Author Archives: Maurizio Morini

Il ritorno a Parmenide e il parricidio (di nuovo) mancato

Il ritorno a Parmenide, motto con il quale Emanuele Severino ha connotato il programma della sua filosofia, costituisce in realtà la più radicale negazione del pensiero dell’eleate. La questione è stata una delle più dibattute nell’ultimo ritiro filosofico che, dedicato al rapporto tra pensiero e linguaggio nel pensiero del grande filosofo bresciano, ha sostanzialmente finito per sottoporre ad indagine dettagliata la sua opera fondamentale, ovvero la Struttura Originaria. Legata al tema dell’identità, così come avevamo già messo in rilievo in un altro precedente articolo, la conseguenza decisiva di quel ritorno consiste in una sorta di conferimento all’ente di tutte quelle caratteristiche che precedentemente erano state attribuite all’essere. Si verifica insomma un vero e proprio rovesciamento: ponendo al centro la relazione oppositiva, ovvero il luogo del disporsi dell’essere e del non essere, non solo si finisce per decretare l’essere del non essere (l’ente) ma si fa della relazione negativa (l’opposizione) il grande tema della metafisica. 

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Gige e l’anello dell’ingiustizia

Il mito dell’anello di Gige, da equiparare ad un vero e proprio esperimento mentale, si trova all’inizio del secondo libro della Repubblica di Platone. Il tema, accesissimo fin dal libro precedente, è quello della giustizia. Socrate, di ritorno dal Pireo dove aveva partecipato ad una processione religiosa, viene fermato da alcuni amici i quali gli comunicano senza mezzi termini che, a meno che egli non sia più forte di tutti loro, dovrà rinunciare a tornare in città. Contro la sua volontà, Socrate è così costretto a fermarsi e a subire la discussione, chiaro indice di riluttanza ad affrontare un tema delicato, forse insolubile. Del resto egli è il primo a riconoscere, come farà nell’Apologia di Socrate, che non sarebbe riuscito ad arrivare alla sua età se avesse fatto vita politica schierandosi sempre dalla parte del giusto.

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Verità vs libertà: una lettura

Quelli di verità e libertà sono concetti che la storia del pensiero filosofico ha spesso pensato in termini di reciproca contrapposizione. Il problema del loro rapporto è complicato dal fatto che essi hanno a volte assunto diverse forme: libertà e necessità, cultura e natura, io e Dio e ancora si potrebbe continuare con gli esempi. Dipanare il filo che lega quei concetti, pulire le parole dalle sedimentazioni che il tempo ha aggiunto su di esse, fornire una lettura secondo le prospettive adottate da alcuni pensatori è stato il difficile compito che si è assunto il prof. Costantino Esposito in una lectio magistralis tenuta al dipartimento di studi umanistici dell’università di Macerata il 6 giugno 2013. Docente di storia della filosofia all’Università di Bari, autore di numerosi saggi tra cui uno appena uscito per il Mulino su Heidegger, Esposito ha tentato non solo un excursus storico in quello che è un problema ancora aperto nella filosofia moderna e contemporanea ma ha anche cercato di offrire delle possibili soluzioni di lettura.

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L’aristocratico liberale profeta della politica moderna

Alexis de Tocqueville è conosciuto soprattutto per La democrazia in America, opera pubblicata tra il 1835 e il 1840, nella quale, dietro l’esempio della nascente repubblica americana, fissava le condizioni per lo sviluppo democratico e liberale degli stati moderni, mettendo in guardia contro i pericoli derivanti dalla società di massa. Tocqueville vede con chiarezza l’alternativa tra libertà e uguaglianza: il crescente sviluppo democratico pone un serio problema alla libertà dell’individuo, minacciato in modo crescente dallo sviluppo di uno stato enorme e tutelare che toglie ai cittadini il potere di autogovernarsi. Le radici di una simile evoluzione sono indicate in modo dettagliato in un’altra opera, L’antico regime e la rivoluzione, scritta nel 1856. Inquieto a livello temperamentale e sempre alla ricerca di una chiave di lettura univoca dei fenomeni oggetto di studio, Tocqueville riassume in essa non solo il suo genio di pensatore ma anche la sua personale esperienza nell’ambito della politica e dell’amministrazione dello stato.

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Il coniglio gavagai e l’improbabile compito della traduzione

Se c’è una tradizione di pensiero a cui dev’essere attribuita la fortuna degli esperimenti mentali, questa è sicuramente la filosofia analitica. Fin dalla sua nascita, essa si caratterizza per l’uso abbondante di casi ed altri esempi controfattuali grazie ai quali dimostrare le sue teorie. Uno dei più famosi è l’esperimento della traduzione radicale, riguardante il problema della comprensibilità degli enunciati linguistici. Formulato dal filosofo americano Willard van Orman Quine (1908-2000) nel testo Parola e oggetto pubblicato nel 1960, l’esperimento mentale prende in esame la questione relativa alle modalità con le quali le espressioni linguistiche ricevono determinati significati. L’ipotesi dell’incontro tra due individui che non conoscono la lingua dell’altro, dimostra, secondo il suo autore, che i significati non possono e non devono essere presupposti: la conseguenza di ciò è che le frasi pronunciate in una lingua diversa da quella a cui apparteniamo, non sono né traducibili né tantomeno comprensibili. Anche perché, come diceva un altro esponente della filosofia analitica, Hilary Putman, i significati non sono nella testa: la conseguenza è la distruzione del procedimento logico che trasforma le rappresentazioni in concetti.

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Plutarco, il maestro ripudiato dallo storicismo

Plutarco è uno degli scrittori antichi di cui ci è pervenuto il maggior numero di scritti. Nato a Cheronea nella Grecia centrale, vissuto a cavallo tra il I e il II secolo dopo Cristo, Plutarco ha esercitato un’influenza enorme soprattutto nel periodo umanistico e rinascimentale tanto da essere riconosciuto come vero e proprio maestro da Montaigne ed Erasmo, Shakespeare e Bacone, Montesquieu e Rousseau. La sua opera più famosa, Le Vite parallele, biografie dei personaggi più famosi dell’antichità, è stata per lungo tempo fonte di ispirazione e notizie storiche. Tuttavia, a partire dalla metà del XIX secolo, Plutarco ha visto improvvisamente spegnere la sua fama fino ad essere prima accantonato e poi dimenticato. Positivismo e storicismo prima, ideologie totalitarie e liberticide poi, hanno messo in secondo piano una filosofia che faceva della vita buona e della saggezza il suo centro. In nome di un auspicato “ritorno a Plutarco”, la Bompiani ha pubblicato nel 2017 la prima traduzione italiana completa dei Moralia, opera che raccoglie un’estesa trattatistica di carattere filosofico, pedagogico, religioso e di scienze naturali in cui non mancano saggi e brevi componimenti che affrontano il rapporto dei filosofi con la politica.

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Il peso più grande e la solitudine dalle sette pelli

La dottrina dell’eterno ritorno di Nietzsche conosce diverse formulazioni e numerosi ripensamenti. Basti pensare alla domanda contenuta in Al di là del bene e del male quando egli si chiede se quel pensiero non fosse per caso un circulus vitiosus deus: comunque la s’intenda, rimane che per Nietzsche la dottrina dell’eterno ritorno stabilisce in modo nuovo l’essenza della religione delle anime libere e serene ed in questo senso essa è concezione radicalmente anticristiana. Non entriamo nella discussione se l’eterno ritorno sia considerato da Nietzsche una fede (così come vuole Heidegger) oppure un aspetto teoretico necessario del suo pensiero (secondo l’interpretazione di Severino). Quello che ci importa mettere oggi in evidenza sono soltanto alcuni aspetti problematici di questa visione che continua a rimanere una sorta di rimosso, esperimento mentale che mette in crisi una delle più solide acquisizioni del pensiero occidentale, quella relativa al concetto di tempo, su cui è fondato ogni altro aspetto dell’esistenza dell’uomo.

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I due corni dell’orrore metafisico di Kolakowski

Conosciuto come grande storico delle idee e dei movimenti religiosi del ‘600, Leszek Kolakowski (1927-2009) è anche filosofo dalle posizioni eccentriche, inizialmente marxista ma poi espulso dalle file del movimento per le sue tesi radicali (che poi finirono per diventare realtà, come l’approdo necessariamente staliniano del marxismo). Anche la sua metafisica, consegnata in un testo del 1988 dal titolo Orrore Metafisico, è semplice quanto radicale: l’idea cioè che con la nozione di perfetto, che ha sostituito quella di creazione, il pensiero greco fu il primo a scoprire nella filosofia una dimensione nullificante. Si tratta in altre parole di quella dimensione che da Parmenide fino a Spinoza, passando per il neoplatonismo di Damascio, giunge ad un Ultimo che coincide con l’ente posto al di là di qualsiasi concettualizzazione. Tale prospettiva ha sostituito tutte quelle mitologie poietiche e quelle religioni che si fondavano sul cruor dei, il sangue divino frutto di violenza, facente perno su una teologia che prefigura un Dio che ama talmente la sua creazione da offrirsi in sacrificio per salvare il mondo. Al suo posto, dopo il fallimento dell’Assoluto, il pensiero ha voluto fondare la nozione di Cogito dando vita però allo stesso medesimo risultato: l’orrore metafisico.

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Bataille, le lacrime e la farsa del sovranismo

Quello di sovranità è uno di quei termini del linguaggio politico che, negli ultimi tempi, sono stati maggiormente utilizzati e allo stesso tempo fatti oggetto di vero e proprio abuso. Per molti, la sovranità ha acquistato un fascino che va al di là del suo significato storico, tanto da diventare parola mitica per risolvere l’attuale crisi della politica. Georges Bataille, scrittore e filosofo francese vissuto nella prima metà del XX secolo, ne ha fatto invece oggetto di uno studio originale quanto eccentrico, tracciandone genesi e significato. Attraverso un’analisi che comprende non solo la filosofia ma anche l’antropologia, lo studio delle religioni e la politica, Bataille giunge alla conclusione che la sovranità si definisce come ciò che va al di là dell’utile. Centro della sua speculazione è la nozione di dépense, traducibile dal francese con l’idea di spreco o consumo non necessario: tesi del saggio, che raccoglie una serie di testi scritti in un lungo arco temporale, è che la sovranità consiste in un residuo di libertà personale irriducibile a qualsiasi forma di manipolazione.

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Genius malignus and Friends

Apparenza o realtà? Falsa illusione o vera conoscenza? Sogno o son desto? Interrogativi vecchi quanto il mondo che hanno alimentato la filosofia fin dal suo nascere. A rappresentarli per tutti è l’esperimento mentale principe in materia, quello di Cartesio e del suo genio maligno, che crea immagini e percezioni ingannevoli per indurlo alla credulità del mondo che gli sta attorno. L’esperimento di Cartesio non è stato il primo così come non è stato e non sarà l’ultimo. Fin dall’antichità, il problema della conoscenza vera attraverso gli esperimenti mentali ha conosciuto in letteratura degli esempi che somigliano molto a quello del filosofo francese. In epoca moderna poi, a seguito dello sviluppo delle tecnologie e delle simulazioni computerizzate, i casi e le ipotesi teoriche si sono moltiplicate tra gli studiosi di filosofia fino ad estendersi all’ambito della fiction contemporanea.  Per tutti ci sono premesse e obiezioni che vale la pena ricordare.

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La grotta di Posillipo, molto più di un esperimento mentale

Le caverne sembrano essere un luogo particolarmente adatto per comunicare i significati più profondi della filosofia. Con la mente a Platone e al suo celebre mito, Schopenhauer deve aver pensato questo nel momento in cui si accingeva a riformulare per l’ennesima volta quel suo unico pensiero attorno al quale si espandono in modo organico i suoi scritti. Del resto, metafore, esempi, similitudini sono strumenti per lui consueti: nel Mondo come volontà e rappresentazione se ne contano a decine soprattutto nel secondo volume, quello redatto durante la sua permanenza a Francoforte, sede di una delle più importanti università naturalistiche della Germania. Dai porcospini per spiegare i rapporti tra gli uomini a quelle tratte dal mondo della finanza per illustrare il funzionamento della rappresentazione, le metafore sono utilizzate per gli argomenti più vari. A volte egli vi fa ricorso anche per comunicare l’importanza del suo contributo alla filosofia, come nel caso dell’analogia con Lavoisier: come quest’ultimo, scindendo l’acqua in idrogeno e ossigeno, aveva dato vita ad una nuova era della fisica e della chimica, così Schopenhauer, dividendo il corpo in volontà e rappresentazione, aveva inaugurato una nuova metafisica. Con la grotta di Posillipo, un tunnel di oltre settecento metri nel cuore di Napoli (nota anche come grotta di Virgilio), Schopenhauer aggiunge il ricorso ad un’esperienza di grande suggestione per fare riferimento alla volontà, principio monistico della sua filosofia.

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L’Antigone di Hegel,il femminile tragico e ironico. Anzi,criminale

In uno dei testi più noti della letteratura occidentale, Sofocle racconta la vicenda di Antigone che, per seppellire il cadavere di suo fratello Polinice caduto nella guerra voluta da Creonte, contravviene alla legge dello Stato che vietava gli onori funebri a chi avesse infranto le sue leggi. Per tal motivo, l’episodio è diventato paradigmatico del rapporto spesso conflittuale tra l’adesione alla legge divina e l’obbedienza alla legge civile con la protagonista che dopo essere stata condannata, finirà per togliersi la vita. Figura centrale della tragedia che porta il suo nome, Antigone ha ispirato filosofi come Schelling, Kierkegaard, Heidegger e Derrida ma l’interpretazione più nota è stata quella di Hegel che ha utilizzato il personaggio come strumento di un lungo esperimento mentale per mettere alla prova non solo la relazione tra legge divina e legge umana ma anche quella tra il singolo e la comunità finanche quella tra maschio e femmina. Lo scenario controfattuale, che giustifica l’inserimento dell’allegoria nella galleria degli esperimenti mentali, è costituito dalla lunga serie di conseguenze che si producono a seguito della scelta di Antigone. Come sempre, quando si tratta del filosofo dell’idealismo assoluto, le vie attraverso le quali si realizza il risultato finale non sono affatto scontate anche perché Hegel finisce per utilizzare l’eroina greca per dare una certa immagine della donna che è stata poi oggetto di radicale contestazione da parte di alcune correnti della filosofia contemporanea.
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La filosofia prima, durante e dopo il linguaggio

Dopo aver introdotto le nostre prossime uscite settimanali della domenica, presentiamo oggi l’argomento generale del 2019: il linguaggio. Ad esso dedicheremo il ritiro filosofico annuale, fulcro e culmine di tutta la nostra attività, ed il prossimo call for papers in imminente uscita.

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Tu chiamali se vuoi esperimenti filosofici mentali

Quante volte nella vita di ogni giorno utilizziamo esempi, immagini, metafore per rendere più chiari pensieri la cui spiegazione sarebbe altrimenti prolissa e faticosa? Allo stesso modo, fin dalle sue origini, la filosofia ha fatto uso di tali strumenti per formulare e dare risposta ai problemi metafisici e concettuali nei quali è riposta la sua natura. È stata proprio la filosofia greca ad incominciare tale prassi utilizzando quel mito che aveva fino ad allora nutrito la religione. Da quel momento, non è esistito filosofo che non sia ricorso almeno per una volta nella sua produzione scritta e orale a tali figure retoriche (chiamate anche con il nome di paradossi, experimenta crucis, allegorie, studio di casi, ipotesi). L’ultimo nome per designarle (oggi di moda) è quello di esperimenti filosofici mentali per i quali si sono spesso tuttavia intesi, soprattutto a causa della filosofia analitica, casi estremamente specifici e tecnici. Ogni terza domenica del mese, RF dedicherà a loro una serie (in qualsiasi modo essi si vogliano chiamare) non solo per comprendere i contesti da cui sono scaturiti e i problemi teorici ad essi sottesi ma anche come esercizio filosofico utile per imparare a pensare.

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Tutti a bordo del volo 93 della United Airlines?

Un sito dedicato alla filosofia, nonostante la natura spesso caotica (o apparentemente tale) della rete, non può rinunciare ad un’impostazione sistematica dei propri contenuti e alla chiarezza della propria proposta filosofica. In questa direzione, a partire da gennaio, RF riserverà regolarmente alcune uscite settimanali a temi o ambiti specifici della filosofia. La prima domenica del mese sarà dedicata al rapporto tra filosofia e politica, tema imprescindibile quanto scabroso per chi si occupa della prima (al contrario di quanto accade per chi si occupa della seconda che spesso si dà facilmente arie da filosofo). La serie avrà come titolo Il filosofo e la città: la meditazione come più alta forma d’azione e non sarà un altro capitolo dell’insopportabile dibattito sul ruolo degli intellettuali nella società. Piuttosto, passeremo in rassegna quei testi e quei pensatori che costituiscono imprescindibili punti di orientamento per comprendere la questione così come si presenta in qualsiasi momento storico, non solo in quello attuale (ricordiamoci che siamo malati di storicismo). In questo articolo, siccome la filosofia è tale in quanto, dichiarato un lato del problema, prende avvio da quello opposto, presentiamo il caso in cui alcune posizioni politiche o culturali hanno cercato di legittimarsi facendo anche ricorso al pensiero di un determinato filosofo.

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