Filosofia significa fare felicità

13 Nov 2009, Paris, France --- France - "Vous aurez le dernier mot" - TV Set --- Image by © Eric Fougere/VIP Images/Corbis

Leggendo alcune delle considerazioni di Alain Badiou contenute nel suo ultimo testo, Metafisica della felicità reale, potremmo dire che lo sforzo filosofico dell’autore francese ha principalmente finalità esistenzialistiche. Con ciò, però, non esaudiremmo completamente la reale portata filosofica di questo breve volumetto nel quale l’autore cerca di rispondere a quella domanda che sempre l’amico/nemico Deleuze ripeteva nella sua testa: Che cos’è filosofia? Si dirà che è impossibile evadere tale questione in un libro di meno di 100 pagine, ma è anche vero che lo stesso Platone, in tutti i suoi dialoghi, non ha totalmente risolto il problema. Ciò è un bene per la filosofia, come lo stesso Badiou ha riconosciuto nel suo testo su Deleuze1. La filosofia deve sempre chiedersi la sua possibilità, il suo essere realmente uscita dallo stato di minorità rappresentato dalla «doxa». Come Deleuze, in questo e in molte altre considerazioni teoretiche, Badiou è “un antico” (un «classico» viene detto nel testo); ovvero pensa il fare filosofia come un qualcosa di inscindibile col vivere la filosofia. Ogni sforzo filosofico, perché sia tale, è rivolto a una felicità reale che nulla ha a che vedere con la soddisfazione terrena che sembra la mèta della maggior parte degli uomini; in questo «la vera filosofia non è un esercizio astratto»2.

 

Il desiderio di filosofia, quella spinta originaria, quasi fosse un pneuma, che pervade il corpo e la mente di chi fa e vive di filosofia, è in definitiva un desiderio di rivoluzione. Si tratta di una voglia profonda di rovesciare ciò che è dato mostrandone la fallacia, scorgendo più in là prospettive apparentemente impossibili. Da critico della società contemporanea, e come diretto allievo di Althusser – il cui pensiero, insieme a quello di Lacan, non ha mai sconfessato –, Badiou individua una forte contrapposizione tra il desiderio di filosofia e il mondo così detto «occidentale». In buona sostanza il filosofo francese sostiene che gli ostacoli rappresentati dal «regno della merce», da quello della «comunicazione», dall’«universalismo monetario» e dalla «specializzazione produttiva e tecnica»3, siano una pressione eccessiva sul desiderio di filosofia che viene così ridotto ai minimi termini. «Questi ostacoli – scrive – tendono a fare in modo che l’idea ineluttabile della vera vita, della felicità, sia ridotta alla sembianza di una soddisfazione consumatrice»4. Ma al di là di questa critica quasi sociologica, e che riproponendo l’identificazione fra consumismo e felicità non dice nulla di nuovo, è interessante la questione che Badiou pone alla luce di un evidente svuotamento e assottigliamento del valore filosofico nel mondo contemporaneo. Si chiede, insomma, se c’è ancora una certa capacità di contrapporsi alla «doxa», se insomma arde ancora, da qualche parte, il fuoco filosofico dell’antichità.

Al fine di rispondere a questa domanda Badiou individua le tre principali correnti della filosofia contemporanea che vanno per la maggiore, ovvero: la filosofia fenomenologica ed ermeneutica, erede del pensiero heideggeriano e gadameriano; la filosofia analitica che discende dal circolo di Vienna; la filosofia postmoderna e del pensiero debole. Tutte e tre le correnti filosofiche hanno dichiarato la fine della metafisica «e dunque in un certo senso la fine della filosofia stessa»5. I fenomenologi, così come gli ermeneuti, gli analitici e i postmoderni, hanno sostituito il classico concetto di verità con quello di senso, introducendo così una pluralità che ricalca perfettamente quella dell’opinione. Sulla differenza fra opinione e verità tutta la filosofia antica, e quella moderna erede del pensiero dei classici, ha scritto pagine fondamentali che il Novecento filosofico sembra aver dimenticato.

Buona parte della filosofia cronologicamente inquadrata nel periodo che inizia dopo Hegel e Marx, ha abbandonato la sua originaria definizione metafisica, e soprattutto si è concentrata sull’importanza del linguaggio. Infatti, come mostra Badiou, per le tre principali correnti contemporanee, la filosofia ha a che fare con il senso, e non con la verità, ed è nel linguaggio che si gioca la partita del senso. In questo modo essa è a rischio nella sua costituzione essenziale: si abbandona il desiderio di filosofia che tende alla felicità reale, per schiacciarsi su di una «dottrina, individualistica e identitaria, della soddisfazione»6. Questa descrizione, quasi impietosa, conduce Badiou alla necessità di ripercorrere alcune delle tappe della sua storia filosofica, con la prospettiva della pubblicazione di un ultimo volume del suo corpus, che s’intitolerà L’immanenza delle verità e che andrà a creare una sorta di trittico con i suoi, oramai classici, L’essere e l’evento e Logiche dei mondi.

Badiou sostiene che il linguaggio non sia l’orizzonte assoluto del pensiero e che il concetto classico di verità debba far parte dell’armamentario della filosofia. Sulla possibilità di trasmissione (universale, dice il filosofo) di tale verità, e sulla sua conoscibilità, sta il suo vero impianto metafisico che viene solamente accennato. È dunque alla straordinarietà dell’evento che si rivolge Badiou, a questo concetto che può permettere di tornare al senso rivoluzionario del pensiero. L’evento è un fatto completamente nuovo, è la rottura del divenire usuale e della ripetizione, «qualcosa che si produce localmente in un mondo e che non può essere dedotto dalle leggi di questo mondo»7. Al di là delle conseguenze politiche, o anche del senso politico di tale rottura della continuità, la nozione di evento e la necessità di essere fedeli alle sue conseguenze, affinché esso non sia una possibilità sprecata, è apertura alla felicità. Infatti, la rottura di un vincolo è rottura di un ostacolo, di una barriera creando opportunità di felicità reale. Essere fedeli all’evento conduce l’individuo all’interno del nuovo, perciò «ogni felicità reale è una fedeltà»8. Su questo punto Badiou insiste molto senza tralasciare il lato soggettivo di tale rivoluzione dell’evento. La politicità di quest’ultimo risiede tutta nella pervasiva modificazione del soggetto, il quale esperisce la sua felicità giacché scopre, all’interno di se stesso, la capacità di fare qualcosa di cui non sapeva di essere capace. Egli non è «chiuso da un’identità», ma è all’interno di un «processo emancipativo» che «è aperto e infinito»9.

Buona parte della filosofia cronologicamente inquadrata nel periodo che inizia dopo Hegel e Marx, ha abbandonato la sua originaria definizione metafisica, e soprattutto si è concentrata sull’importanza del linguaggio.

Riprendendo tematiche bergsoniane, e poi deleuziane, Badiou sostiene che la felicità reale – scopo e motore di ogni sforzo filosofico – non si esaurisce affatto nella contemplazione di una verità eterna, che pure è un tratto necessario e fondamentale, per non ricadere in quella pluralità del senso prima criticata, ma «è godere dell’esistenza potente e creatrice di qualcosa che dal punto di vista di questo mondo era impossibile»10. Il nichilismo dominante – che nella storia della filosofia è stato incarnato da una folta schiera di «anti-filosofi» come Nietzsche, Pascal, Rousseau e Wittgenstein, i quali «oppongono il dramma della propria esistenza alle costruzioni concettuali» e che si configurano come i più intolleranti credenti11 – non ha solo ucciso il desiderio di cambiare le proprie vite, ha piuttosto sgretolato dalle fondamenta anche la possibilità di comunicare la verità. Sta in questa duplice sfida, e nella constatazione che la filosofia non può non avere a che fare con qualcosa di difficile trasmissione come la verità, che Badiou tratteggia il suo prossimo e definitivo lavoro. Occorre dare prova, e non solo descrivere poeticamente, che la felicità reale, dovuta al cammino filosofico e metafisico di un soggetto, sia la negazione infinita della finitudine, una «vittoria contro la finitudine»12.

A questa prova, in parte, Badiou ha dedicato capitoli dei suoi testi precedenti, e sarà invece il cuore del suo prossimo lavoro qui solo tratteggiato. Metafisica della felicità reale è un libro che tenta di percorrere una ricognizione sullo «stato dell’arte» della filosofia in generale, e della filosofia di Badiou stesso; ma è anche il tentativo di rendere accessibile “ai più” una dottrina filosofica. Il linguaggio è semplice, piano. L’argomentazione è sempre calibrata e misurata, costruita in modo tale che il messaggio sia trasmissibile (e non semplicemente comunicabile) a tutti. Ciò ha un fine evidentemente politico, in senso ampio, poiché intende mostrare l’efficacia dell’evento nella costruzione di una felicità reale che non sia schiacciata sulla soddisfazione. La rottura della continuità del divenire e della circolarità del mondo contemporaneo, da parte di un evento, rimane però evanescente e teorica. Sembra naturale, invece, la necessità di un passaggio al piano politico-operativo, a partire da questa serie di argomentazioni. Ciò che essa presuppone, però, è la pressoché totale ineluttabilità di ripercorrere strade, a nostro avviso, già lungamente percorse e forse definitivamente superate, come sempre avviene per ogni ideologia.

 

Alain Badiou, Metafisica della felicità reale, trad. it. I. Bussoni, DeriveApprodi, 2015.

 


  1. A. Badiou, Deleuze. «Il clamore dell’essere», Einaudi, 2004. 

  2. A. Badiou, Metafisica della felicità reale, DeriveApprodi, 2015, p. 11. 

  3. Cfr., Ivi, pp. 12 e sgg. 

  4. Ivi, p. 16. 

  5. Ivi, p. 19. 

  6. Ivi, p. 22. 

  7. Ivi, p. 50. 

  8. Ivi, p. 54. 

  9. Ivi, pp. 56-58. 

  10. Ivi, p. 59. 

  11. Ivi, p. 37. 

  12. Ivi, p. 57. 

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