nella sezione Ritiri è possibile trovare tutte le informazioni. La pagina è in continuo aggiornamento, dunque … stay tuned!

Il Principe inattuale

Nella sezione di Micromega dedicata alla filosofia (Il rasoio di Occam) è stata pubblicata una lunga intervista a Gennaro Sasso, sotto il titolo “Machiavelli e i 500 anni de Il Principe“.

L’intervista è l’occasione per discutere e mettere a fuoco, con la consueta, magistrale precisione, alcuni dei punti cardine del pensiero di Machiavelli e della letteratura che intorno ad esso si è sviluppata.

Sasso inizia mettendo in luce l’inutilità del continuo tentativo di attualizzazione del Principe, l’opera certamente più conosciuta e altrettanto certamente più abusata di Machiavelli. Se Il Principe fosse opera attuale e dunque utilizzabile nel contesto politico odierno, i suoi apparenti estimatori dovrebbero conoscerne approfonditamente il contenuto. In realtà, nota Sasso, «se uno chiedesse ai più dei lettori di dire in breve che cosa c’è scritto nel Principe, io sono sicuro che questi risponderebbero con estrema difficoltà». La verità è che Il Principe si occupa di temi specifici, secondo un tecnicismo riferito a configurazioni storico-politiche tutte interne all’orizzonte politico degli albori del XVI secolo; temi dunque che non hanno alcuna attualità.
Va allora una volta per tutte ribadito che  «La grandissima parte del Principe dal punto di vista delle sue elaborazioni è inattuale».
Scambiare Il Principe per il viatico del politico militante è un errore catastrofico, perché seppellisce l’opera in un ambito che non le appartiene e ne mette in ombra il connotato di grande classico, che Sasso individua nella nitidezza con la quale Machiavelli tratteggia le perenni ed immutabili leggi della politica in occidente. È la nitidezza concettuale della prosa di Machiavelli  («la capacità della sua prosa», dice Sasso, «di aderire immediatamente al problema che pone») a rendere Il Principe un caposaldo del pensiero.

 Sasso torna poi sul tema ricorrente dei rapporti fra il Principe e i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e sull’asserita (e mai dimostrata) differenza di tono che Machiavelli avrebbe deliberatamente imposto alle due opere, diversificandole quanto agli scopi e agli obiettivi. Anche qui, Sasso chiarisce come, seppur Il Principe sia l’opera più letta di Machiavelli, e sia letta a prescindere dai Discorsi, resta il fatto -inequivocabile- che i Discorsi danno senso a tutta l’opera di Machiavelli e quindi anche al Principe, per cui quest’ultima opera può essere definita come una articolazione del mondo teorizzato nei Discorsi. Ne consegue che le interpretazioni vagamente consolatorie di alcuni autori, secondo le quali i Discorsi sarebbero la vera opera di Machiavelli, perché meno scandalosa e meno scabrosa, costituiscono -né più, né meno- delle solenni sciocchezze.
In realtà, nei Discorsi Machiavelli affronta con lo stesso impianto concettuale usato nel Principe le scabre e crude questioni della politica, tratteggiandole con lo stesso analitico realismo. L’impianto concettuale e il metodo di lavoro sono dunque gli stessi sia nei Discorsi, sia nel Principe: cambia invece il quadro dell’analisi, che nei Discorsi ha una prospettiva più ampia, spaziando a tutto campo sui rapporti fra repubblica e principato, il che conferisce ai Discorsi maggior respiro e -in questo senso sì- li rende l’opera principale di Machiavelli.

L’intervista, evidentemente diretta a svellere i secolari luoghi comuni stratificati sul pensiero di Machiavelli, non poteva non affrontare la nota massima “il fine giustifica i mezzi”.
Sasso ribadisce che, in tutta l’opera di Machiavelli, questa frase non c’è.
Nel capitolo XVIII del Principe, Machiavelli dice invece: “faccia il principe di vincere, i mezzi saranno giudicati onorevoli, perché il volgo va preso con lo evento della cosa”, aggiungendo “e al mondo non è se non volgo” (*).
Come si vede, questa frase ha ben altro senso: il fine non giustifica i mezzi: è la sopravvivenza dello stato che impone l’uso di determinati mezzi. Dire che il fine giustifica i mezzi significa porsi alla ricerca di una copertura morale dell’azione politica: ma lo stato, fine dell’azione politica, non è una formazione morale e dunque non può giustificare alcunché. La lotta politica si svolge in un mondo in cui chi perde non ha salvezza, e quindi deve vincere. È questa la dimensione tragica del conflitto politico, dove non c’è nessuna giustificazione etica della politica.
Così stando le cose, la frase in questione, originata nell’ambito della polemica gesuitica sul pensiero di Machiavelli, mi sembra inscriversi in una concezione religiosa della politica, dove appunto v’è necessità di postulare un fine che “giustifichi”.
Tale mia impressione viene confermata da Sasso, che più oltre osserva come, attribuendo a Machiavelli l’idea del “fine che giustifica i mezzi”, si volesse «dare una benedizione di tipo etico attraverso lo stato, cercando di benedire quello che non può essere benedetto».
La scorrettezza della ricerca di un fine giustificativo nel pensiero di Machiavelli viene ribadita da Sasso più avanti, quando -con la consueta chiarezza- afferma che una visione dialettica della storia in Machiavelli non c’è. Machiavelli non conosce un momento sintetico in cui i conflitti si risolvono: non conosce un momento in cui l’etica e la politica si riuniscono a livello dell’etica giacché egli non anticipa soluzioni dialettiche del conflitto etica-politica.
Anche per questo, Machiavelli è uno scrittore assolutamente tragico e non c’è niente che possa indurci a leggerlo in maniera consolatoria. Machiavelli ci consente di affacciarci sul baratro: si tratta di sapere -dice Sasso- se questo baratro ci riguardi o no.

Nel corso dell’intervista, Sasso è piuttosto spiccio -e con ragione, a mio modesto avviso- nei riguardi di tanta critica, specialmente di provenienza anglosassone, tesa a costruire un Machiavelli laudatore della religione civile. A tal proposito, dopo aver liquidato la posizione di Strauss come una lettura totalmente deformante (posizione in cui «è la tesi che uccide l’oggetto, tanto è prepotente e preconcetta»), Sasso afferma la sostanziale inutilità dell’interpretazione che ha portato all’idea della c.d. religione civile.
In realtà -dice Sasso- la religione è sempre adoperata da Machiavelli in modo tale che la religione potrà far credere, ma che poi Machiavelli creda alla religione è certamente da escludere. La religione resta quindi, nel pensiero di Machiavelli, uno strumento politico che si adopera per la costruzione dello stato. Che poi essa possa penetrare le coscienze e possa edificarle in senso ulteriore è vero (si veda il Prologo a Dell’arte della guerra), ma far battere l’accento su questo elemento significa ancora una volta tentare un salvataggio in extremis del personaggio e dunque -in ultima analisi- significa tentare a tutti i costi di santificare il diavolo.

Un passaggio fondamentale dell’intervista è dedicato all’analisi del cristianesimo nel pensiero di Machiavelli, che distingue un cristianesimo inteso secondo l’ozio da un altro inquadrato secondo virtù. Certo, dice Sasso, Machiavelli respinge il cristianesimo interpretato secondo l’ozio e si rivolge a quello interpretato secondo la virtù. Ma se a ben vedere il  cristianesimo intepretato secondo la virtù significa accettazione della durezza del mondo e del conflitto; se tale forma di cristianesimo si disinteressa dell’umiltà, della pietà e  della sottomissione allora, va detto chiaramente, questo non è cristianesimo ma paganesimo. Insomma Sasso, che rifugge ogni gioco nominalistico, ribadisce che quando Machiavelli parla di religione, parla oggettivamente di paganesimo, cioè della religione degli antichi, non già della religione cristiana.

Dopo un interessante inciso sulla necessità di storicizzare il pensiero di Machiavelli (e dunque sull’impossibilità di analizzarlo attraverso le categorie del liberalismo e del totalitarismo) l’intervista si conclude con un cenno ad una delle opere di Machiavelli che non ha mai richiamato l’attenzione del pubblico: le Istorie Fiorentine. Secondo Sasso le Istorie Fiorentine sono invece una delle più profonde meditazioni -una meditazione cruda, senza alibi, quasi ossessiva- sulla storia d’Italia e, in particolare, sulle ragioni per cui, in questo paese, la politica non è mai riuscita a decollare.

 Anche per questo, fatte le dovute proporzioni, è nata la nuova sezione di RF, “La costituzione degli italiani”.

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(*) “Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel mondo non è se non vulgo, e’ pochi non ci hanno luogo quando gli assai hanno dove appoggiarsi” (Niccolò Machiavelli, Il Principe, a cura di Giorgio Inglese, Einaudi, Torino, 1995, cap. XVIII, p. 119).

 

 

Libertas philosophandi

Il 27 febbraio 2013, nella sede dell’Enciclopedia Italiana, è stato presentato l’ VIII volume dell’ Appendice della Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, dedicato alla filosofia.

Nell’introdurre la discussione, Giuliano Amato, presidente dell’Istituto, ha sottolineato come l’originaria intenzione dell’opera sia stata quella di chiarire qual è stato il contributo che la comunità nazionale italiana ha fornito all’idea di cultura policentrica, sull’ovvio presupposto per cui il pensiero italiano ha sempre avuto un’identità riconoscibile nel mondo delle idee e del pensiero.

Michele Ciliberto, direttore del volume, ha tracciato una panoramica delle questioni affrontate nella costruzione dell’opera. Ha chiarito, in particolare, che si è voluto evitare di assumere a criterio di selezione un’idea contemporanea di filosofia e dei suoi ambiti di ricerca; si è invece privilegiata un’impostazione storicizzata, includendo autori e concetti ritenuti filosoficamente  rilevanti per l’epoca in cui hanno vissuto ed operato.

Giuseppe Cambiano ha sottolineato come la periodizzazione sia importante proprio in periodi di crisi e di scarse certezze, pur nella consapevolezza per cui la divisione in epoche è chiaramente un costrutto storiografico relativizzabile e sostanzialmente ideologico. Per il volume presentato si è scelto di privilegiare le individualità: dal loro esame si comprende come la dimensione civile sia stato il connotato tipico della filosofia italiana (e questo spiega la frequente, tragica fine di molti filosofi italiani). I filosofi italiani hanno espresso in massimo grado l’aspirazione alla libertas philosophandi e la filosofia italiana non ha mai avuto connotati insulari, essendo invece caratterizzata da una marcata prospettiva cosmopolita. In questo senso, si può dire che la filosofia in Italia sia stato il terreno della della pluralità. Ciò ha comportato, in negativo, il mancato sviluppo di sistematizzazioni e metodologie particolarmente omogenee.

Emma Giammattei ha evidenziato come le tassonomie formino l’oggetto stesso di cui discutono e come il moralismo (nel suo senso più alto) sia il luogo concettuale in cui filosofia e letteratura si intercettano, giacché la filosofia si esprime con modelli e strumenti letterari. Ha citato una lettera di Leopardi del 1821 nella quale il poeta chiarisce che la necessità di una lingua filosofica ha come presupposto la  preventiva costruzione di una letteratura nazionale.

Filippo Mignini ha rilevato come il volume presentato non costituisce una storia statica della filosofia italiana ma rappresenta invece un contributo alla dinamica della filosofia italiana, con una particolare attenzione, dunque, alle categorie della complessità e della pluralità. Anche Mignini ha sottolineato il contributo imprescindibile della filosofia italiana alla formazione della coscienza nazionale, evidenziando dunque come la libertas philosophandi e la dimensione civile emergano come connotati tipici della riflessione filosofica italiana. Secondo Mignini, l’ulteriore connotato della filosofia italiana è il suo sostanziale carattere anticristiano (Machiavelli, Bruno, Galilei), cui si è contrapposta una parallela tradizione che ha tentato di esercitare il pensiero filosofico nell’ambito delle categorie cristiane, spesso invocando -dall’interno- una riforma della chiesa. Nel novecento, con l’avvento dei movimenti politici di massa, è però venuta meno la dimensione civile della riflessione filosofica italiana, forse perché questi stessi movimenti politici hanno depotenziato la radice anticristiana che ha sempre connotato il discorso filosofico italiano.

Infine, secondo Giuseppe Vacca, la costruzione di idea di nazione in Italia è stata, per secoli, una problematica puramente letteraria, e dunque anche il discorso politico -da cui la ricerca filosofica in Italia non ha mai perso il contatto- ha mantenuto per secoli un connotato prettamente letterario. Mentre in altre comunità nazionali la dialettica è sempre stata basata sul rapporto filosofia/scienza, in Italia i fuochi del discorso si sono imperniati sul rapporto filosofia/politica. Anche in tale prospettiva, dunque, risulta determinante il tema della libertas philosophandi.

The Free Thought of Giordano Bruno

On February 17th, 1600, Giordano Bruno was burned on the stake, condemned by the tribunal of the Inquisition because of his revolutionary ideas on the plurality of worlds, the unity of substance and the infinity of the universe.
He is probably one of the founders of modern (and free) thought.
Tomorrow, 413 years from the pyre, Ritiri Filosofici reminds the philosopher with a reading of prof. Filippo Mignini, professor at the Faculty of Philosophy, University of Macerata, a deep expert on the thought of Giordano Bruno and Baruch Spinoza.
A tribute to freedom of thought and to whom, for it, sacrificed his life.
More info here and here.

Pensare la crisi: Niccolò Machiavelli

Il 24 e 25 gennaio 2013 si terrà a Roma, presso la Casa delle Letterature, il convegno internazionale su “Il pensiero della crisi: Niccolò Machiavelli e il Principe“. Si tratta del primo dei numerosi eventi che verranno organizzati durante il 2013 per celebrare i cinquecento anni dalla stesura della più nota (e più fraintesa) opera di Niccolò Machiavelli. Qui il programma. RF seguirà i lavori e ne fornirà un resoconto. Restate sintonizzati.

Seneca, per RF Edizioni.

Saverio Mariani ha pubblicato con RF Edizioni La dottrina morale in Seneca. Qui la pagina per il download, sia in formato epub (iPad, Kindle, ecc.) sia in formato pdf (leggibile su qualunque computer e -orrore- stampabile).

Abbiamo un programma 2013 denso di uscite: leggeteci (se vi va, ovvio).

RF8. I temi affrontati.

Ecco, in forma necessariamente riassuntiva ed asistematica, alcuni dei temi affrontati durante RF8.

8 dicembre 2012.

Saverio Mariani.
Agire moralmente, alla fine della riflessione di Seneca è vivere secondo natura. Per affermare ciò c’è bisogno di percorrere un sentiero lungo, sul quale la filosofia dovrà porre luce. Razionalità della ragione universale, che è l’ impetus interno della realtà. È ciò che svolgendosi dà forma alla realtà. Seneca è alternativo al movimento stoico perché guarda all’azione come al vertice della filosofia, e non pone la condizione del saggio unicamente in isolamento. In questo è figlio della cultura romana. Come inserisce Seneca l’azione nel suo pensiero? Secondo Seneca la natura conforma l’uomo: gli impone di contemplarla (quindi di conoscere) e gli impone di agire (De Otio). Il saggio stoico (secondo Seneca, cioè inteso con la declinazione romana fondata sull’azione) si relaziona con la necessità rinnovando un continuo sì al fato e si pone in prima persona all’interno del destino: si integra nel movimento razionale della natura e dunque ne è compartecipe (epistola 77).
La saggezza è la meta, la filosofia è la via (ep. 89).
La comprensione dell’ immutabilità e della non alterabilità delle cause esterne è fondamentale e permette al saggio di tollerare l’esistenza. L’accettazione della non modificabilità delle condizioni esterne da parte delle azioni dell’uomo. La dottrina di Seneca predica l’agire secondo virtù per il perseguimento della felicità; ha vinto però la dottrina (cristianesimo)  che predica l’agire secondo virtù per il semplice fatto di predicare la virtù.
Gli stoici trasformano quello che è pratico in movimento teoretico. Millantano la loro pretesa etica per altro. Fanno di meno rispetto ai cinici per ciò che concerne l’attività pratica. Introducono una discrepanza fra l’agire pratico e la dottrina.

Andrea Cimarelli.
Nietzsche ha una visione della filosofia come strumento non contemplativo ma operativo molto simile a quella di Seneca: “Io vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla terra e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene! Sono avvelenatori, lo sappiano o no” (Così parlò Zarathustra).
Il coraggio dell’oltre-uomo è quello dell’accettazione. L’esistenza della libertà umana è la prova dell’uccisione di dio. Se l’uomo è libero, dio è morto, perché altrimenti la libertà umana ne risulterebbe limitata.
Affinità tra l’impetus stoico con la volontà di potenza di Nietzsche.
Nietzsche è l’ultimo avamposto della religione. La religione è una dottrina rivolta agli uomini per convertirsi. Così Nietzsche propone Zarathustra, che è un profeta, non un filosofo. L’approccio di Nietzsche non è quindi filosofico, come ricerca individuale della verità, che non è mai rivelazione, annuncio.

9 dicembre 2012.

Saverio Mariani.
La filosofia deve portare a uno stato di consapevolezza che consenta di eliminare le terminazioni passionali che conducono alla sofferenza. Per comprendere questo si deve analizzare che cosa si intende per passione, per scelta libera, per volontà: dunque si deve analizzare il rapporto tra appetito (desiderio) e scelta razionale.
Filologicamente: in latino per esprimere il concetto di desiderio troviamo sempre una duplicità di lemmi: passio/desiderium. Si tratta di una spinta che non consente il controllo di se stesso. La distinzione di Seneca è netta fra desiderio naturale e desiderio artificiale. I desideri naturali sono finiti e possono trovare appagamento e soddisfazione, quelli artificiali sono infiniti e sempre inappagati (v. Ep. 16).
Antropologicamente il desiderio è preceduto dal conatus, che è un impulso che non ha oggetto di destinazione. Il tentativo di dare soddisfazione al desiderio non naturale, necessariamente impossibile, data l’infinita estensione del desiderio non naturale, produce il dolore e il male (ep. 121).
Dove si inserisce la razionalità? La razionalità sta nel:

  • comprendere che siamo spinti dal desiderio;
  • capire che il desiderio è solo auto conservazione;
  • comprendere che il desiderio si costruisce di due parti (artificiale e naturale);
  • eliminare il tentativo di appagamento dei desideri naturali.

Seneca afferma che questo percorso non è per anime deboli, giacché serve fortitudo (coraggio). Il presupposto razionale determina l’eticità dell’azione (intellettualismo etico). Il male è frutto di in giudizio sbagliato: con la ragione puoi curare, anzi estirpare l’errore e dunque il male (ep. 37: se devi assoggettarti a qualcosa, assoggettati alla ragione). Siamo noi che, cercando di andare oltre le nostre possibilità, ci auto-infliggiamo il dolore.
L’essere un ente desiderante condanna l’uomo ad una condizione di instabilità. La passione è un giudizio errato; la ragione è un giudizio retto. Questo è il limite degli antichi. La spiegazione del retto agire è costretta ad escludere la passione, gli affetti, che però sono una parte ineludibile dell’essere umano. Per Seneca la bona voluntas è poi lo strumento che consente di inscrivere nella prassi il retto agire: la bona voluntas è l’ultima terminazione della ratio (cioè del retto agire). In realtà però la bona voluntas è un modo per giustificare l’accettazione della necessità (ep. 54).

Secondo Spinoza, la ratio produce un affetto buono (amor dei intellectualis), con il quale si può combattere e vincere l’affetto cattivo. Secondo Spinoza il percorso per l’estirpazione del male non è la ratio (ragione) ma la creazione di un affetto/passione (l’ amor dei intellectualis) che può combattere e sconfiggere l’affetto negativo (il male). Insomma, in Spinoza il male è un connotato ontologico dell’uomo: in questo va ritrovata la differenza fondamentale e il limite della filosofia degli antichi.
Mappa concettuale che rappresenta l’agire umano secondo Aristotele. In questo quadro il desiderio, come inteso da Seneca, si inserisce nell’alveo dell’agire volontario.

VIII Ritiro Filosofico (RF8).

Si è appena concluso l’ VIII Ritiro Filosofico, quest’anno incentrato su Seneca e la dottrina della Stoa. Di seguito, lo Storify, foto, eccetera. Al più presto, relazione ed info sulle prossime novità di RF.

Qui lo Storify. Retweet, please.

E, per finire, un breve album fotografico (foto di Saverio Mariani & Mauro Longo).

 

RF8 is coming …

Cominciano i preparativi per il Ritiro invernale 2012. Qui tutte le informazioni. La pagina è in continuo aggiornamento, dunque … stay tuned!

Modena, FestivalFilosofia 2012.

Nel pomeriggio del 15 settembre 2012 un drappello di RFers ha raggiunto a tappe forzate Modena, per ascoltare la Lectio Magistralis di Emanuele Severino. Qui lo Storify. Di seguito, alcune foto di Andrea Cimarelli. Prestissimo la relazione.

 

Il problema Spinoza.

Come già accennato dal nostro Morini, per Neri Pozza Editore è uscito in Italia il nuovo romanzo di Irvin D. Yalom, Il problema Spinoza, che si occupa ancora di un filosofo (dopo Nietzsche e Schopenhauer, rispettivamente in Le lacrime di Nietzsche e La cura Schopenhauer).
Come chiarito fin dal titolo, in quest’ultimo libro è la figura di Baruch Spinoza che viene presa in considerazione e fatta rivivere in un romanzo storico che intreccia le vicende biografiche e le idee del filosofo olandese – a metà fra realtà ed invenzione – con la figura di Alfred Rosenberg (sedicente filosofo nazista, direttore del giornale della Nsdap e poi direttore dell’ERR, ovvero l’organo nazista preposto alla requisizione di tutti i libri e le opere d’arte di proprietà degli ebrei in Europa).
Ne riportiamo qui la doppia recensione di due componenti di RF, che danno il proprio giudizio su alcune caratteristiche del romanzo.

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Il romanzo è appassionante, spinge alla lettura, forse anche per il fatto che i capitoli sono intervallati tra le vicende di Spinoza nell’Olanda del 1600 e quelle di Rosenberg nell’Europa del primo ‘900. La prosa devo dire che non è eccelsa, a volte semplice e schietta, piena di dialoghi, ma non se ne può parlare – di certo – male. Sicuramente Yalom risente della sua formazione non prettamente filosofica, infatti è uno psichiatra che insegna alla Stanford University, ma ha già dedicato due romanzi ad altri filosofi.
Lo stesso scrittore ammette, alla fine del romanzo, di aver accentuato il carattere personale dei due personaggi principali, lavorando sulla loro personalità e descrivendoci come i due avrebbero (viste le vicende storiche conosciute) risposto alle vicende del romanzo.
Sostanzialmente ci troviamo di fronte, credo, ad un libro scritto anche in funzione del filosofo. Ovvero sembra intenzione di Yalom rimettere – se ve ne fosse bisogno, e forse bisogno ce n’è – in luce la filosofia di Spinoza, citando a volte letteralmente passi delle sue opere (soprattutto il Trattato Teologico-Politico, argomento del nostro ultimo ritiro, e dell’ Etica), e a volte interpretandolo, come se Spinoza spiegasse ai suoi interlocutori l’Amor Dei Intellectualis e l’eternità della sostanza.
Spinoza rivive in queste pagine, ci mostra la sua grandezza come filosofo, e – per chi lo conosce un po’ – le sue idee vengono calate nella realtà (seppur romanzata, ma storica) dell’Olanda del 1600. Spinoza è “un problema” anche per Rosenberg, che rimane affascinato e allo stesso tempo distaccato da un pensiero così rivoluzionario, per il solo motivo che Spinoza era ebreo (anche se sappiamo bene come va a finire il rapporto fra la comunità ebraica e Spinoza, che viene cacciato e condannato al cherem.)
Anche questo bel libro ci permette – a mio avviso – di porre l’attenzione su Spinoza e su tutto ciò che è necessariamente seguito alle idee di questo personaggio controverso, ma geniale. Ora più che mai vi è bisogno di un ritorno alla razionalità e alla filosofia, e Spinoza può solo insegnarci come fare (Saverio).

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Lo stile è piano, gradevole, ma in qualche passaggio didascalico: e mi riferisco non soltanto all’esposizione del pensiero di Spinoza, ma anche alle frequenti incursioni nella dottrina dell’ebraismo (vedi ad esempio la spiegazione sul cherem). Ma il vostro recensore ama l’erudizione – tanto che adora più di tutto le note a pie’ di pagina di David Foster Wallace – e comunque la forza della costruzione narrativa sta nei dialoghi, sempre ben scolpiti, che fanno macinare le 440 pagine dell’edizione italiana senza  fatica. E la conclusione che si trae a fine lettura è che Il problema Spinoza trovi la sua vera ragione d’essere nella difficoltà dell’esercizio della psichiatria e nella conseguente esigenza che, alla sua base, si ponga un pensiero tutt’altro che debole. Non a caso, il vero alter ego del narratore è lo psichiatra Friedrich Pfister, che tenta – purtroppo inutilmente – di frenare le follie pseudo-filosofiche di Rosenberg proprio per mezzo del pensiero dell’autore dell’ Etica.
Ciò detto, mi sembra però che, sotto lo scorrere piacevole ma prevedibile di una non-trama (la vita di Spinoza è nota per l’assenza, salvo il cherem, di eventi rilevanti; la sorte di Rosenberg è altrettanto nota: finirà impiccato a Norimberga) si annidino invece due pensieri radicali.

Provo a descriverli alla buona.

Il primo pensiero è che la psichiatria non fa miracoli e la filosofia non è una terapia. Rosenberg è pazzo e il tentativo di Pfister di salvarlo per mezzo della psichiatria, pur col puntello del pensiero di Spinoza, non raggiunge altro effetto che quello di rafforzarlo, quando avrebbe semplicemente dovuto rinchiuderlo finché in tempo. Ma gli psichiatri (come gli avvocati) tendono ad innamorarsi dei loro pazzi, e a non ammettere l’inefficacia dei loro strumenti. Yalom ne è consapevole: nel capitolo 26 (p. 291) fa dire al Dr Abraham, supervisore di Pfister, queste parole: «Fino a questo momento ho sentito che l’obiettivo del suo paziente è profondamente diverso dal suo, lui vuole solo rendersi più amabile per i suoi compagni nazisti. Quindi tenga ben presente il pericolo che la terapia potrebbe rappresentare, semplicemente peggiorando le cose per tutti noi! Mi permetta di essere più preciso. Se lei riesce ad aiutare Rosenberg in modo che Hitler gli voglia più bene, avrà contribuito solo a renderlo malvagio in modo ancor più efficace».
Epitaffio perfetto, verrebbe da dire.

Il secondo pensiero è che i cattivi filosofi vanno impiccati (metaforicamente, s’intende: ché qui siamo tutti non violenti). I buoni filosofi vivono appartati e non infastidiscono nessuno. I cattivi filosofi la buttano in politica e i peggiori, per forza di cose, diventano i corifei della prossima rivoluzione. Spinoza studia metodicamente; legge e comprende. Demolisce ciò che ha preventivamente compreso. Rosenberg ha una cattiva istruzione e una formazione stentata. Impara a memoria scritti che non capisce e idolatra autori complessi per quello che non hanno detto. Necessariamente, allora, scambia spazzatura  (I Fondamenti del XIX Secolo e I Protocolli dei Savi di Sion) per profonde opere filosofiche. La sua furia nasce dai suoi limiti intellettuali. Perché dunque non pensare che un semplice elenco delle letture di formazione consentirebbe al genere umano di liberarsi di molti soggetti pericolosi e che la vera utilità sociale delle elites è quella di aver frequentato scuole con piani di studio ben temperati dalla tradizione? Il povero professor Schäfer (cap. 2-4) deve averlo capito troppo tardi (Mauro).

VII Ritiro Filosofico (RF7).

Si è appena concluso il VII incontro di RF. Di seguito, lo Storify, foto, eccetera. Al più presto, relazione ed ulteriore materiale.

Qui lo Storify. Retweet, please.

Ed ora qualche foto. Non tutte, però.

P.S.: scorrete, non siate pigri, ché in fondo trovate i commenti.

L’alba della filosofia …

 

 

Preparazione alla discussione

Dopo la discussione

 

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