Hobbes e il peso della coscienza

Schermata 2017-11-04 alle 9.04.38 PM

«Per quanto concerne la politica, la differenza tra Hobbes e me consiste in questo: io lascio il diritto naturale sempre nella sua integrità e sostengo che in una città il potere sovrano ha più diritto sul suddito solo nella misura in cui ha più potere di esso. E questo ha sempre luogo nello stato di natura». È così che Spinoza si pronuncia in una lettera sulle differenze che intercorrono tra la sua filosofia e quella di Hobbes: mentre quest’ultimo pone termine allo stato di natura con quello civile, per il primo lo stato di natura continua anche in quello civile. In realtà tale lettura, insieme a molte altre interpretazioni della dottrina del pensatore inglese, sarebbe molto meno sicura. Guido Frilli, ricercatore all’Università di Firenze che ha guidato le discussioni dello scorso ritiro filosofico svoltosi a Nocera Umbra dal 20 al 22 ottobre, ci ha presentato un Hobbes per molti aspetti diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere, attraverso una lettura attenta ed analitica dei testi da cui emerge un profilo molto più sfaccettato rispetto a quello conosciuto. Hobbes infatti è prima di tutto un pensatore che assegna un peso preponderante alla coscienza individuale e questo è un elemento che non può essere tralasciato se si vuole correttamente intendere la sua filosofia.

 

Le interpretazioni troppo univoche di Hobbes

Rispetto alla questione del diritto naturale infatti, non è vero e non è nemmeno possibile che Hobbes interrompa il ruolo della coscienza sulle soglie del diritto civile. Anzi, si tratta proprio del contrario: se lo Stato non riconosce alla coscienza individuale il ruolo che le è proprio, quello cioè di autonomo ed irriducibile soggetto di potere, esso finisce per andare incontro alla rovina. Il problema è che Hobbes è sempre stato stretto tra due interpretazioni che di fatto hanno limitato, secondo Frilli, la portata rivoluzionaria del suo sistema. Da una parte quella totalitaria che ne intravede il teorizzatore di uno stato forte e schiacciante l’individuo; dall’altra quella proto-liberale che si appoggia sulla sua forte concezione individualistica. Nell’interpretazione totalitaria la coscienza è una tabula rasa plasmabile dal potere ma è anche, al contempo, qualcosa di illusorio, una forza che è incapace di condurre alla verità. La coscienza, in questa interpretazione, è totalmente colonizzata da quella collettiva e dal potere che esprime. Al contrario, nell’interpretazione proto-liberale, la coscienza risulta essere una realtà autonoma e irriducibile al comando politico, ergendosi dunque a spazio di resistenza, intoccabile dal potere che riesce a limitare, essendone fuori per definizione. Emerge però una terza lettura grazie ad una diversa considerazione del rapporto fra coscienza e religione che conduce a quella che, in via provvisoria, Frilli ha definito come comunitaria. Essa, per farsi largo nel panorama delle altre interpretazioni, deve liberarsi anche delle letture fin troppo meccanicistiche e nominalistiche del pensiero di Hobbes così come del peso preponderante assegnato alla passione della paura della morte violenta come genesi dello Stato e che invece deve essere ricondotta nell’alveo delle altre passioni umane.

Schermata 2017-11-04 alle 9.06.52 PM

Il ruolo della religione

Per comprendere adeguatamente questa impostazione è necessario però avere chiara la posizione di Hobbes sulla religione. Essa è tematizzabile su più livelli. Prima di tutto, in senso antropologico, la religione è ansia per il futuro. Spogliata poi delle sue vesti esteriori, la religione è legge di natura, cioè giustizia e carità. Rispetto alla politica, infine, essa è sempre parte del potere per via delle sue qualità intrinsecamente egemoniche. Il ruolo della religione appare in modo chiaro nel Leviatano.  La sua genesi, così come descritta nel cap. XII, risiede proprio nella coscienza individuale e segno evidente è il fatto che «la religione sia solamente nell’uomo» e «non si trova in altre creature viventi»1 in quanto, osservando il susseguirsi degli eventi, egli desidera conoscere le cause di ciò che accade ed è tentato di dare una spiegazione dell’inizio delle cose. Dal punto di vista del rapporto con la politica, Hobbes spiega come ogni potere politico aspiri ad avere una sua religione che lo aiuti a rafforzare i patti tra i cittadini e il potere coercitivo. Il cristianesimo però costituisce un’eccezione: solo esso infatti, tra tutte le altre religioni, non ha avuto una genesi politica, ma anzi si è immediatamente posto contro il potere politico che l’ha osteggiato fino a che non è divenuta religione di stato con Costantino. Necessaria riforma del potere è l’imprescindibile riforma della religione che per Hobbes significa ritorno del cristianesimo delle origini, prima cioè che fosse contaminato dal potere politico. Solo così esso potrà riassumere la sua vera natura, che consiste nel fornire consigli e non comandi e nell’ indirizzare l’uomo verso la saggezza e una vita ben vissuta. 

 

Concetto e conseguenze del ruolo della coscienza

In questo quadro, il concetto di coscienza, contenuto nel capitolo VII del Leviatano, è definito come qualcosa di fallibile, in contrapposizione con quanto voleva Lutero il quale rintracciava proprio nella coscienza individuale di ciascuno lo spazio dove intercettare la verità, connotandola così con un forte senso morale. La coscienza per Hobbes è aperta alle esteriorità sociali e dunque alle influenze del mondo esterno. Ma allo stesso tempo essa rappresenta la possibilità di conoscere qualcosa insieme ad altri (secondo l’etimo della parola, ovvero co-scientia, calco latino che indica il sapere insieme ad altri). In altre parole, nella lettura che Frilli ha dato di Hobbes, la coscienza risulta essere attraversata da una duplicità di fondo: da una parte essa è il frutto dell’educazione e della nostra formazione, dall’altra si fonde in quella coscienza pubblica rappresentata dalle leggi. Lo Stato di conseguenza consiste nel giusto dosaggio di questa miscela perché se è vero che il potere produce il consenso è anche vero che il consenso è a fondamento del potere. Da questo punto di vista, nella conversazione finale, è stata rilevata l’assenza contemporanea di un racconto che serva come collante di una comunità: in termini gramsciani, che eserciti l’egemonia. Chiusa l’epoca del nazionalismo, di cui ritornano spesso le versioni più deleterie, svalutata la democrazia, di cui si avverte il malfunzionamento, finito il socialismo con tutte le sue storture. Riprendere la lettura di Hobbes declinandolo in senso comunitario significa così recuperare quelle determinanti, il ruolo dell’educazione e quello della religione in primis, che sole permettono ad una società di essere tale e allo Stato di esercitare la sua funzione.

 


  1. T. Hobbes, Leviatano, trad. it. G. Micheli, BUR, Milano, p. 110. 

Got Something To Say:

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyright © Ritiri Filosofici 2017