Gige e l’anello dell’ingiustizia

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Il mito dell’anello di Gige, da equiparare ad un vero e proprio esperimento mentale, si trova all’inizio del secondo libro della Repubblica di Platone. Il tema, accesissimo fin dal libro precedente, è quello della giustizia. Socrate, di ritorno dal Pireo dove aveva partecipato ad una processione religiosa, viene fermato da alcuni amici i quali gli comunicano senza mezzi termini che, a meno che egli non sia più forte di tutti loro, dovrà rinunciare a tornare in città. Contro la sua volontà, Socrate è così costretto a fermarsi e a subire la discussione, chiaro indice di riluttanza ad affrontare un tema delicato, forse insolubile. Del resto egli è il primo a riconoscere, come farà nell’Apologia di Socrate, che non sarebbe riuscito ad arrivare alla sua età se avesse fatto vita politica schierandosi sempre dalla parte del giusto.

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Verità vs libertà: una lettura

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Quelli di verità e libertà sono concetti che la storia del pensiero filosofico ha spesso pensato in termini di reciproca contrapposizione. Il problema del loro rapporto è complicato dal fatto che essi hanno a volte assunto diverse forme: libertà e necessità, cultura e natura, io e Dio e ancora si potrebbe continuare con gli esempi. Dipanare il filo che lega quei concetti, pulire le parole dalle sedimentazioni che il tempo ha aggiunto su di esse, fornire una lettura secondo le prospettive adottate da alcuni pensatori è stato il difficile compito che si è assunto il prof. Costantino Esposito in una lectio magistralis tenuta al dipartimento di studi umanistici dell’università di Macerata il 6 giugno 2013. Docente di storia della filosofia all’Università di Bari, autore di numerosi saggi tra cui uno appena uscito per il Mulino su Heidegger, Esposito ha tentato non solo un excursus storico in quello che è un problema ancora aperto nella filosofia moderna e contemporanea ma ha anche cercato di offrire delle possibili soluzioni di lettura.

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L’aristocratico liberale profeta della politica moderna

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Alexis de Tocqueville è conosciuto soprattutto per La democrazia in America, opera pubblicata tra il 1835 e il 1840, nella quale, dietro l’esempio della nascente repubblica americana, fissava le condizioni per lo sviluppo democratico e liberale degli stati moderni, mettendo in guardia contro i pericoli derivanti dalla società di massa. Tocqueville vede con chiarezza l’alternativa tra libertà e uguaglianza: il crescente sviluppo democratico pone un serio problema alla libertà dell’individuo, minacciato in modo crescente dallo sviluppo di uno stato enorme e tutelare che toglie ai cittadini il potere di autogovernarsi. Le radici di una simile evoluzione sono indicate in modo dettagliato in un’altra opera, L’antico regime e la rivoluzione, scritta nel 1856. Inquieto a livello temperamentale e sempre alla ricerca di una chiave di lettura univoca dei fenomeni oggetto di studio, Tocqueville riassume in essa non solo il suo genio di pensatore ma anche la sua personale esperienza nell’ambito della politica e dell’amministrazione dello stato.

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Il linguaggio politico e la necessità del ritorno della retorica

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È possibile discutere dei temi della retorica classica, di logos, ethos e pathos, della loro commistione e del loro uso (ed abuso) nel discorso pubblico, senza scadere in un polveroso sfoggio di erudizione? Mark Thompson, già direttore generale di BBC e amministratore delegato del New York Times, ci ha provato nel 2016 pubblicando un importante saggio sulla retorica e sullo stato generale del discorso pubblico contemporaneo, che è stato tradotto in Italia da Feltrinelli (La fine del dibattito pubblico. Come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia, Feltrinelli, 2017, p. 426). Va subito detto che la traduzione italiana del titolo lascia fortemente a desiderare, a causa di una connotazione negativa del concetto di retorica che nel libro e nello stesso titolo originale (Enough Said. What’s gone wrong with the language of politics, St Martin Pr, 2016) è del tutto assente. Thompson, difatti, ha un concetto alto di retorica, mutuato dai classici del canone occidentale, e il libro è un vero e proprio appello al suo uso consapevole, come rimedio al degrado della politica contemporanea. Definita come lo studio accademico del linguaggio pubblico nonché dell’arte di insegnare e padroneggiare i meccanismi che lo articolano, il termine retorica viene usato da Thompson, per traslazione, anche come sinonimo dello stesso linguaggio pubblico.

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Il coniglio gavagai e l’improbabile compito della traduzione

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Se c’è una tradizione di pensiero a cui dev’essere attribuita la fortuna degli esperimenti mentali, questa è sicuramente la filosofia analitica. Fin dalla sua nascita, essa si caratterizza per l’uso abbondante di casi ed altri esempi controfattuali grazie ai quali dimostrare le sue teorie. Uno dei più famosi è l’esperimento della traduzione radicale, riguardante il problema della comprensibilità degli enunciati linguistici. Formulato dal filosofo americano Willard van Orman Quine (1908-2000) nel testo Parola e oggetto pubblicato nel 1960, l’esperimento mentale prende in esame la questione relativa alle modalità con le quali le espressioni linguistiche ricevono determinati significati. L’ipotesi dell’incontro tra due individui che non conoscono la lingua dell’altro, dimostra, secondo il suo autore, che i significati non possono e non devono essere presupposti: la conseguenza di ciò è che le frasi pronunciate in una lingua diversa da quella a cui apparteniamo, non sono né traducibili né tantomeno comprensibili. Anche perché, come diceva un altro esponente della filosofia analitica, Hilary Putman, i significati non sono nella testa: la conseguenza è la distruzione del procedimento logico che trasforma le rappresentazioni in concetti.

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Severino e la Contraddizione C

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Con le dovute precauzioni, possiamo semplificare la dialettica interna alla storia delle idee (e quindi della filosofia) attraverso delle coppie di concetti contrapposti: determinismo-libertà, monismo-pluralismo, verità-errore, idealismo-realismo, finito-infinito.  Tuttavia, le più geniali e straordinarie configurazioni filosofiche si danno e si sono date nel momento in cui il pensiero non è schiacciato su uno dei due termini. L’estremizzazione, infatti, contiene spesso un fondamento dogmatico che è, per sua stessa natura, limitante.
Il sistema filosofico di Emanuele Severino è il maggiore e più raffinato tentativo di sganciarsi da ogni estremismo concettuale. All’interno della coppia Idealismo-Realismo, ad esempio, Severino rimane in costante equilibrio fra i due estremi. Questo equilibrio è in evidenza nel decisivo passaggio in cui il filosofo bresciano affronta la questione della Contraddizione C, in cui il piano “ideale” e quello “reale” (piani che nel destino della verità coincidono in un monismo dall’esplicazione pluralista) si tengono insieme e vengono oltrepassati.

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Plutarco, il maestro ripudiato dallo storicismo

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Plutarco è uno degli scrittori antichi di cui ci è pervenuto il maggior numero di scritti. Nato a Cheronea nella Grecia centrale, vissuto a cavallo tra il I e il II secolo dopo Cristo, Plutarco ha esercitato un’influenza enorme soprattutto nel periodo umanistico e rinascimentale tanto da essere riconosciuto come vero e proprio maestro da Montaigne ed Erasmo, Shakespeare e Bacone, Montesquieu e Rousseau. La sua opera più famosa, Le Vite parallele, biografie dei personaggi più famosi dell’antichità, è stata per lungo tempo fonte di ispirazione e notizie storiche. Tuttavia, a partire dalla metà del XIX secolo, Plutarco ha visto improvvisamente spegnere la sua fama fino ad essere prima accantonato e poi dimenticato. Positivismo e storicismo prima, ideologie totalitarie e liberticide poi, hanno messo in secondo piano una filosofia che faceva della vita buona e della saggezza il suo centro. In nome di un auspicato “ritorno a Plutarco”, la Bompiani ha pubblicato nel 2017 la prima traduzione italiana completa dei Moralia, opera che raccoglie un’estesa trattatistica di carattere filosofico, pedagogico, religioso e di scienze naturali in cui non mancano saggi e brevi componimenti che affrontano il rapporto dei filosofi con la politica.

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Alètheia e Orthòtes nel Cratilo di Platone

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La coincidenza fra nome e cosa, ovvero la loro intrinseca natura, è la tesi che sostiene Cratilo nell’omonimo dialogo platonico. Ermogene, l’altro personaggio del dialogo insieme a Socrate, invece, sostiene la tesi opposta: che fra la cosa e la parola vi sia estrinsecità, ovvero che fra la cosa segnata e il segno vi sia un distacco, una separazione, della cui natura lo stesso Ermogene si interroga. Socrate, in questo dialogo che precede ed è in un certo qual modo preparatorio al Sofista, si trova all’interno di due estremi. La consueta operazione socratico-platonica conduce l’argomentazione dapprima a rendere insostenibile la tesi di Ermogene, e successivamente mostra le criticità interne alla teoria di Cratilo. Nella prima parte del dialogo infatti Socrate assume la posizione di Cratilo per controbattere Ermogene, ed infine si porterà al di là anche delle posizioni del primo di questi due. Continue Reading

Il peso più grande e la solitudine dalle sette pelli

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La dottrina dell’eterno ritorno di Nietzsche conosce diverse formulazioni e numerosi ripensamenti. Basti pensare alla domanda contenuta in Al di là del bene e del male quando egli si chiede se quel pensiero non fosse per caso un circulus vitiosus deus: comunque la s’intenda, rimane che per Nietzsche la dottrina dell’eterno ritorno stabilisce in modo nuovo l’essenza della religione delle anime libere e serene ed in questo senso essa è concezione radicalmente anticristiana. Non entriamo nella discussione se l’eterno ritorno sia considerato da Nietzsche una fede (così come vuole Heidegger) oppure un aspetto teoretico necessario del suo pensiero (secondo l’interpretazione di Severino). Quello che ci importa mettere oggi in evidenza sono soltanto alcuni aspetti problematici di questa visione che continua a rimanere una sorta di rimosso, esperimento mentale che mette in crisi una delle più solide acquisizioni del pensiero occidentale, quella relativa al concetto di tempo, su cui è fondato ogni altro aspetto dell’esistenza dell’uomo.

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I due corni dell’orrore metafisico di Kolakowski

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Conosciuto come grande storico delle idee e dei movimenti religiosi del ‘600, Leszek Kolakowski (1927-2009) è anche filosofo dalle posizioni eccentriche, inizialmente marxista ma poi espulso dalle file del movimento per le sue tesi radicali (che poi finirono per diventare realtà, come l’approdo necessariamente staliniano del marxismo). Anche la sua metafisica, consegnata in un testo del 1988 dal titolo Orrore Metafisico, è semplice quanto radicale: l’idea cioè che con la nozione di perfetto, che ha sostituito quella di creazione, il pensiero greco fu il primo a scoprire nella filosofia una dimensione nullificante. Si tratta in altre parole di quella dimensione che da Parmenide fino a Spinoza, passando per il neoplatonismo di Damascio, giunge ad un Ultimo che coincide con l’ente posto al di là di qualsiasi concettualizzazione. Tale prospettiva ha sostituito tutte quelle mitologie poietiche e quelle religioni che si fondavano sul cruor dei, il sangue divino frutto di violenza, facente perno su una teologia che prefigura un Dio che ama talmente la sua creazione da offrirsi in sacrificio per salvare il mondo. Al suo posto, dopo il fallimento dell’Assoluto, il pensiero ha voluto fondare la nozione di Cogito dando vita però allo stesso medesimo risultato: l’orrore metafisico.

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Machiavelli e la necessità del civile legame

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In un’epoca di anacronistici e velleitari egoismi nazionali e di progressivo imbarbarimento della società civile, che sembrano ineluttabilmente condurre alla dissoluzione della fragile Unione Europea, sottraiamoci all’agone politico, svestiamo i panni borghesi e, indossate più nobili vesti, varchiamo con il Fiorentino la soglia delle «corti delli antiqui huomini» per attingere alla loro antica sapienza. Chi più di Machiavelli potrebbe infatti ricordarci che la litigiosità degli staterelli e la corruzione morale dei popoli sono le principali cagioni della disunione e della debolezza delle comunità politiche che fatalmente diventano facile preda «non solamente de’ barbari potenti ma di qualunque l’assalta»?

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Bataille, le lacrime e la farsa del sovranismo

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Quello di sovranità è uno di quei termini del linguaggio politico che, negli ultimi tempi, sono stati maggiormente utilizzati e allo stesso tempo fatti oggetto di vero e proprio abuso. Per molti, la sovranità ha acquistato un fascino che va al di là del suo significato storico, tanto da diventare parola mitica per risolvere l’attuale crisi della politica. Georges Bataille, scrittore e filosofo francese vissuto nella prima metà del XX secolo, ne ha fatto invece oggetto di uno studio originale quanto eccentrico, tracciandone genesi e significato. Attraverso un’analisi che comprende non solo la filosofia ma anche l’antropologia, lo studio delle religioni e la politica, Bataille giunge alla conclusione che la sovranità si definisce come ciò che va al di là dell’utile. Centro della sua speculazione è la nozione di dépense, traducibile dal francese con l’idea di spreco o consumo non necessario: tesi del saggio, che raccoglie una serie di testi scritti in un lungo arco temporale, è che la sovranità consiste in un residuo di libertà personale irriducibile a qualsiasi forma di manipolazione.

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Affrontare l’enigma

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In questa terza e ultima parte della nostra analisi di Filosofia dell’espressione, si schiude la crisalide. Il percorso attraverso il quale ci ha condotto Colli però, ci sorprende fino alla fine. Egli infatti non ci porta, come sarebbe stato legittimo aspettarsi, finalmente fuori dal labirinto che ha appena finito di mostrarci bensì, ci riporta al suo inizio, incalzandoci con un quesito che ricorda storie dal grande peso: hai il coraggio di rientrare?
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Genius malignus and Friends

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Apparenza o realtà? Falsa illusione o vera conoscenza? Sogno o son desto? Interrogativi vecchi quanto il mondo che hanno alimentato la filosofia fin dal suo nascere. A rappresentarli per tutti è l’esperimento mentale principe in materia, quello di Cartesio e del suo genio maligno, che crea immagini e percezioni ingannevoli per indurlo alla credulità del mondo che gli sta attorno. L’esperimento di Cartesio non è stato il primo così come non è stato e non sarà l’ultimo. Fin dall’antichità, il problema della conoscenza vera attraverso gli esperimenti mentali ha conosciuto in letteratura degli esempi che somigliano molto a quello del filosofo francese. In epoca moderna poi, a seguito dello sviluppo delle tecnologie e delle simulazioni computerizzate, i casi e le ipotesi teoriche si sono moltiplicate tra gli studiosi di filosofia fino ad estendersi all’ambito della fiction contemporanea.  Per tutti ci sono premesse e obiezioni che vale la pena ricordare.

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Coltivare il segno: Severino e la testimonianza del destino

Severino fotografato alla celebrazione dei suoi 90 anni, Teatro di Brescia.

A gennaio di quest’anno, alla soglia dei novant’anni, Emanuele Severino ha dato alle stampe un nuovo libro, Testimoniando il destino. L’intento dichiarato di questo volume è una “discussione” intorno agli scritti di Severino, una sorta di auto-riflessione che il filosofo bresciano compie su tutto quello che, dal 1958 — anno di uscita de La struttura originaria — ad oggi, è andato scrivendo. In altre parole, Testimoniando il destino vuole «coltivare il segno» rappresentato dall’insieme degli scritti severiniani. Poiché l’unica cosa che dobbiamo (non possiamo) fare è, appunto, coltivare il segno, lasciando il campo nel quale il segno si manifesta, alla sua natura. «Quella pianura non ne ha bisogno. Non può nemmeno esser posseduta da alcuno. Essa è anzi l’essenza profonda per la quale si è qualcuno». Questo intento generale, nel libro di Severino, si costituisce di varie nervature che l’autore sembra voler ripercorrere e chiarire.

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