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Il sogno in Montaigne

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1.— Introduzione.

Michel de Montaigne (1533-1592) tratta del sogno nella parte finale dell’Apologie de Raymond Sebond.
Il capitolo è il risultato di un periodo particolare della vita del filosofo: nel 1568 Montaigne riceve una cospicua eredità che gli permette nel giro di pochi anni di rinunciare alla carica di sindaco a Bordeaux e di intraprendere un ritiro interiore; nel 1569 dà alle stampe la traduzione della Theologia naturalis, sive liber creaturarum (1487) del pensatore catalano Raymond Sebond1; tra il 1575 e il 1576 scopre lo scetticismo di Sesto Empirico e incomincia a definire il proprio pensiero2.
La difesa degli argomenti di Sebond dalle accuse dei suoi avversari3 permette a Montaigne di introdurre il problema gnoseologico: i critici della Theologia naturalis incarnano la condizione dell’uomo, creatura miserabile, le cui pretese intellettuali di essere sul gradino più alto del mondo4 si infrangono contro la varietà e la mutevolezza della realtà esterna5.

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  1. La traduzione di quest’opera fu richiesta dal padre Pierre Eyquem de Montaigne, che morì l’anno prima della pubblicazione (cfr. P. Burke, Montaigne. Un profilo, trad. it. B. Lazzaro, Donzelli, Roma 1998, pp. 29-30). 

  2. In questo periodo Montaigne scrive «una porzione importante dell’Apologie» (R. Popkin, Storia dello scetticismo, trad. it. R. Rini, Mondadori, Milano 2000, p. 60). L’Apologie de Raymond Sebond figura in tutte le edizioni degli Essais (1580, 1582, 1588) ed è stata più volte riveduta e ampliata. 

  3. A Sebond sono rivolte due obiezioni: la prima «che i cristiani si fanno torto volendo sostenere con ragioni umane il loro credo, che si concepisce soltanto per fede e per una particolare ispirazione della grazia divina»;  la seconda «che i suoi argomenti sono deboli e inetti a dimostrare ciò che vuole» (M. de Montaigne, Saggi, L. II, cap. XII, trad. it. Fausta Garavini, Bompiani, Milano 2012, pp. 783, 799). 

  4. Cfr. Ivi, p. 807. 

  5. Cfr. Ivi, pp. 879-977. Il punto argomentativo più radicale, che anticipa l’argomento del sogno, è la citazione di Euripide (cfr. in Stobeo, IV, 52, 38), secondo cui «è in dubbio se la vita che viviamo sia vita, o se sia vita quello che chiamiamo morte» (Ivi, p. 959). 

Religione e morale nella filosofia di Pierre Charron

Pierre Charron1. Religione e filosofia nell’esistenza di Charron

Nato a Parigi nel 1541, Pierre Charron è la massima espressione del passaggio dalla turbolenza dottrinale della «fin de la siècle» alle prime riflessioni moderne sul rapporto tra religione e filosofia. La sua stessa esistenza è caratterizzata da un’eterna disputa tra il dover essere esteriore e l’essere interiore, tra ruolo sociale e spirito critico: da un lato gli studi giuridici a Orléans e a Bourges per diventare dottore in legge e la successiva ascesa sul terreno ecclesiastico da teologo a canonico della Chiesa di Bordeaux; dall’altro l’interesse per la filosofia, nato dagli insegnamenti della Sorbona e maturato in seguito grazie alla conoscenza di Michel de Montaigne.
La fase giuridico-teologica rappresenta il lato pragmatico di Charron: le tecniche persuasive e sofiste dell’avvocato non gli danno soddisfazioni sul piano giurisprudenziale, ma risultano essenziali per la sua carriera religiosa. Charron diventa in breve tempo un predicatore molto richiesto dai vertici del potere e un instancabile difensore del Cattolicesimo.
Nel tribunale in cui si trova a operare Charron si discute sulla vera religione e la parte lesa da difendere è il Cattolicesimo. Come emerge dal suo primo lavoro Les troiz veritez (1593) le arringhe di Charron non si basano sulla Scolastica, bensì sullo scetticismo: se, a causa della sua debolezza e limitazione dello spirito, l’uomo non può «conoscere e comprendere le cose create, finite, naturali, artificiali» di conseguenza fallisce ogni possibilità di comprendere la natura del Creatore.

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