Severino sbarca in America

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Essenza del nichilismo è senz’altro una delle opere più importanti all’interno della bibliografia di Emanuele Severino e la recente pubblicazione della sua prima traduzione in inglese, realizzata da Giacomo Donis per conto di Verso Books con il titolo The essence of nihilism, ci offre lo spunto giusto per fare luce su alcuni passaggi chiave di un testo ancora oggi decisivo.

Edita nel 1972, questa raccolta di saggi può essere considerata il vero e proprio atto d’affermazione del pensiero severiniano sul palcoscenico filosofico italiano; e non soltanto per i contenuti che propone. Parallelamente al piano speculativo infatti, Essenza del nichilismo è una delle più chiare testimonianze dell’imprescindibilità, per un grande pensatore, di rinnegare le proprie idee, e con esse la propria natura, sotto la pressione di cause esterne. Come molti sapranno infatti, questa pubblicazione giunge alla fine di un clamoroso processo d’indagine da parte del mondo ecclesiastico che dopo quasi dieci anni di osservazione e due sentenze di condanna – la prima risalente al 1968 ad opera della Congregazione per l’educazione cattolica, dicastero atto al controllo degli istituti di formazione collegati alla Chiesa, e la seconda al 1970 ad opera della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) – porterà il filosofo bresciano non solo fuori dalla comunità cristiana (separazione per sua stessa ammissione consensuale), ma anche all’allontanamento dall’Università Cattolica di Milano.

Tutto questo però non scompose più di tanto Severino, che non solo continuò a scrivere saggi che rimarcavano ulteriormente la sua incompatibilità con la proposta del messaggio cristiano come Ritornare a Parmenide (1964) o Il sentiero del Giorno (1967), ma due anni dopo la “scomunica”, decise di raccoglierli e pubblicarli per rendere chiaramente visibili gli argomenti su cui si poggiava quel divorzio. Il risultato fu l’esplosione di un fenomeno filosofico che nonostante alcuni abbiano provato a classificare come “neoparmenidismo” in realtà continua a sfuggire ad ogni tentativo di derivazione, quindi di depotenziamento, grazie ad una forza argomentativa che vanta pochissimi elementi di paragone lungo la storia del pensiero occidentale. Di fatti, con un volo che partendo dal celebre «È, e non è possibile che non sia […] non è, ed è necessario che non sia»1 di Parmenide, giunge fino a un durissimo corpo a corpo col pensiero di Heidegger (tanto che lo stesso filosofo tedesco, parlando con Cornelio Fabro, uno dei membri della commissione ecclesiastica che inquisì Severino, del pensiero di quest’ultimo gli confidò: “Severino ha immobilizzato il mio Dasein”2 ), Severino ripercorre l’intera storia del pensiero occidentale definendola come una follia che trova nel nichilismo il proprio fondamento ed insieme la propria condanna.  Ma cosa intende Severino quando ci parla di nichilismo? E soprattutto, quale diverso fondamento avanza per riportare alla luce la Verità?

Il primo momento della risposta a simili interrogativi è contenuti nel saggio sul quale s’incardina l’intera opera: Ritornare a Parmenide. Basta il titolo a farci intendere che nel corso della sua evoluzione, il pensiero occidentale è incappato in un errore tanto radicale da rendere indispensabile retrocedere fino all’istante che ne precedette l’emersione, Parmenide appunto. Tuttavia, chiunque pensi che Severino fosse intenzionato a riabilitare l’eleata o a riaffermarne il primato, si sbaglia di grosso, perché così com’è chiaro il suo imporsi quale punto di ripristino per una corretta pensabilità dell’essere, lo è altrettanto che sia stata proprio la sua riflessione a dare il via a questo fraintendimento estremo. Per Severino infatti, Parmenide commette due errori: non esplicitare la necessità che l’essere sia simpliciter, cioè che sia perché non potrebbe essere altrimenti, e non ammettere il darsi di differenze nell’apparire del mondo. È da qui che inizia a svilupparsi il nichilismo, e lo fa attraverso gli scritti del parricida Platone, che nel tentativo di reintrodurre la molteplicità nell’essere, finisce per condannarlo all’oblio più profondo. D’altronde, se non è l’essenza stessa dell’essere che lo porta ad imporsi sul Tutto fino a coincidere con esso, di modo che non sia pensabile alcunché in grado di starne al di fuori, ecco allora che, con il supporto dell’imporsi ai sensi di una molteplicità impossibile da rinnegare sul piano fenomenico, il problema viene a spostarsi dal piano ontologico a quello temporale. Se infatti l’essere non si impone eternamente sul non essere, cioè se non si afferma che tutto quanto esiste è eterno, ecco che il dominio dell’essere è necessario solo quando esso è visibile, e poiché il piano empirico mi mostra che non sempre una determinazione è visibile, allora deve esserci un tempo in cui, non apparendo essa non è.9781784786113-04bf50540d0df0c9dc991a9836efd189

Argomentazione che viene formulata con massima chiarezza da Aristotele nel suo principio di non contraddizione: «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo»3, dal quale risulta in maniera chiarissima che il fulcro della questione risiede proprio in quel nel medesimo tempo che di fatto si limita ad escludere che essere e non essere si diano contemporaneamente; non che il non essere in quanto tale “è necessario che non sia”. È questa l’evoluzione naturale della riflessione platonica che portò ad una distinzione fra il non essere in senso assoluto di contrario dell’essere, e il non essere relativo nel senso di essere altro. Tuttavia, ammettere che nell’alterità un determinato ente non è, equivale ad affermare che il suo stare nell’essere è temporale, ossia che c’è un tempo in cui è e uno in cui non è, quindi di nuovo, che l’ente oscilla tra essere e non essere perché quando non appare non è. Siamo all’affermazione del divenire. Sedotto dal piano empirico, il pensiero occidentale pur avendo intuito attraverso le parole di Parmenide quale fosse la grandezza dell’essere, si è lasciato sedurre dalla dimensione del visibile, ed è finito quanto più lontano possibile dal lampo dell’eleata. È da questa specifica formalizzazione dei limiti concettuali inerenti all’evidenza dell’approccio nichilista (cioè persuaso del farsi niente dell’ente) che prende le mosse la speculazione di Severino per ricondurre il pensiero sul sentiero del Giorno da tempo ormai abbandonato.

Per scardinare la persuasione nell’evidenza del divenire però, è indispensabile riconoscere che, poiché l’essere c’è e non gli è in alcun modo possibile non essere, esso è eterno ed immutabile, cioè non ammette alcun divenire che possa metterlo in relazione ad un nulla. Pertanto, il farsi visibili degli enti in un certo momento e il loro conseguente sparire in un certo altro va ricompreso in un orizzonte più ampio. «L’apparire dell’essere è insieme l’apparire di sé medesimo, ossia il contenuto che appare include necessariamente il suo apparire»4, l’apparire è cioè un predicato necessario senza il quale non può darsi (nel senso di apparire) alcuna determinazione; ciò che viene meno nello sparire, è dunque solo l’apparire dell’apparire. Ogni ente perciò resta eternamente all’interno dell’essere, anche quando il suo apparire cessa di apparire (in Destino della necessità poi, tutto questo meccanismo confluirà e si chiarificherà nell’individuazione del “cerchio dell’apparire” che come un fascio di luce attraversa il piano oscuro dell’essere portando alla luce solo una parte di esso, ma qui è prematuro parlarne), perché nulla può alterare tale condizione. Dunque, per Severino affermando il primato dell’essere, non si implica solo l’impossibilità del nulla e quindi del divenire, ma anche e soprattutto l’eternità di ogni singolo ente, garantita dal suo semplice esserci, dal suo semplice essere all’interno di quell’essere oltre il quale non c’è nulla.

Nessuno prima d’ora aveva mai osato spingersi tanto avanti nell’affermare il dominio dell’essere, nessuno come lui ha continuato a difendere tale conquista con altrettanta dovizia di scritti e interventi integrativi. Ciò che resta è dunque la straordinaria percezione che dopo secoli in cui il pensiero non ha fatto altro che retrocedere e ridimensionare il proprio ambito d’azione, ecco che con Severino esso torna di nuovo in grado di un dire che ha valore perché è capace di togliere la propria negazione. Solo la filosofia nel senso greco di “scienza verace”, επιστήμη (ciò che si pone sopra, ciò che si impone) è capace di tanto, di tenere ferma la verità dell’essere sopra l’apparenza del divenire. Per questo la traduzione di un’opera dissacrante come Essenza del nichilismo costituisce una straordinaria opportunità per il mondo anglosassone, da sempre più vicino alla filosofia analitica che a quella speculativa; perché nessun metodologia d’indagine potrà mai adempiere il proprio compito se non si muove entro l’orizzonte della Verità.


  1. Pamenide, Sulla natura, fr.2, vv 3;5 – raccolta Diels Kranz 

  2. link 

  3. Aristotele, Metafisica, Libro Gamma, cap. 3, 1005 b 19-20. 

  4. E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano, 1995, p. 95. 

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