Tag Archives: Giuseppe Rensi

Giuseppe Rensi e l’irrazionalismo

L’articolo qui riproposto è già stato pubblicato nel numero (I)-2017 della rivista “Filosofia Italiana”, e si può trovare nel formato originale qui. Si ringrazia “Filosofia Italiana” per la gentile concessione.
* * *

Ha certamente avuto un ruolo importante l’esperienza della Prima Guerra Mondiale – in particolar modo Rensi_2-211x300la sua irrazionalità manifesta – nello spostare l’attenzione di Giuseppe Rensi dall’idealismo che lo aveva contraddistinto nella prima parte della sua vita, a un più audace scetticismo. Le ragioni dell’irrazionalismo, apparso per la prima volta nel 1933, è un testo che contiene la formulazione di scetticismo, quello rensiano, che sembra capace di sfuggire alla sua classica confutazione. Ciò poiché lo scetticismo di Rensi è sinonimo di irrazionalismo, nella misura in cui il razionalismo, invece, rappresenta l’ipertrofia filosofica nel voler dare ragione di ogni evento. L’idealismo razionalista, che si è poi trasformato, sotto varie vesti, in naturalismo, è quella forma filosofica (ma, potremmo benissimo dire, quella forma mentis) che tenta immancabilmente di costituire cattedrali logiche entro le quali “ingabbiare” ogni evento della natura, mettendo in relazione ogni presunta causa con ogni presunto effetto. Tale fine, inoltre, non è stato perseguito avvalendosi di un empirismo radicale, bensì lo sforzo e la pretesa dell’idealismo filosofico «sono sempre stati quelli di stabilire un concetto sommo […] e mostrare come da tale concetto sommo scaturisca, necessariamente, da sé, quasi a dire automaticamente […] tutto ciò che è (la natura e la storia) e tutto ciò che deve essere (la morale, l’ordinamento sociale)»1. Continue Reading


  1. G. Rensi, Le ragioni dell’irrazionalismo, Orthotes, Napoli-Salerno, p. 75. 

Rensi e il suo Spinoza al contrario

giuseppe_rensi-580x617_Snapseed

Le vicende umane e politiche di Giuseppe Rensi e Piero Martinetti, all’inizio del ventennio fascista in Italia, si sono intrecciate e testimoniano più di un carattere comune. Entrambi allontanati dal regime perché uno firmatario del manifesto degli intellettuali antifascisti, l’altro perché rispose al giuramento di fedeltà al regime fascista, richiesto dal ministro dell’Educazione nazionale, Balbino Giuliano, con una straordinaria lettera sulla libertà di coscienza. Martinetti pagò aspramente quest’ultima scelta, ritirandosi già nel 1932 a Spineto, una frazione nel canavese, dove oltre a scrivere numerosi saggi e articoli pubblicati principalmente sulla Rivista di filosofia, faceva l’agricoltore.

Nel 1937, inoltre, alcune delle sue opere vennero poste all’Indice dei libri proibiti, e nel marzo del 1943 morì di polmonite. Ricordandolo, nell’anniversario del ventesimo anno dalla morte, un altro grande intellettuale italiano, Norberto Bobbio, disse: «non si identificò con nessuna delle filosofie militanti, che tennero il campo in Italia nei primi decenni del secolo. Ma non fu un’anima in pena come l’altro solitario della filosofia italiana, Giuseppe Rensi»1.

L’epigrafe sulla sua tomba è sintomatica di una vita libera e di resistenza, incapace di scendere a patti con chi nega la libertà e violenta il sapere:«Etiamsi omnes, ego no» (anche se tutti, io no).

Giuseppe Rensi, infatti, morto nel 1941 a Genova, dopo che venne ricoverato e i bombardamenti sulla città gli impedirono un intervento chirurgico, fu un uomo solitario. I pochi discepoli che seguirono il carro funebre, il giorno dei funerali, furono schedati dalla polizia fascista e dispersi. Nemmeno la morte aveva placato la polemica e l’attenzione intorno a Rensi. L’epigrafe sulla sua tomba è sintomatica di una vita libera e di resistenza, incapace di scendere a patti con chi nega la libertà e violenta il sapere:«Etiamsi omnes, ego no» (anche se tutti, io no)2.

Rensi fu filosofo e avvocato, insegnò a Bologna, Ferrara, Firenze e Messina, ed infine dal 1918 Filosofia Morale a Genova – cosa che scandalizzò Croce. Dopo l’espulsione dalla cattedra, avvenuta nel 1927, e alcune traversie giudiziarie, fu “confinato” al ruolo di bibliotecario presso lo stesso ateneo. Grazie alla sua Autobiografia intellettuale, pubblicata nel 19393, possiamo dividere il pensiero rensiano in tre fasi: il primo periodo va fino agli anni iniziali della prima guerra mondiale, e si caratterizza per un misticismo idealista che, nonostante alcuni mutamenti strutturali, continuerà a risuonare negli scritti successivi. Il secondo periodo è caratterizzato da un forte scetticismo e da un irrazionalismo, del quale tenteremo brevemente di delineare i contorni, che si accostano al positivismo e al materialismo cavalcato da Rensi soprattutto in aperta polemica con Giovanni Gentile. La transizione verso la terza fase non è netta, ma sfumata e quasi completamente intrecciata a quel riemergere della tematica mistica che chiude il pensiero rensiano, almeno a partire dai primi anni ’30.

Lo scritto su Spinoza, recente ripubblicato dalle edizioni Immanenza di Napoli, a cura e con un saggio di Roberto Evangelista, si inserisce proprio all’interno di questo fumoso passaggio dalla seconda alla terza fase4. Pubblicato inizialmente nel 1929 è stato poi aggiornato e ampliato dallo stesso Rensi negli anni, ripubblicato postumo dai suoi pochi discepoli nel 1941. Come ricorda anche Evangelista nel saggio introduttivo, vi è una sostanziale uguaglianza fra le due versioni. La seconda più lunga e strutturata in piccoli capitoli che però ripercorrono in modo identico lo svolgersi originario dell’analisi rensiana della filosofia di Spinoza.

Sono tre i dati più significativi di questa lettura: lo scetticismo, l’irrazionalismo e l’empirismo che Rensi intravede nella filosofia spinoziana. Con ciò Rensi, in verità, sembra piegare dalla sua parte alcune dottrine di Spinoza – avvicinandolo alla lettura che ne ha fatto uno dei suoi autori di riferimento: Arthur Schopenhauer. Tutto si fonda, però, sull’idea di uno Spinoza empirista (o, come giustamente fa notare Evangelista nel saggio introduttivo, empiriocriticista) dove il rapporto fra soggetto e oggetto è talmente complesso e intrecciato, che non è possibile vederne la separazione. Non a caso le pagine che Rensi dedica alla critica spinoziana delle essenze generali (pensate dal filosofo olandese unicamente come enti di ragione) sono tra le più dense dell’intero lavoro, volte sempre a dimostrare come da una parte il nominalismo spinoziano sia salvaguardato e dall’altra, appunto, l’intreccio tra ciò che è percezione del soggetto e affezione da parte del mondo, nei confronti del primo. In questa prospettiva la frase con cui si apre il lavoro del 1929 risuona emblematica e già decisiva: «Il grandioso sforzo di Spinoza è quello di guardare la realtà non con occhi umani, ma con quelli stessi della realtà se essa ne possedesse. Un realismo, la cui intrepidità, non è mai stata oltrepassata; un perfetto ateismo»5. L’idea che la realtà possa vedere se stessa, dall’interno, dove è necessariamente costituita, ci porta ad immaginare proprio la rottura di quella separazione fra soggetto e oggetto che è stata la base di molta della filosofia occidentale, compreso l’idealismo al quale Rensi non lesina attacchi mirati. La proposta, interessante e apparentemente scandalosa, di un irrazionalismo spinoziano rientra, anch’essa, nella polemica anti-idealista condotta dal pensatore veronese. Nella misura in cui, necessariamente, l’Essere (termine col quale, per evitare fraintendimenti terminologici Rensi sintetizza la nozione di Dio o Sostanza) è ciò che è e non può che essere ciò che è, esso manifesta in modo eterno e necessario la sua «potenza d’essere»6. Questo significa che tutto ciò che si manifesta nell’Essere e per mezzo dell’Essere (in Dio e per mezzo di Dio, ripete sempre Spinoza) non risponde ad alcuna ragione assoluta o finalità estrinseca se non quella di essere la testimonianza di una potenza assoluta. «Questo è pieno irrazionalismo» commenta Rensi. «La realtà è despiritualizzata. Non c’è una ragione […] che raffronti la realtà e sulla quale questa si modelli o debba modellarsi»7. La ragione, il “senso” delle cose, sta nel loro essere quelle cose e non altre, per pura necessità. Ecco il tratto irrazionalistico di Spinoza, secondo Rensi. Una caratteristica che lo rende distante da Kant e dall’idealismo, ma che lo porta vicino a Schopenhauer e Leopardi (del quale Rensi fu uno dei primi commentatori in campo filosofico)8. Una lettura chiaramente piena di interrogativi e che gioca su un equivoco linguistico, potremmo dire, ma che ha il merito di riportare all’ineludibile piano d’immanenza dell’essere la vera cifra di Spinoza. In questo irrazionalismo, infatti, la differenza fra natura naturante e natura naturata non si dà se non in un’ottica parziale, giacché è posta dall’uomo il quale «di questo Essere […] è parte, piccola parte»9, e solo per un’illusione antropomorfica possiamo credere che esso formi una realtà a se stante, separata o quantomeno in una certa misura autonoma dall’Essere.

In Spinoza l’etica è «assolutamente antiprecettistica» e non ha nessuna intenzione di essere la soluzione per ogni uomo.

Se è vero che «la filosofia di Spinoza culmina complessivamente in un misticismo ateo»10 – cosa che affascina Rensi, accostandosi così ai numerosi giudizi dei teologi cristiani dati sul pensatore olandese –, tale misticismo non conduce all’inattività di quella piccola parte dell’Essere che è l’uomo. L’etica spinoziana interessa Rensi tanto quanto la sua ontologia irrazionale, perché ne è emanazione diretta come nessuno mai nella storia della filosofia. Essa, dirà nella seconda versione dello studio, con termini nietzschiani, è «al di là del bene e del male»11. Proprio perché non c’è una gerarchia precostituita non ci può essere una morale, dice Rensi. In Spinoza l’etica è «assolutamente antiprecettistica»12 e non ha nessuna intenzione di essere la soluzione per ogni uomo. Essa – siccome coincide con la vita spirituale – «è la forma superiore di vita, la somma beatitudine: ma bisogna sentirne il pregio e l’incanto; lo è per chi li sente»13. Non abbiamo, quindi, una morale unica per tutti. Spinoza è scettico, uno scettico maturo che conduce alle estreme conseguenze quel diventa ciò che sei tornato in auge grazie a Nietzsche: «non c’è, insomma, se non il fare, l’operare, l’azione, l’evento […]; ciascuno fa a sé, a proprio libito la sua morale; non esiste morale una per tutti, assoluta. Anzi non esiste morale, cioè un “dover fare” che si distingua  da ciò che piace fare e si fa, e vi incomba sopra. Lo scetticismo etico, l’amoralismo, non potrebbe essere più risoluto e pieno»14.

Non esiste che ciò che è per pura potenza dell’Essere; non esiste la Ragione, ma solo le ragioni; non esiste una morale unica, ma solo le forze individuali che fanno ciò che le appaga e che le spinge a conservarsi nell’Essere. Eccolo a grandi linee lo Spinoza di Rensi: disincantato e sempre in relazione. Infatti, il dato più significativo di questo profilo disegnato dal filosofo veronese nei confronti dell’ebreo olandese pare essere proprio questo: tutto è relazione, tutto è in relazione. La relazione è il dato primario dell’esperienza, compresa di quell’esperienza mistica impronunciabile che sogna di vedere la realtà con gli occhi della realtà stessa.

giuseppe_rensi-580x617_Snapseed

 


  1. N. Bobbio, Italia civile. Ritratti e testimonianze, Passigli, Firenze 1986, pp. 106. 

  2. Matteo, 26,33. 

  3. L’ultima versione rintracciabile è stata pubblicata dall’editore milanese Corbaccio nel 1993. 

  4. Sull’interpretazione rensiana di Spinoza si veda anche: A. Montano, La rosa di gerico. Spinoza nella lettura di Giuseppe Rensi, in D. Bostrenghi, C. Santinelli (a cura di), Spinoza ricerche e prospettive, Bibliopolis, Napoli, p. 405-439. 

  5. G. Rensi, Spinoza, Edizioni Immanenza, 2014, p. 31. 

  6. op. cit., p. 46. 

  7. Ibidem. 

  8. Ivi, p. 47 e sgg. 

  9. Ibidem. 

  10. Ivi, p. 73. 

  11. «Sono pieno di meraviglia e di entusiasmo ! Ho un precursore e quale precursore ! Io non conoscevo quasi Spinoza: per ‘istinto’ ho desiderato ora di leggerlo. Ed ecco che non solo la tendenza generale della sua filosofia è identica alla mia: – fare dell’intelletto la passione più poderosa; ma mi ritrovo ancora in cinque punti capitali della sua dottrina; questo pensatore, il più abnorme e solitario, mi è vicino in sommo grado appunto in queste cinque argomentazioni: egli nega il libero arbitrio; le cause finali; l’assetto morale del mondo; il disinteresse; il male» scrive Nietzsche a Overbeck, nel 1881. 

  12. Rensi, Spinoza, cit., p. 197. 

  13. Ivi, p. 197-198. 

  14. Ivi, p. 183. 

Copyright © Ritiri Filosofici 2017