Affrontare l’enigma

In questa terza e ultima parte della nostra analisi di Filosofia dell’espressione, si schiude la crisalide. Il percorso attraverso il quale ci ha condotto Colli però, ci sorprende fino alla fine. Egli infatti non ci porta, come sarebbe stato legittimo aspettarsi, finalmente fuori dal labirinto che ha appena finito di mostrarci bensì, ci riporta al suo inizio, incalzandoci con un quesito che ricorda storie dal grande peso: hai il coraggio di rientrare?

 

I sapienti parlano
Nasce dai limiti conoscitivi dell’essere umano la comunicazione. Dalla percezione di un fondamento che appare omogeneo e dalla speranza che, costruendoli insieme agli altri, gli universali, imprigionati nelle parole, possano avvicinarci a quell’immediatezza tanto agognata, eppure sempre sfuggente. Tuttavia, in questo tentativo di ampliare il campo d’azione del logos, la parola finisce per imprigionare ciò ch’essa vorrebbe liberare. L’acquietamento portato all’interno del fermento semantico che avvolge il suo contenuto infatti, finisce per ridurne l’orizzonte, per impoverirlo. Perché è nella multivocità propria delle sue fasi primigenie, quando è più vicino al mondo dell’immediatezza, che ogni universale può sprigionare la sua forza maggiore. Quando esso si fa parola e assume una formulazione specifica che si concentra solo su certi aspetti a discapito di altri, molto s’è già perso del suo slancio ed esso, inevitabilmente, si rattrappisce per poi cristallizzarsi in una forma infinitamente più povera della ricchezza che l’aveva partorito. Questo, secondo Colli, perché ad un certo punto, l’atmosfera quasi magica che aveva visto nascere il pensiero, e in particolare, il pensiero filosofico, si corrompe a causa della contaminazione con il “logos spurio”. Nonostante gli individui si possano interpretare come semplici specchi che riflettono il logos e la costrizione ch’esso esercita sul mondo infatti, spesso accade che si instauri un rapporto tra rappresentazioni astratte e concrete, per cui, attraverso il meccanismo della causalità, le prime vengono assunte come “motivo” delle seconde. Così «l’individuo è pensato come origine prima, e danno luogo all’apparenza mitica della volontà, dell’azione e del libero arbitrio». La discorsività umana dunque, non è altro che il tentativo di tenere sotto controllo l’emergenza continua propria del mondo dell’immediatezza, fissandone alcune sfumature attraverso formule fisse come le parole, le quali però, una volta declinatesi nel linguaggio quotidiano — sia esso poetico, retorico, politico o altro è irrilevante — si rivolgono contro questo istinto e si fanno a loro volta strumento di violenza e di dominio. A ben vedere dunque, gli individui sono tramiti tanto quanto le parole. Per ottenere tale predominio, il logos si è servito dell’agonismo insito nell’uomo. Tramite una “astuzia della ragione” infatti, esso ha spostato l’istinto di prevaricazione dal piano fisico a quello teorico e così facendo ha svincolato il suo corso dalla praticità delle questioni contingenti, per dare forma ad uno strumento di sottomissione imprescindibile come il linguaggio. Indifferente ai contenuti, ma capace di controllarli tutti.

Solo in Grecia fu possibile assistere all’apparizione nel tempo del logos autentico, subito dopo la conclusione dell’esperienza veridica di Eleusi (della sua verità oracolare), quando «dopo o anni o secoli, dal collettivo del mistero esce l’individuo unico che stringe e raccoglie, un vertice della spinta espressiva lo produce». Questo sono i “sapienti” che parlano, la catalizzazione dell’esperienza collettiva in un pensiero unitario, e anche se quello slancio non fu che un breve lampo nel cielo della storia, il suo sedimento, senza avvedersene, avrebbe cambiato per sempre la vita delle generazioni seguenti. Ciò che rimase infatti, è la ragione. Nella consapevolezza del suo articolarsi e oggetto di esercizio. Necessità è la strada ch’essa segue, ma è dal giuoco che nasce il logos, perché, che «la ragione appartiene naturalmente all’uomo, è chiaro, si presenta come una sua manifestazione, o meglio è manifestazione di qualcosa attraverso lui. Ma averla posta al vertice dell’interesse […] aver creato l’illusione di poter aprire con il suo aiuto scrigni preziosi e rivelare misteri inebrianti, questo è un fatto incidentale, episodico, aberrante». Mentre altrove rimase in disparte infatti, in Grecia questa infuriò divampante e assunse il titolo di filosofia. L’affermazione della ragione comincia ad intuirsi già nei sorrisi ammiccanti impressi sui volti dei kuroi, «il primo segno fisico della ragione simulatrice, della sua malizia e ironia»; è da questi tratti allusivi ma non ancora decisi che possiamo intuire che stanno per scatenarsi «pensieri dai piedi leggeri». Ed è proprio con questa leggerezza che Colli racconta il parlare dei sapienti, delle grandi figure a  cui si deve la paternità non solo della filosofia, ma anche l’impostazione iniziale del mondo per come oggi noi lo conosciamo.

Eraclito fu il primo a individuare «una legge divina che incatena gli oggetti mutevoli all’apparenza» e fu proprio con il nome di logos che volle designarla, perché per lui l’essenza del mondo consiste proprio «nel “discorso” che rivela la physis, cioè il nascimento, l’immediatezza». Questo approccio enigmatico viene poi stravolto da Parmenide e la sua evocazione di Aletheia, colei che non è nascosta, o più comunemente, la verità, affinché tutti potessero vederla nella sua forma (sferica). «In ogni caso, sia Aletheia, manifesta oppure celata, stranamente ci si convinse che la sua vista risulti per tutti massimamente desiderabile. In seguito si credette di riconoscerla in molti miraggi […]. Quest’ansia e curiosità non si è ancora spenta». Attraverso le sue parole dunque, Parmenide ci rivela il carattere rappresentativo della verità, il suo esprimere qualcos’altro, quel “ciò che è” proprio solo della sfera dell’immediato. Una volta trascinato nel tessuto dell’essere dalla forza con cui la verità s’impone però, egli stesso si rese conto che non ci poteva essere spazio per nessuna discontinuità perché «ciò che è si attacca a ciò che è». Questa è la forza con cui s’impone il necessario, il cui imperio condanna all’oblio “l’oro autentico del logos”, la sua capacità di danzare sul caso, come avrebbe detto inseguito Nietzsche. Negando la via del non essere, liquidata come l’impossibile in quanto unico mondo su cui la necessità non può estendere il proprio dominio, nulla è più dimostrabile, l’arte dialettica viene soffocata.

Col suo pensiero Parmenide rivela la sedimentazione razionale avvenuta nella Grecia senza nomi che lo ha preceduto, un mondo anomalo che ha saputo far convergere sul piano discorsivo ogni istinto aggressivo individuale. Ecco dunque che la vitalità si riversa sul piano astratto e il suo legame con il mondo naturale era tanto forte in quella fase primigenia che si rese necessario fermare il vorticare da essa prodotto attraverso la definizione, attraverso le parole che fermassero la sovrabbondanza semantica degli universali. Nello scontro dialettico sono poi gli interlocutori a riempirle di sfumature, dando così forma al linguaggio vero e proprio. Quest’ultimo però, nasce per essere strumento di confronto all’interno di una cerchia ristretta di persone iniziate, capaci di comprendere il sostrato semantico che si accompagna alle parole, e quando diviene di dominio pubblico a causa della “convergenza cosmopolita di Atene” porta alla “confusione irrimediabile”. Solo nel rimandare al prestigio di chi le ha pronunciate, quindi alla memoria, le parole riescono a salvare le tracce del discorso filosofico originario.

Un’altra sterzata decisiva al fluire del percorso del logos lungo la storia dell’uomo la imprime il momento di fusione fra discorso e testo scritto che s’impose attraverso il dialogo platonico — l’atto di nascita della filosofia come letteratura. Per Colli però, la funzione della scrittura è impropria e ambigua, essa non estende in alcun modo la capacità rappresentativa del logos, lo rende solo più durevole. Essa emerge solo quando la dialettica esoterica dei dialoghi eleatici perde la propria  inviolabilità per la confluenza ateniese, che li fa orientare verso un confronto con le forme espressive dell’arte e con il logos spurio delle questioni politiche. Ora che gli ascoltatori non sono più una cerchia di persone scelte, ma dei profani, il linguaggio deve adeguarsi e in questa fase di tumultuosa evoluzione, la scrittura sembra aiutare. Essa sembra infatti capace di salvare le forme del pensiero dall’oblio, e in parte lo fa, ma a caro prezzo perché lasciando cadere la componente animata, lo scritto diviene “mendacemente oggettivo” e, di conseguenza, «lascia aperte molteplici interpretazioni». Così fu proprio ciò che doveva servire da mero supporto a far sì che la ragione si affermasse come un grande evento nella storia del mondo; «da allora la filosofia è cosa scritta o fondata su cose scritte — chiusa in una quiete di morte». E su questa quiete si estende la pesante ombra di Platone, per Colli. La sua vocazione letteraria infatti lo portò a indossare i panni di numerosi personaggi attraverso i dialoghi, tuttavia, ciò si tradusse più in uno “spettacolo eccitante” per sbalordire il pubblico, che in una vera attività speculativa; sostanzialmente riassumibile nella teoria delle idee. Al di là di questa però, è sul finire della sua vita che Platone riuscì ad imprimere il proprio segno indelebile su tutte le generazioni future, e lo fece sfruttando la propria scuola, l’Accademia. Seguendo l’esempio dei Pitagorici, egli rinnega l’estensione espressiva, dialettica e condivisa del logos per scavare una nuova verità all’interno della segregazione esoterica: reale e razionale coincidono. Reciso ogni legame con l’immediatezza — operazione per altro già cominciata con la formulazione della teorie delle idee — il logos diviene l’unico dio e il suo regno è l’assoluto. Nasce qui la scienza, la nemesi di ogni sapere filosofico autentico; nasce qui la menzogna del divenire incentrato sull’inarrestabile processo accrescitivo della ragione. Il futuro è il regno del migliore, la mitologia dell’azione e della volontà libera s’impone incontrastata. Poco o nulla riuscirà a salvare Aristotele, ultimo erede di generazioni di dialettici. L’immediatezza è ormai perduta (a nulla servono i tentativi di recuperarla nella sensazione o nel nus) e il logos, incontrastato, impone la propria legge su tutto, estendendo il proprio dominio in ogni direzione.

Il «logos» corrotto
Il declino è ormai inarrestabile, passando dai discepoli di Aristotele e Descartes, per arrivare al sistema delle “idee primitive” di Whitehead e Russel. Tutto, della magia iniziale, sembra ormai perduto e lo stesso pensiero di Colli perde vigore ed energia man mano che ci si avvia alla fine dell’opera. Che si conclude così, in una nube vorticosa di domande senza schema cui seguono risposte ch’egli stesso definisce “adeguatamente ambigue”.

Un finale dal doppio volto si estende sull’ultimo passo di questa nostra analisi di Filosofia dell’espressione, testo che per tanti versi, nelle prime due parti sembra promettere molto più di quanto poi non consegni al lettore nella parte finale; cioè una rilettura della fase aurorale del sapere filosofico. Un’aurora che per Colli costituisce insieme l’apice e il declino dell’intero pensare filosoficamente il mondo. In una curvatura tanto ripida quanto sconvolgente, soprattutto se confrontata al contesto entro il quale essa emerge. Eppure non è ancora questo l’approdo giusto, non è a questa nostalgia che l’autore voleva condurci, non solo a questa perlomeno. Bisogna grattare la superficie del testo, recuperare le parti iniziali, ricongiungere i punti fondamentali dell’opera per poterne apprezzare a pieno la forza, perché in fondo essa ci parla dello stesso peso, insostenibile, che spinse gli ultimi sapienti a virare verso il binario che ha poi portato la filosofia al punto odierno. Al dominio della tecnica per dirlo con Severino.

Questo peso lo comprese anche Nietzsche, attento lettore dei testi antichi, e lo racconta, facendolo suo, nell’aforisma 341 di La gaia scienza, dal titolo Il peso più grande: la leggerezza. La leggerezza che solo può permetterci di danzare su caos che invano il nostro iper razionalismo cerca di imbrigliare e che, come nelle tragedie di Sofocle, imperterrito continua ad entrare nelle nostre vite e a tessere le sue imprevedibili trame, al punto da renderci ossessionati dall’idea di contenerlo, al punto da elaborare giganteschi impianti matematici nel disperato tentativo di prevedere il suo incedere. Cosicché, ormai totalmente incapaci di accettare l’eterno equilibrio tra gioco e violenza che muove l’essere, ci illudiamo di poter diventare i padroni dell’essere, e, ingannati dalle nostre stesse menzogne, ci addentriamo in un’oscurità sempre più profonda, sempre più densa, dalla quale solo un testo come questo ci può risvegliare. Squarciando con decisione l’oscurità del cielo della tecnica e lasciando finalmente entrare quella luminosità alla quale i nostri occhi sono ormai disabituati. Non serve indicare nuovi contenuti, non è questo che si auspica Colli con quest’opera. Egli vuole solo mostrarci la hybris cui l’uomo ha venduto il proprio coraggio di vivere nonostante tutto, in cambio di una comoda menzogna. Ed è forte il potere delle sue parole, genuine, crude, e volutamente enigmatiche. Perché è nell’affrontare l’enigma che l’uomo s’innalza, è nel gestirne l’ambiguità che trova la leggerezza del danzatore.

«Alla fine il riso, oppure? Sì, ma il riso è uno spasimo espressivo. I dadi sono gettati e ancora rotolano: eppure, quando si arrestano, mostrano qualcosa che non è un giuoco».

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