Un epicureo alle soglie della guerra mondiale

paulnizan

Era il 1936 quando Paul Nizan, intellettuale francese nato a Tours nel 1905 e morto nel 1940 nella battaglia di Dunkerque durante l’invasione tedesca della Francia, decise di prendersi una breve pausa dalla propria vita di giornalista engagé tra le fila del Partito Comunista Francese, per dedicarsi ad un breve saggio sulla filosofia antica.  I materialisti dell’antichità. Democrito, Epicuro, Lucrezio: è con questo titolo che la casa editrice napoletana Edizioni Immanenza ha deciso di riportare questo intellettuale all’attenzione del grande pubblico in un contesto di straordinaria attualità. Se è vero infatti che il confronto con i pensatori che ci hanno preceduto induce sempre un gran numero di riflessioni, lo scatto ulteriore che ci consente la lettura di queste pagine è che, al di là delle varie oscillazioni, la grande sfida resta sempre quella di imparare a convivere con la nostra condizione mortale. Tra le tante voci che si sono avvicendate in proposito è molto interessante notare come, in un periodo che si apprestava a diventare uno dei più nefasti per la storia dell’umanità, questo giovane pensatore francese sentì di dover recuperare l’epicureismo, una delle dottrine più controverse del mondo classico, presentandolo come il volàno  grazie alla sua etica della gioia  per l’elaborazione di una fisica in parte ancora condivisa.

Un’analisi strettamente filosofica del testo non porta alla luce filoni interpretativi particolarmente eterodossi, ma ciò che sicuramente colpisce, oltre ad una fluidità stilistica che tradisce in pieno il passato da scrittore dell’autore, è la puntualità del parallelismo con l’ambito storico della vicenda. A dispetto di coloro che hanno visto in Epicuro l’espressione di uno stile di vita improntato al lassismo e al nichilismo (da Cicerone che pensava ai suoi seguaci come a degli edonisti, ai padri della filosofia cristiana che li combatterono come una delle peggiori forme di ateismo), lo studioso francese vuole sottolineare come, in realtà, tutte queste analisi non tengano conto di un elemento determinante ai fini della comprensione: il contesto storico in cui tale dottrina ha visto la luce. Epicuro era un rifugiato negli anni in cui la sua riflessione cominciava a prendere forma, perché l’isola di Samo era stata invasa dai Traci, e il resto della Grecia non se la passava di certo meglio. Sparta e Atene erano in pieno declino, la Macedonia aveva da tempo asservito il paradiso di libertà che per secoli le poleis erano riuscite a difendere e la miseria, tanto economica quanto politica, opprimeva col suo giogo ogni angolo della società civile.

Una terribile incertezza domina la vita, minacciata dall’esilio, dalle denunce, dalla morte, dalla miseria. Le provocazioni, gli assassini sono i terribili metodi politici di questo mondo condannato. La morte colpisce a caso: né la fortuna né il potere proteggono qualcuno. Tutto può crollare ogni giorno1

In questo mondo drammaticamente condannato al declino, che di lì a tre secoli avrebbe assistito all’inarrestabile diffusione del messaggio della religione cristiana, Epicuro dà vita alla sua “via del piacere”.
Il primo atto deve essere l’uscita dalla vita sociale. I valori su cui essa si fondava sono ormai andati perduti, perciò non resta che contrastare questa fonte d’infelicità tornando a puntare l’attenzione sull’individuo, cercando di salvare ciò che ne resta e di elevare tale percorso di salvezza terreno verso un nuovo orizzonte di gioia. Perché ciò sia possibile però, non è sufficiente mostrare che, essendo sociale, l’infelicità non è una legge naturale dell’uomo e quindi una ricerca della felicità sul piano naturale è ancora possibile. È necessario ancora un altro passo per restituire agli individui l’innocenza di cui hanno bisogno: «Farli sfuggire al terrore degli dei, della morte, del tempo»2; ed è proprio in questo passaggio che si nasconde un momento chiave tanto per la comprensione di Epicuro quanto della nostra storia. L’intento che muove il filosofo greco all’elaborazione di una nuova fisica depurata di ogni teogonia e di ogni elemento provvidenziale non è il frutto di un approccio conoscitivo disinteressato nei confronti del mondo, ma una questione puramente etica. E questa matrice etica, insieme alla limitatezza degli strumenti matematici e all’assenza di strumenti d’osservazione, è il vero motivo per cui, secondo Nizan, la scienza moderna non è nata nella Grecia classica ma ha dovuto attendere più di un altro millennio per emergere.
Tutto prende le mosse dall’atomismo di Democrito, studiato da Epicuro a Colofone sin da giovane, per cui gli atomi, ossia l’Essere parmenideo andato in frantumi (questi infatti vorrebbero possedere le sue stesse caratteristiche), muovendosi nel vuoto liberi da ogni finalismo, danno vita ad una realtà dinamica che nel suo materialismo celebra il regno della necessità. Ne consegue una fisica che nonostante l’influenza dell’aritmetica spaziale dei pitagorici è ancora ben lontana anche solo dal pensiero di una sua applicabilità al mondo empirico, cosa che sarà possibile solo con Cartesio e il suo sistema delle coordinate capace di ridurre il calcolo ad un punto nello spazio. Epicuro però si spinge oltre: per lui gli atomi hanno un peso, sono finiti ed indivisibili solo di fatto, non in teoria, ed inoltre la fonte del loro movimento è contingente. Tutto questo, secondo Marx (che Nizan chiama in causa come fonte), per cercare di riaffermare quel minimo margine d’autonomia per l’uomo  cosa del tutto impossibile nell’universo pensato da Democrito  che si pone come elemento indispensabile di ogni riscatto. Perché è proprio a questo che egli può ambire ora che il mondo è tornato finalmente innocente, senza misteri e libero da terrore e speranza. L’uomo, creatura della sorte che nulla ha da temere dalle divinità creatrici che Epicuro delinea come del tutto disinteressate all’operato dei mortali, può finalmente bastare a se stesso; può finalmente essere la fonte della propria felicità. A ben vedere poi le aspettative realmente promosse da questa via del piacere sono davvero molto basse; dalla soddisfazione dei bisogni primari all’allontanamento della sofferenza, ma d’altronde la meschinità del tempo rendeva del tutto insensato pensare a momenti successivi, soprattutto per le classi più umili che poi furono quelle presso le quali Epicuro riscosse maggior successo. Ciononostante, pur se in maniera sostanzialmente ridimensionata, con l’epicureismo l’uomo torna protagonista di sé; la sua coscienza e il suo corpo tornano in suo possesso e sono più che sufficienti a portarlo al piacere. Poco importa che sia un piacere fatto di piccole cose, perché è in esso che poi si nasconde quell’equilibrio permanente che dà solo il vivere in funzione dell’oggi: «Ogni istante di felicità è come un possesso eterno»3.

Epicuro morì nel 271 a.C. e, al suo arrivo in Grecia, Roma trova un epicureismo già maturo e articolato in tante piccole comunità legate da amicizia e fiducia in cui ognuno poteva svolgere il proprio umile ruolo in armonia con gli altri (era stato istituito anche un calendario di ricorrenze laiche a ulteriore dimostrazione dell’importanza di una routine per percepire la sicurezza e la stabilità). Al tempo anche la penisola italiana era devastata dalle guerre civili che avevano contribuito a diffondere un clima molto simile a quello in cui tale dottrina nacque; così, complice anche l’afflusso di schiavi greci, la sua diffusione fu abbastanza rapida. Con Lucrezio poi, l’epicureismo finì per legarsi alla classe sociale dei cavalieri, in forte ascesa, che nella sua ostilità all’ordinamento religioso precostituito colse uno straordinario elemento di potere. Egli infatti mostrò un Epicuro capace tanto di curare l’angoscia personale, quanto di ergersi ad arma contro quei valori (a Roma incarnati dal potere religioso e dalla nobiltà per discendenza) che vorrebbero contrastare una società in evoluzione. Fedele alla vocazione alla praxis del popolo romano inoltre, Lucrezio rilesse la fisica epicurea in funzione delle sue conseguenze pratiche. Così la realtà divenne il frutto di movimenti atomici indipendenti sia dalla divinità sia dall’uomo (e anche dalla sua coscienza della cosa), che in uno spazio-tempo infinito articola il darsi dell’Essere senza alcun primo motore perché il movimento è una priorità della materia. Il mondo che verrà descritto dalla scienza è lì, dietro un velo che solo l’ingresso dell’empiria nell’indagine sul mondo potrà finalmente squarciare; ma il valore dell’intuizione che ne sta alla base non ne risulta minimamente scalfito.

Il breve saggio che recensiamo si conclude con un’estesa antologia di frammenti.  Esso senza dubbio offre più di uno spunto di riflessione e lascia al lettore enormi margini di confronto non solo con l’autore e con i pensatori da esso analizzati, ma anche — e non in parte minore  con il proprio tempo. In fondo, per concludere con le parole di Nizan, attuali ora come allora: «Una filosofia materialista della saggezza odierna non sarebbe molto diversa nei suoi principi da quella di Epicuro: ma in un mondo dove la soddisfazione di bisogni infinitamente più numerosi non comporti sventura, essa sarebbe molto più ambiziosa».


  1. Paul Nizan, I materialisti dell’antichità, Edizioni Immanenza, Napoli, 2017, p.19. 

  2. Ivi, p.27. 

  3. Ivi, p. 37. 

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