Author Archives: Luciano Morini

Vivere la filosofia

E’ appena uscito nelle librerie Vivere la filosofia di Moreno Montanari, dottore di ricerca in filosofia, che ha scritto questo libro sulla base dell’esperienze realizzate dalla SABOF (Società di Analisi biografica ed orientamento filosofico) di cui è socio e fondatore. La recensione nella sezione Miscellanea di RF.

La riforma dei partiti?

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario dalle celebrazioni dei referendum che segnarono, secondo la convenzione della storiografia recente, la fine della Prima Repubblica e l’inizio della lunga transizione dalla quale l’Italia non è ancora uscita.

Segue qui.

Messico: tradizione e futuro

Il Messico è uno stato federale di 110 milioni di abitanti di cui un quinto nella sola capitale. Diviso in 32 Stati dotati di ampia autonomia e molto diversi tra loro non solo geograficamente, è uno Stato in forte crescita, molto influenzato dalla vicinanza con gli USA e al tempo stesso assai diverso da questo.
Il tour di due settimane ci ha permesso di scoprire sia la immensa capitale Città del Messico sia i due stati più meridionali, Chiapas e Yucatàn, simili per origini ma con uno sviluppo storico ed economico completamente diverso.
Anche noi, come Maurizio Greganti in Egitto, abbiamo avuto modo di conoscere le origini della civiltà messicana e l’attuale stato sociale ed economico. Anche qui i contrasti emergono in maniera evidenti ma con impressioni completamente diverse da quelle tratte in terra egiziana, in particolare per il dinamismo della società messicana, concentrata sulle possibilità di crescita del Paese.
Il Messico precolombiano
Il Messico prende nome dai Mexicas “figli della Luna” meglio conosciuti come Aztechi, una delle tante civiltà mesoamericane che si insediò in questa terra del nord e centro America.
Gli Spagnoli che nel 1521, alla guida di Hernan Cortes, conquistarono queste Terre, si trovarono di fronte proprio gli Aztechi di Montezuma II, i quali, a partire dal VIII secolo d. C., estesero gradualmente il loro dominio sull’America centro-settentrionale, sottomettendo le altre civiltà mesoamericane. A Sud gli Spagnoli trovarono quel che restava della civiltà Maya, costituita da tanti piccoli imperi, sempre in lotta tra loro, e per questo facilmente sopraffatti dagli spagnoli.
A differenza di quello che si potrebbe pensare, tuttavia, la civiltà Maya, diversamente da quella Azteca, non è affatto scomparsa ed è sopravvissuta in maniera sorprendente a cinque secoli di sopraffazioni e tentativi di evangelizzazione forzata.
Tutte le culture native americane si contraddistinguono per una cultura in cui gli elementi naturali hanno assoluta preminenza tanto che ad ogni manifestazione della natura corrispondeva l’esistenza di un dio cui celebrare riti propiziatori.
I Maya, come si diceva, sono stati la civiltà più evoluta. Il loro calendario, utilizzato anche dagli altri popoli mesoamericani, fa risalire la fondazione della civiltà al 3113 a.C. Svilupparono grandi conoscenze in matematica, architettura e soprattutto astronomia. Conoscevano perfettamente la precessione degli equinozi ed il loro calendario civile di 365 giorni corrisponde al nostro. Ciò gli era necessario per esercitare nel modo migliore l’agricoltura e, in particolar modo, la coltivazione del mais.
Avevano anche un calendario religioso che intrecciandosi con quello civile dava luogo a cicli di tempo più lunghi al termine dei quali si praticavano feste, riti e si rinnovavano le strutture cerimoniali. Più in generale i Maya e le altre civiltà mesoamericane erano convinti che il mondo in cui vivevano non fosse che uno di una serie di mondi e questa natura ciclica delle cose permetteva loro di prevedere il futuro studiando il passato.
Come detto, nonostante l’oppressione e l’evangelizzazione forzata, in Messico sopravvive una consistente discendenza diretta dai Maya. Per essa il cristianesimo costituisce solo una facciata e in Chiapas abbiamo assistito a guarigioni e riti propiziatori (compreso soffocamento di una gallina) all’interno di una chiesa. Pare che lì (San Juan de Chamula) la Chiesa Cattolica si accontenti di amministrare una volta all’anno il battesimo ai nuovi membri della comunità, i quali lo ricevono come uno dei propri riti propiziatori. L’esercizio di tali riti in una chiesa si spiega con il fatto che gli edifici di culto sono di proprietà dello Stato (dopo si capirà perchè).
In pratica per facilitare l’evangelizzazione, assai difficile, le antiche divinità furono ribattezzate con i nomi dei santi cristiani ma le cerimonie sono più o meno le stesse di quelle precedenti alla conquista.
Anche qui i miti fondativi della civiltà sono simili a quelli di nostra conoscenza (lo spostamento verso la terra promessa ripreso anche nella bandiera con l’aquila che cattura il serpente come luogo indicato, la creazione ecc.).
È evidente ad ogni modo che i culti nativi, almeno alcuni, abbiano resistito all’evangelizzazione forzata, non sappiamo se per le caratteristiche intrinseche di questi culti, fortemente legati alla natura, e/o se per lo sviluppo politico dello Stato del Messico che già dal 1821 conquistò l’indipendenza.
Il Messico moderno
Conquistata l’indipendenza dagli Spagnoli il Messico oggi è un Paese di meticci e forti minoranze native (raramente di altri paesi). È uno Stato fieramente e orgogliosamente laico (tantissimi gli omosessuali nella Capitale, in alcuni Stati è consentito il matrimonio e l’adozione anche per gli omosessuali). Ciò lo si deve ad un passaggio importante della storia moderna messicana.
Il neonato Stato, fortemente diviso al suo interno e oppresso dal debito verso gli Stati europei, a metà del XIX secolo portò a termine una serie di riforme liberali grazie all’azione di Benito Juarez, primo e unico presidente indigeno della storia messicana, considerato padre della Patria (come Garibaldi per noi, a lui si deve il nome di Benito Mussolini).
Tra queste vi fu l’acquisizione di tutte le proprietà ecclesiastiche (comprese gli edifici di culto) e il pagamento delle tasse da parte della Chiesa Cattolica; l’assoluta libertà religiosa (sono tantissimi i culti praticati qui); il divieto assoluto per i chierici di esprimere preferenze politiche o fare campagna elettorale (si tratta di reato federale).
L’oppressione dei latifondisti e l’opposizione della Chiesa Cattolica portò nel 1910 alla scoppio di una nuova rivoluzione, dopo quella che aveva portato all’indipendenza, guidata da Zapata e Pancho Villa. Repressa nel sangue si concluse comunque con la promulgazione di una nuova costituzione.
Dal 1920 al 2000 vi è stata una democrazia monopartitica da parte del PRI (dal nome contraddittorio Partito Rivoluzionario Istituzionale) che nel 1940, con Cardenas, ha nazionalizzato le industrie nei settori strategici.
Dal 2000 il Paese ha conosciuto l’alternanza di governo e sebbene sia visibile una forte differenza tra alcuni Stati del Paese e tra i vari strati della popolazione, il Messico sembra avere le carte in regola per essere una delle nuove potenze mondiali.

Carnage ovvero Il dio del massacro

“Véronique, davvero pensa che ci si interessi ad altro che a se stessi? Vorremmo tutti credere a un possibile cambiamento. Di cui saremmo gli artefici e che non sarebbe legato al nostro personale vantaggio. Ma le pare possibile? Ci sono uomini indolenti, sono fatti così, altri che non vogliono perdere un solo attimo di tempo, e si danno da fare, che differenza c’è? Gli uomini si agitano fino a quando non muoiono. L’educazione, i mali del mondo… Lei scrive un libro sul Darfur, okay, capisco che uno pensi, prendo un bel massacro, ce ne sono una quantità nella storia, e ci scrivo sopra un libro. Ognuno si salva come può”.

E’ questa la frase chiave dell’ultimo film scandalo di Roman Polanski “Carnage” (carneficina o massacro, ndr) presentato all’ultimo Festival di Venezia. Si tratta della bellissima e fedele trasposizione cinematografica della pièce teatrale “Il dio del massacro” (Adelphi, pag. 91, € 9,00) dell’autrice francesce Yasmine Reza.

Protagonisti sono due coppie dell’upper e middle class newyorchese (parigine nel libro) che si incontrano nel salotto di quest’ultima per risolvere celermente e all’insegna della civiltà e della tolleranza un litigio tra i rispettivi figli che finisce con delle ferite a danno di uno dei due.

Ma il clima conciliante, tra parole e non dette e piccole allusioni, scivola lentamente su un piano inclinato dove la ragione lascia spazio agli istinti e alle passioni. Le offese reciproche, dapprima velate, vengano a galla fino a far emergere le nevrosi dell’uomo borghese occidentale. Le coppie, prima solidali, si frantumano e una parte finisce col solidarizzare con l’altra in uno scontro di genere che mette a nudo le difficoltà della coppia chiusa nella gabbia/salotto dei suoi rigidi schemi sociali.

L’unico personaggio che appare subito se stesso, guadagnandosi la simpatia dello spettatore (forse per la comune professione) è Alan, avvocato superbo e spocchioso, che almeno però sa che cosa deve nascondere (continuamente impegnato col suo BB ad impedire una class action verso l’azienda farmaceutica che difende), diversamente dagli altri che tanto accusano e blaterano ma poi sono totalmente acritici su se stessi prima che le spalle al muro li costringano a rivelarsi. Sarà Alan/Polanski a rivolgere a Veronique la frase citata sopra.

Homo hominis lupo. E’ questo il messaggio che il regista e l’autrice del libro intendono ribadire allo spettatore. Non c’è spazio per l’ottimismo.

Il film mi ha fatto pensare alla tesi di René Girard sulla nascita della cultura e delle istituzioni umane, di origine religiosa. E’ per salvarsi dalla forza mimetica della violenza che nasce prima la religione, poi la società e il diritto e la filosofia, infine la tecnica. Già Stanley Kubrick aveva magistralmente riassunto questa tesi sul grande schermo nella famosa scena iniziale di “2001 Odissea nello spazio” accompagnata dall’Also sprach Zarathustra di Richard Strauss.

Popsophia. 1° festival del contemporaneo

Segnalo che a Civitanova Marche (MC) partirà il prossimo 15-16-17 luglio il 1° Festival del Contemporaneo (http://www.popsophia.it/). Si svolgerà in 4 weekend consecutivi il primo dei quali dedicati alla Filosofia. Ospiti di spicco: Umberto Galimberti, Giulio Giorello e Umberto Curi.

La presentazione del weekend filosofico prende le mosse da un aforisma di Oscar Wilde: “Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze“.

Da cui la seguente riflessione:
Gioco, mente, parole. È un asse a tre quello attorno al quale ci invita a riflettere la Pop filosofia per definire l’indefinibile. Che cos’è la filosofia? O meglio, di cosa deve occuparsi oggi la filosofia per essere la forma del pensiero collettivo e contemporaneo. Finite le disquisizioni sull’essere, sul tempo, sulla definizione stessa di filosofia, cosa attira oggi l’attenzione degli intellettuali e dei pensatori? La filosofia è gioco e, come tale, è la ricerca di una soluzione lungo un passaggio ludico che coinvolge la mente e che si esplica nelle parole, nel linguaggio. È tempo di portare la battaglia filosofica nella ‘popular culture’, usando le armi migliori a disposizione della filosofia: dal pensiero critico alla decostruzione. Ma in modo inedito. È tempo di portare il confine della filosofia nella cultura di massa televisiva per prendere parte attiva alla loro trasformazione. Mutazione genetica della filosofia in pop filosofia. Perché la vera essenza delle cose è nella superficie“.

A leggere le premesse mi pare che i marchigiani si avventurino su un pericoloso piano inclinato. Se da un lato il Festival sembra perseguire la lodevole intenzione di dare ribalta al pensiero filosofico attraverso il confronto con la cultura contemporanea, il rischio è quello che, alla fine, il ragionamento filosofico rimanga schiacciato e relegato nello spazio di ars minor a cui gli stessi filosofi che vanno per la maggiore in Italia (tra cui lo stesso Giorello) sembrano rassegnarsi nel nome di quel pensiero relativista che pervade (per quanto ancora?) la cultura e la società odierna.

P.S.: I temi degli altri weekend saranno: fashion, fiction, futuro.

Copyright © Ritiri Filosofici 2020