Contro l’ingannevole persuasione della contingenza

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Pubblichiamo il podcast della sessione iniziale dello scorso ritiro filosofico. Nelle prossime settimane usciranno le restanti due sessioni anch’esse accompagnate da un commento introduttivo.

Il ritiro filosofico che si è svolto a cavallo fra il settembre e l’ottobre del 2016, sotto la guida del prof. Rocco Ronchi, aveva come obiettivo quello di mostrare alcuni passaggi fondamentali di una teoria metafisica alternativa. Quest’ultima è l’oggetto del libro di Ronchi che uscirà a fine febbraio, intitolato Canone minore, ed è anche la normale sistematizzazione di tutto ciò che l’autore ha scritto e studiato negli anni passati. I suoi interessi, infatti, combaciano e sostengono questa definita teoria metafisica, dando prova della necessità di un ritorno ad alcune forme della conoscenza (l’esperienza) che è stata invece, troppo spesso, bollata come ingenua o limitata.
Tuttavia, come si evince benissimo da questa prima sessione delle tre che hanno composto l’avvincente 14esimo Ritiro Filosofico, la formulazione della teoria metafisica del canone minore non prende le mosse da una banale giustificazione dell’esperienza. In primo luogo, infatti, Ronchi prende le mosse da uno dei concetti cardine della metafisica moderna: l’idea di contingenza. È dalle contraddizioni interne all’idea di contingenza che possiamo notare una fessura, uno spazio calpestabile sul quale sia possibile edificare qualcosa di nuovo.

La dogmaticità della contingenza, in quella che Ronchi definisce latu senso la “modernità”, è il primo e fondamentale snodo da affrontare per chi non intenda affidarsi – quasi in modo fideistico – a una filosofia che, come già detto anche su queste pagine, si trasformi automaticamente in antropologia.

Il pensiero moderno, dice Ronchi, si fonda sulla contraddizione di una contingenza necessaria, a tal punto che lo stesso Dio per essere riconosciuto deve essere possibile, quindi contingente, fino al punto che esso possa anche essere impossibile, di diritto. La modernità, assumendo la contingenza come dogma, in verità rivela il suo carattere strettamente metafisico. Quest’ultima è, nel suo senso più stretto, una scienza a priori che oltrepassa ciò che è fisico, andando oltre l’esperienza eppure fondandola. Da tale presupposto deriva che l’esperienza non basta a se stessa, essa va sanata su un altro piano, quello metafisico appunto, il quale è costitutivamente trascendente.

A mio avviso si situa qui il punto più interessante (e già decisivo) di questa prima sessione del Ritiro, poiché attraverso la definizione del concetto di contingenza Ronchi ha immediatamente mostrato, mediante un movimento dialettico, qual è il rovescio della metafisica della modernità. Se infatti quest’ultima altro non è che l’esigenza di una ricerca trascendente (meta-fisica) di ciò che giustifica e sana la pochezza dell’esperienza del fisico, allora assumere l’esperienza, il divenire, come un assoluto, come qualcosa che basta a se stesso, che si autopone senza bisogno di passare ad una correlazione con l’altro, è la vera rivoluzione. Il reale gesto eretico che compie il canone minore è proprio sollevare l’esperienza da questa sua naturale mancanza, pensando l’Essere non come innervato dalla negazione (cosa che, per inciso, era giustificazione della possibilità del divenire, almeno apparente) ma come pura affermazione.

All’interno di questa radicale via d’indagine intrapresa da Ronchi (sulla scorta di una serie di filosofi minori come Spinoza, Bergson, Deleuze, Whitehead, ma anche Cusano e Bruno, così come James e i pragmatisti americani) prende corpo l’idea di immanenza assoluta che, lungi dal rimanere una vaga e materialistica deriva del pensiero edonista, si edifica come un ritorno al fisico ionico, il quale non aveva necessità di pensare la negazione (quindi la contingenza) per dimostrare la realtà del mutamento. La metafisica come contingenza è infatti l’inclinazione naturale dell’intelletto umano nella sua persuasione che l’ente sia un non-nulla in mezzo ad un nulla da cui proviene e un nulla dove ritorna. La metafisica dunque, in questo senso, si dà unicamente all’interno del cerchio nullificante della morte e dell’angoscia.

La filosofia dell’immanenza assoluta, al contrario, intende – al modo dei Megarici, ricorda Ronchi – tornare alle spalle di quel dispositivo metafisico articolato per la prima volta da Aristotele di potenza-atto che è, però, piena espressione del senso comune. Chiunque, infatti, pensa usualmente attraverso le categorie di potenza e atto. Il divenire, per lo più, è spiegato mediante questo dispositivo, raramente si assiste ad una presa d’atto (d’esperienza) diretta del divenire come assoluto affermativo. L’abbandono, dunque, dell’a priori metafisico, definirsi megarico e “contro” la contingenza, è il primo essenziale percorso dell’immanenza assoluta e di questo ritiro filosofico condotto da Rocco Ronchi.

Un’ultima domanda, però, ci lascia sospesi: essere contro la contingenza (che si è spesso spacciata per libertà), significa essere un pensatore della necessità? No, sostiene Ronchi. Esiste un termine terzo, medio, che ci può portare a superare anche questo sterile dualismo fine a se stesso: il Reale. La fessura è aperta in questo senso, al centro fra contingenza e necessità, libertà e non libertà, indeterminismo e determinismo, oltre ogni dualismo e alle spalle di ciò che – intellettualisticamente – definiamo pensiero.

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