Corri Spinoza, corri!

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Nell’ultimo numero di quest’anno, la rivista francese Le Magazine Littéraire (ora diventata Le Nouveau Magazine Littéraire) dedica una sezione speciale a Spinoza con contributi che prendono in considerazione i temi principali della sua vita e del suo sistema filosofico: dalle origini ebraiche ai rapporti con alcuni gruppi eretici cristiani; dalle posizioni politiche repubblicane fino all’analisi di alcuni temi come quello dell’obbedienza e della negazione del libero arbitrio; dai rapporti epistolari con amici e scienziati di tutta Europa fino al tentativo di costruire una lingua franca per promuovere un sapere accessibile a tutti. Il numero, esempio di ottima divulgazione unita a rigore scientifico, è espressione della ricerca storiografica della scuola francese a cui partecipano anche i nostri Proietti e Licata con un articolo sulle correzioni postume degli amici agli scritti in lingua latina del filosofo ebreo-olandese. L’ultimo articolo, a firma del filosofo Luc Ferry, espone infine una ragione sul perché non è possibile dirsi spinozisti. Essa s’incentra sull’argomento del carnefice: se noi dobbiamo amare il reale così com’è, ciò significa inevitabilmente amare i carnefici che inevitabilmente si trovano in esso. Il ragionamento viene espresso anche con un sillogismo retorico: «bisogna amare il reale così com’è, interamente, dire sì al fato; ma il fato include i carnefici: bisogna così amare anche i carnefici nella loro abiezione». Cosa evidentemente impossibile. Il filosofo sostiene di non avere incontrato nessun discepolo di Spinoza che sia stato capace di rispondere a tale obiezione, se non dichiarandola banale. Pur non essendo spinozisti di professione, proviamo noi a rispondere.

 

Davvero un sistema così complicato?
Senza considerarla banale, osserviamo tuttavia che un’obiezione di tal tipo andrebbe rivolta non soltanto a quello di Spinoza, ma anche al pensiero di tanti filosofi che come lui hanno teorizzato l’amore per il reale. Che dire ad esempio dell’amor fati nietzscheano? O dell’identità hegeliana di reale e razionale? O ancora della rotonda sfera dell’essere parmenidea a cui rivolgere il pensiero ad esclusione del nulla, pena il riconoscersi come uomini a due teste incapaci di pensare? Simili filosofi se hanno diversi elementi in comune con Spinoza, non sono certo equiparabili al suo pensiero e tuttavia, soprattutto nel caso di Hegel, hanno fondato scuole di pensiero sulle quali si sono formate intere generazioni di studiosi. Detto questo entriamo meglio nel merito dell’obiezione.

Alla tesi spinoziana secondo cui si deve tutto amare e tutto riconciliare con la totalità di ciò che è, seguirebbe la contraddizione di dover amare contemporaneamente (come scrive l’editorialista francese applicando la tesi alla sfera politica) sia la resistenza che la collaborazione. Tale critica però non tiene conto del fatto che, oltre all’Etica, Spinoza ha scritto il Trattato Teologico Politico con il quale egli ha esattamente distinto le cose che vanno amate da quelle che non vanno amate.

Ma il filosofo d’oltralpe mantiene il punto: perché escogitare allora un sistema così complicato, come quello di Spinoza, per affermare cose che possono essere sostenute anche in una prospettiva kantiana o cristiana? Su questo ammettiamo (senza concedere) l’obiezione ed anzi la esemplifichiamo facendo riferimento alle parole stesse dei due filosofi. Kant dice che bisogna trattare l’altro come fine e non come mezzo; Spinoza sostiene addirittura che l’amore vince sull’odio e che l’uomo è dio all’altro uomo. Entrambe le tesi sono molto affini al cristianesimo e alla regola aurea di amare l’altro come se stesso. Sembra dunque che tra tutte le posizioni in campo non esistano distanze significative.

Tuttavia il retroterra mentale e metafisico con cui vengono espresse tali affermazioni è radicalmente opposto. Mentre infatti l’imperativo categorico kantiano è un dovere che si suppone provenga dalla ragione, una sorta di voce della coscienza che indica cosa fare in termini generali, l’imperativo (se dobbiamo definirlo in termini kantiani) di Spinoza proviene dalla natura delle cose le quali richiedono continuamente lo sviluppo di una potenza maggiore a quella che la precede. Se Kant propone il dovere per il dovere, cioè un dover essere, Spinoza invita a coltivare quell’interesse individuale il cui accrescimento coincide con la natura stessa dell’essere. Si potrebbe dire che la distinzione tra la posizione kantiana e quella spinoziana è simile a quella che intercorre tra chi afferma l’agire “nonostante tutto” oppure l’agire “prima di tutto”. Chi agisce in base al “nonostante tutto” interpreta la condizione umana in senso negativo e si rassegna ad agire in nome di pretese norme morali. Chi pensa in base al “prima di tutto” agisce in forza della necessità della sua natura che lo spinge, prima di curarsi delle variabili del mondo esterno, ad essere se stesso. Nella tesi espressa da Spinoza, sia nella proposizione 43 della terza parte sia nella proposizione 46 della quarta parte dell’Etica, in base alla quale l’amore è vinto solo dall’odio, si esprime una semplice verità: che il primo, manifestando una pulsione di vita, è più forte del secondo. Da ciò segue la constatazione, espressa a titolo di mero esempio nel Breve Trattato, che, se anche esistessero, bisognerebbe pregare per i diavoli in quanto, essendo gli esseri più lontani dalla potenza suprema che è Dio, sono anche i più deboli.

Il filosofo francese pretende che la sua domanda sia banale e allo stesso tempo vera. Ma, domandiamo, cosa è banale? Risposta: il senso comune. E la filosofia non è per definizione l’antitesi del senso comune? Diverso sarebbe stato dire, anziché mettere in relazione la banalità con la verità, che «ciò che un’idea falsa ha di reale non è tolto dalla presenza del vero in quanto vero» (E4P1). Questo significa che una filosofia può essere più o meno giusta (sul che bisognerebbe aprire un altro discorso) senza per ciò stesso togliere ad essa il valore della sua verità. Come scrisse in un’epistola il filosofo olandese, «io non pretendo che la mia filosofia sia la migliore, dico soltanto che essa è vera».

Detto ciò non bisogna nemmeno nascondere il divario irriducibile che separa il pensiero di Spinoza da coloro che, umanisti e antropomorfisti, considerano il male qualcosa di reale. La perfezione e l’imperfezione (cioè il bene e il male nel lessico tradizionale) di cui parla Spinoza sono piuttosto modi di pensare che derivano dal confrontare le cose in base all’esperienza di ciascuno. Per questo motivo il modo migliore di confutare l’obiezione del carnefice lo ha dato lo stesso Spinoza il quale, rispondendo ad un suo interlocutore che lo incalzava per lettera con obiezioni simili, scrisse quanto segue: «Se la domanda è: colui che tra gli uomini uccide e colui che dà elemosine non sono ugualmente buoni e perfetti? Dico nuovamente no. (…) Qualora chiediate se il ladro e il giusto siano ugualmente perfetti e beati, rispondo di no. Perché per giusto intendo colui che desidera fermamente che ciascuno possegga il suo: nella mia Etica dimostro che questo desiderio nei pii nasce necessariamente da una chiara conoscenza che essi hanno di se stessi e di Dio. E poiché il ladro (o il carnefice, ndr) non ha un tal desiderio, egli è necessariamente privo della conoscenza di Dio e di se stesso, ossia della cosa principale che ci rende uomini» – giungendo poi a concludere per assurdo che – «chi vedesse chiaramente che, commettendo delitti, vivrebbe o fruirebbe dell’essere in modo più perfetto e migliore che seguendo la virtù, sarebbe uno stolto se non li commettesse. Infatti i delitti sarebbero virtù rispetto a una natura umana così corrotta» (lettera di Spinoza a van Blijenbergh del 13 marzo 1665, XXXVI OP/NS – XXIII G, n.41 epistolario ed. Mignini/Proietti).

Sei sicuro di essere uno spinozista?
Esistono altre e forse più pregnanti obiezioni nell’aderire al pensiero di Spinoza. Alcune ne avevamo elencate due anni fa nel nostro Tutti pazzi per Spinoza. But Ne aggiungiamo delle altre. La sua opinione verso le donne, espressa in maniera esplicita proprio nelle pagine conclusive del Trattato Politico, l’ultimo scritto di Spinoza interrotto a causa della sua morte: dichiarate essere più deboli e quindi in potestà degli uomini per natura, le donne non hanno pari diritti nei loro confronti e debbono così necessariamente ubbidire agli uomini. La conseguenza è che non è possibile, senza gran danno per la pace, che uomini e donne governino insieme. Le reazioni nei confronti di chi proponesse oggi una tesi simile si possono facilmente immaginare. Così come la sua posizione verso gli animali nei cui confronti l’uomo non è vincolato alla legge di non uccidere, la quale in questo caso sarebbe fondata «più su vana superstizione e femminile compassione più che sulla sana ragione». (E3P49scolioI). Tesi, eufemisticamente parlando, non certo per aspiranti politici.

Nonostante ciò l’interesse per la filosofia di Spinoza cresce di anno in anno. Le ragioni sono varie: quel senso di quasi naturale approvazione che segue la lettura delle sue pagine; il misto di ingenuità e profondità mai unita a pedanteria; le vicende biografiche del personaggio che ne fanno il campione di coloro che si trovano a filosofare fuori dai circuiti ufficiali; un pensiero, espresso in modo apparentemente dogmatico, irriducibile a letture di carattere ideologico: non è un caso che nel corso di quattro secoli, esso non abbia fatto nascere nessuna scuola. Lo scorso 21 dicembre si è svolto a Roma un interessante convegno sull’Epistolario organizzato dalla Societas Spinozana. Il numero di Magazine Littéraire, oltre a dare conto delle ultime pubblicazioni in merito, segnala alcuni siti e studi di ricercatori che hanno presentato il suo pensiero in modo non convenzionale. Come Ethics.spinozism.org, che offre un’analisi sinottica del testo (nella versione latina, nederlandese e inglese) insieme a delle interessanti elaborazioni grafiche che mostrano le connessioni tra le varie proposizioni; così come il sito di un ricercatore canadese che, insieme ad ulteriori ricostruzioni grafiche, presenta articoli sempre molto analitici sulla sua filosofia; o, ancora, quello di un sito tedesco che dà conto in maniera integrale di tutta la bibliografia apparsa sul pensiero del filosofo ebreo-olandese per finire con l’eccellente Spinozaweb.org nel quale, se ci si prende gusto, si rischia di perdersi e di ritrovarsi direttamente nell’Olanda del XVII secolo. Non mancano infine, attorno a noi, uomini e donne che hanno iniziato una personale lettura dell’Etica in nome soprattutto del sano principio in base al quale le opere filosofiche, prima di essere recensite e commentate, vanno lette. Noi, come detto, non abbiamo nessun santino in tasca ma continueremo a studiare le altre filosofie attraverso le lenti (è proprio il caso di dirlo) di quella che conosciamo meglio.

Dieci anni di filosofia con RF
L’anno che inizia domani segna il decennale dalla nascita di Ritiri Filosofici avvenuta nel marzo del 2008 sul Monte Soratte. Non facciamo bilanci e guardiamo avanti. Abbiamo messo in cantiere una serie di iniziative che provvederemo a rendere note nei prossimi giorni. Ci saranno conferenze su temi specifici, in particolare sul rapporto tra fede e ragione, e la presentazione di libri da noi recentemente pubblicati. Non mancherà il ritiro annuale, che quest’anno sarà dedicato ad un grande filosofo del novecento, così come un nuovo RF Students che avrà il compito di trasmettere agli studenti del liceo gli strumenti per uno sguardo più penetrante nei confronti della nostra grande e amata filosofia. Ci impegniamo a continuare ad uscire infine, any given Sunday, con il nostro articolo settimanale di commento sulle questioni filosofiche che riterremo giusto proporre  (dichiarando fin d’ora la nostra impossibilità a riuscirci). Insomma, motivi per correre ci saranno ancora. E non solo con Spinoza.

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